Home»Professione giornalista»Il giornalista Down Under

Il giornalista Down Under

0
Shares
Pinterest Google+

castSe si prendono in parola le ragioni di Bruce Chatwin in Anatomia dell’irrequietezza è più facile cogliere il senso del cammino di un giornalista italiano che ha già visitato 130 nazioni e oggi lavora in radio vivendo stabilmente down under, nell’altro emisfero. Si tratta di Dario Castaldo, brillante voce di SBS, una delle due emittenti di Stato australiane: una testata che ha peculiarità uniche.

«SBS – racconta Castaldo – è l’unica radio a trasmettere in 74 lingue, in termini di multiculturalità è la più grande al mondo. L’ultimo ampliamento ha coinciso col cambio del palinsesto, circa due anni fa: abbiamo introdotto nuove lingue nuove tra cui il dinka,  il tigrino eritreo, il pahstu e la lingua hmong cambogiana. Ci dividiamo gli spazi di diretta, gli italiani hanno due ore al giorno, altri meno. In Italia sarebbe impensabile una radio del genere, ma SBS nasce nel 1975 in un periodo in cui la nazione aveva vissuto fenomeni migratori sostanzialmente “bianchi” nel periodo delle guerre mondiali e le sue frontiere erano state chiuse fino, appunto, alla riapertura coatta degli anni Settanta. C’era bisogno di informare i vietnamiti, gli indonesiani e tutte le etnie di rifugiati di quel periodo sulle pratiche basilari per restare qui: come fare la tessera sanitaria, come votare, come conseguire la patente».

Quindi era una radio puramente di servizio.
«Sì, e sostanzialmente lo è rimasta fino al 1980, quando è diventata anche una emittente televisiva e, pian piano, si è allargata a tutte le comunità etniche iniziando a fare informazione in senso più lato. Comunque resta una radio di servizio puro: nel manifesto di SBS compaiono i concetti di imparzialità e di equidistanza, che vengono presi molto sul serio. A volte anche troppo».

Viste da qui, l’essere rigorosi e il dedicarsi al giornalismo di servizio non sembrano essere delle abitudini malvagie.
«Certamente. Infatti sono da considerarsi un bene. Tuttavia, talora gli impianti di regole sono limitanti, si finisce per autoimporsi paletti anacronistici. Per esempio, posso riferirmi al caso (qui molto famoso) di un padre italiano di due bambine nate in Australia da madre australiana. I coniugi si si separarono, lui portò le figlie in Italia e scoppiò un caso. C’erano molte cautele sul fornire dati che potessero portare a identificare genitori e figlie, città e indirizzi. Dopodiché, la madre si fece intervistare in diretta sull’altra emittente statale, la ABC, facendo vedere casa sua a tutti. Dopo poco tempo, tutti conoscevano tutto di quella famiglia: nomi, recapiti, dettagli. Eppure noi, quando ottenemmo il numero di telefono del padre e riuscimmo a intervistarlo, prima di mandare in onda il tutto dovemmo camuffare il suo timbro di voce, doppiarlo e non rivelare alcun altro dato sensibile. Dopo due anni, gli facemmo un’altra intervista che però rimase “congelata” per giorni  finché la commissione interna non se la fece tradurre e non la valutò, per evitare polemiche o querele che peraltro, a storia ormai risolta, sarebbero state molto improbabili».

Cosa differenzia maggiormente il mestiere del giornalista in Australia, rispetto alla professione esercitata in Italia?
«Prima di tutto non esistono né un ordine professionale né un esame di abilitazione. Non c’è neppure un vero e proprio sindacato della stampa, benché in SBS ci sia una rappresentanza sindacale ma è parte di quella generale dei lavoratori. Del resto, qui da noi non c’è, o perlomeno non c’è ancora, un vero conflitto sociale. Fare il giornalista non è complicato come oggi in Italia: l’approccio è più distaccato da parte del pubblico. Chi fa questo mestiere è percepito come qualcuno che è impegnato in un lavoro come tutti gli altri. Quindi da un lato mancano l’ammirazione e la fascinazione, dall’altra – per fortuna – anche le contestazioni e il livore».

Insomma, manca la categoria dei giornalisti-vip. Anche questo non pare un male.
«Sicuramente, però mancano anche  giornalisti che possano essere un riferimento culturale o professionale come potrebbero essere stati i nostri Bocca o Montanelli. Nel panorama attuale, per fare esempi comprensibili al pubblico italiano, qui in Australia ci sono un paio di giornalisti piuttosto noti per essere dei Feltri, dei Belpietro: sfruttano i tabloid per spargere fiele e vendere copie, fanno giornalismo scandalistico o di polemica gratuita con analisi superficiali e “destrorse” delle poche problematiche che abbiamo. Tra l’altro l’unico tema veramente sentito è quello dell’immigrazione, non tanto sui danni che produce (perché non ce ne sono) ma sulle politiche da attuare per limitare il flusso dei migranti».

