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Il giornalismo che non muore

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Lei è la direttrice del principale quotidiano francese, è stata un’inviata che di scarpe ne ha consumate e, come si definisce lei stessa “con i piedi per terra e infilati in un paio di stivali infangati”. Lui è un premio Pulitzer, fondatore di un giornale on line statunitense, indipendente e non profit, che ha fatto dell’uso del web, dei social media e del giornalismo d’inchiesta i suoi capisaldi e che in soli 5 anni si è conquistato un pubblico impegnato. Parliamo di Natalie Nougayrède, direttrice del quotidiano Le Monde, e di Stephen Engelberg, direttore di ProPublica, che a Ferrara, al Festival di Internazionale hanno dialogato, chiudendo i tre giorni di evento, con il direttore Giovanni De Mauro e Marino Sinibaldi di Radio3 sulla libertà di stampa ai tempi di Wikileaks e Datagate.

“Ogni anno osserviamo lo stato di salute del giornalismo e dell’informazione – introduce il direttore di Internazionale – ma le uniche due certezze che abbiamo sono che il vecchio modello non funziona più e che un nuovo che possa funzionare come quello precedente ancora non l’abbiamo. Ma forse dobbiamo solo accettare che il nuovo modello sia quello attuale, caratterizzato da incertezza e dal navigare a vista”.

E allora ecco che due esperienze, come quella di uno storico giornale “tradizionale” cartaceo come Le Monde e quello di un giornale giovanissimo per età e che ha puntato tutto su internet come ProPublica, apparentemente agli estremi, si trovano sullo stesso piano, grazie all’autorevolezza che si sono conquistati a livello internazionale.

“Io vedo Le Monde come un multimedia – esordisce Nougayrède – E proprio la sfida che abbiamo accettato è quella di sfruttare i nuovi format per raccontare le storie, anche perchè la gente ci legge sempre di più sullo schermo. E noi puntiamo a diventare il primo media globale in lingua francese”. D’altronde, la versione digitale permette di interagire sempre di più con i lettori, cosa che la carta non ha mai potuto permettere.
E a proposito di ProPublica la direttrice di Le Monde dice “nonostante sia giovane, ProPubblica ha giornalisti con una navigata carriera e questo è ciò che deve essere il giornalismo. Quello che vogliamo fare noi è quello che vuole fare ProPublica non è cosi diverso, ve lo garantisco. Il buon giornalismo è un investimento“.

Per Stephen Engelberg “internet dà e prende. Da un lato ci ha tolto finanziamenti. Prima non dovevamo pensare a modelli di business; io ero un reporter e non mi sono mai preoccupato da dove venissero i soldi. Ma, dall’altro, con internet abbiamo ottenuto maggiore diffusione e raccolta di informazioni, che 15 anni fa potevamo solo sognare”.
ProPublica sta ora studiando un giornalismo d’inchiesta basato sui dati: “Prendere dei dati, diffonderli ai lettori, in modo che possano poi informare noi. Un’idea di quello che possiamo fare è la banca dati che abbiamo creato con l’elenco dei medici che ricevevano finanziamenti dalle case farmaceutiche, cosa che negli Stati Uniti può avvenire. Ai lettori bastava poi uno smartphone per accedere alle informazioni e contribuire all’inchiesta”.

Il dibattito quindi non è (più) tra carta o internet, ma sul tipo di giornalismo che si vuole fare.
ProPublica punta a “creare cambiamento”, a scrivere storie che altri non scrivono. Forse non sempre si ottengono i risultati sperati, ma Engelberg non ha dubbi sul fatto che vogliano lavorare sulle questioni per le quali il cambiamento ci può essere e spostare quell’85% di spesa (per carta, stampa, spedizioni…) necessaria per la produzione di un quotidiano cartaceo alla qualità dell’inchiesta.

Il “data mining”, ossia le inchieste basate su analisi ed estrazione di grandi quantità di dati, è importante anche per Natalie Nougayrède, ma “il giornalismo deve essere “on the ground”, sul terreno”. E ricorda con orgoglio l’inchiesta sulle armi chimiche in Siria, realizzata dai due reporter di Le Monde che hanno rischiato molto andando sul campo, ma “serve audacia per fare bene il mestiere”.

“C’è anche chi rischia a dare informazioni”, aggiunge De Mauro riferendosi alle informazioni diffuse da Wikileaks e al Datagate, lo scandalo esploso dopo le rivelazioni dell’ex informativo Edward Snowden sulle attività dell’Nsa (National security agency). E proprio dopo questi fatti è nata una nuova forma di solidarietà e collaborazione tra testate per l’analisi dei dati, come quella tra New York Times, The Guardian, El Pais e Le Monde, a cui la stessa direttrice aveva partecipato ai tempi in cui era corrispondente diplomatica.
“Questa alleanza è senza precedenti – spiega Engelberg – Fino a poco tempo fa i giornalisti erano concorrenti, ma ci sono questioni talmente spinose che non farebbe bene ai lettori diffonderle in massa; vanno analizzate prima. E non ci dovranno stupire i nuovi casi di collaborazione, non solo tra i grandi media, ma anche con i lettori”.
“Esistono strumenti formidabili – concorda la direttrice di Le Monde – ma è giusto, ad esempio, pubblicare tutti i nomi degli oppositori al regime presenti su documenti diplomatici? Il ruolo della stampa è rendere conto ai potenti, ma servono regole precise e precauzioni. Il giornalista deve essere responsabile anche nel difendere l’incolumità delle persone”. Un nuovo modo di fare giornalismo già esiste e i fondamenti del giornalismo di qualità restano quelli del passato.

 

 

 

 

 

 

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