E il cittadino australiano come si rapporta nei confronti della notizia? Compra il giornale al mattino? Come si informa?
«Direi che assomigliamo un po’ agli Stati Uniti: praticamente l’edicola non esiste, non c’è una abitudine diffusa a comprare il giornale. Del resto, parte il centro di Melbourne o di Sydney, qui quasi tutti vivono in villette isolate e si fanno recapitare il giornale a casa. Non di rado lo leggono la sera, rientrando dal lavoro. Alcune testate sono in stato di crisi ma non come in Italia. Però vedo che qua e là iniziano a tagliare, anche perché alcuni editori si erano buttati sull’online, sperando di compensare la perdita del cartaceo, ma la manovra non ha funzionato».

Guadagnare con l’editoria su Internet è un’impresa che non è ancora riuscita a nessuno, su larga scala. E la qualità dell’informazione aussie?
«Pessima. Si salvano poche pagine di pochi giornali, ecco, le quattro pagine di cultura di The Australian, poco altro. Ci sono un paio di tabloid che sono autentica carta straccia. Anche perché si parla dei temi mondiali con un approccio molto distante, sia perché siamo fisicamente lontani sia perché la comprensione media del lettore australiano nei confronti, che so, del problema greco o mediorientale è molto diversa da quello del lettore europeo. I “nostri” pezzi di approfondimento di politica estera sui quotidiani sembrano temini di quinta ginnasio. E lo stesso scenario politico interno non sviluppa quel dibattito che invece in Europa è vivo, anche se ha vissuto decenni migliori».

caaaaPare che il settore pubblico dell’informazione sia più evoluto.
«Sì e lo dico senza piaggeria. La televisione e SBS sono anni luce avanti, perché le emittenti statali si possono permettere di investire in prodotti senza ritorno economico immediato. L’altra rete governativa è la ABC, ha molti più fondi di noi e la qualità dei nostri e dei loro programmi è quantomeno decente; nello spirito, mi si passi il paragone, della Rai anni ’60 ma senza i programmi di varietà. Facciamo informazione neutrale con tocco anglosassone, per cui il politico deve venire da noi e viene sistematicamente messo alle spalle, anche abbastanza brutalmente».

Come arriva un ragazzo di Roma agli studi di SBS a Melbourne?
«Ho iniziato a lavorare al primo anno di università, collaboravo con l’agenzia Rotopress, poi diventata Chilometri. Rifiutai un contratto da praticante perché volevo viaggiare. Finita l’università con una tesi scritta in Argentina sulla crisi del corralito, iniziai a scrivere per Leggo e, poco dopo, a fare radio in emittenti private a Roma.
Mi presi un anno sabbatico per fare il giro del globo senza prendere aerei e in Cina incontrai la mia futura moglie, che è australiana. Dopo alcune altre esperienze in Italia, tra cui la televisione sportiva Supertennis, e un periodo splendido in cui facevo la guida turistica in Vaticano per inglesi, francesi e spagnoli vinsi il concorso per SBS e ci trasferimmo a Melbourne».

Consiglieresti a un giovane con la passione del giornalismo di tentare la traversata dell’oceano?
«In questo momento direi di no. Quando vinsi il concorso ricordo che, nei prerequisiti per candidarsi, non figurava neanche l’aver maturato esperienze giornalistiche, bastava saper parlare italiano. Quindi, certamente ci sono meno barriere. Però in Australia rimani solo se hai determinate competenze e, purtroppo, il giornalismo non rientra più tra queste: se sei un elettricista o un ingegnere hai più possibilità, la nostra non è più una professione ricercata. Peraltro c’è un giornale in lingua italiana, che ora esce due volte la settimana, si chiama Il Globo qui a Melbourne e La fiamma a Sydney, in più c’è una radio, Rete Italia, dello stesso editore. So che usufruivano dei fondi italiani per l’editoria ma, appena sono stati decurtati, anche loro hanno iniziato a fare fatica».

Però in Australia non si fa la fame, se si trova lavoro da giornalisti.
«Questo sì. Veniamo pagati in maniera onesta mentre so bene che molte collaborazioni giornalistiche in Italia, ormai da troppi anni, sono retribuite in maniera vergognosa. Quando non si è costretti a lavorare gratis».

Previous post

Dig Data premia il data journalism

Next post

Anna Lindh, torna il Mediterranean Journalist Award