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Il futuro post-covid del giornalismo: le redazioni ibride

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La redazione di Fox News

Il rapporto Changing Newsrooms 2020, pubblicato dal Reuters Institute for the Study of Journalism (il centro di ricerca che si concentra sullo studio del mondo del giornalismo all’interno dell’università di Oxford) ha analizzato i dati raccolti durante un sondaggio mondiale sulle conseguenze della pandemia per il settore dell’informazione e ci dice molto, sullo stato attuale del giornalismo e anche sul suo futuro.

La raccolta di dati è stata effettuata tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2020 e ha coinvolto 136 testate giornalistiche almeno di media dimensione, sparse in 38 nazioni. I lockdown e altre conseguenze della pandemia hanno cambiato profondamente abitudini e consumi delle persone, con i giornalisti chiamati da una parte a raccontare gli avvenimenti, dall’altra a gestirne le conseguenze dirette sulla propria persona e sul loro lavoro. Insieme alle restrizioni, sono arrivati cambiamenti obbligatori nel modo in cui vengono fatti i giornali, talvolta in completo smartworking o in lavoro da remoto, e la crisi economica indotta dal coronavirus ha abbassato drasticamente le entrate economiche degli editori, già minate da una dozzina di anni di affanno del settore dei media.

Questo stravolgimento del mondo ha portato con sé, nel giornalismo, la nascita di redazioni ibride,  destinate a rimanere anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria mondiale. Una parte dei giornalisti continuerà a lavorare da casa, una parte in redazione e una porzione della forza lavoro sarà utilizzata (quando è possibile, purtroppo, compatibilmente con le risorse destinate allo scopo) per girare alla caccia di notizie e per coprire avvenimenti. Il 48% degli intervistati ha infatti dichiarato che le aziende editoriali intendono restringere gli spazi fisici delle redazioni in maniera permanente.

Il rapporto indica una serie di conseguenze concrete per il giornalismo: tra quelle positive c’è che l’organizzazione del lavoro è diventata più efficiente (almeno, questo è quanto sostiene una lieve maggioranza degli intervistati tra direttori, caporedattori e responsabili di quotidiani). Il 77% degli interpellati tra i giornalisti sostiene, però, che la pandemia ha reso più complicato costruire e mantenere relazioni professionali, e addirittura ha fatto nascere preoccupazioni per la salute mentale dei giornalisti per via dell’isolamento cronico.

Altri tipi di conseguenze della pandemia riguardano la perdita di creatività: l’utilizzo di piattaforme come Zoom, Skype, Microsoft Teams eccetera ha senz’altro mostrato che si possono condurre lavori di gruppo, fare riunioni e lavorare a un giornale da remoto, così come fare interviste e dialogare coi colleghi in maniera efficace, sia che si tratti di versione cartacea sia di versione online; per contro, però, da un lato ha messo alla prova le dotazioni tecnologiche in alcune aree (connessioni a internet, sicurezza digitale, addirittura le forniture di energia elettrica), dall’altro ha posto il problema di mantenere alta l’energia creativa tipica delle redazioni. «I giornalisti – ha dichiarato Vincent Giret, responsabile editoriale di FranceInfo – hanno necessità di stare insieme per dibattere, scambiarsi idee, condividere esperienze e innovare». Alcuni redattori interpellati hanno fatto notare che «è il “cameratismo” delle redazioni che spesso fa nascere le idee, mentre le call a distanza sono meno efficaci e ci si distrae più facilmente».

Particolarmente significativo il fatto che solo un giornalista su quattro sarebbe disposto a tornare a lavorare come faceva prima della pandemia. Il 21% preferirebbe dover andare in redazione solo di tanto in tanto, il 54% vorrebbe frequentarla un po’ meno di prima.

In definitiva, l’impatto sociale ed economico del coronavirus sul mondo del giornalismo, questa è la conclusione principale dello studio condotto da Federica Cherubini, Nic Newman e Rasmus Nielsen, non porterà alla fine del lavoro di redazione, ma creerà appunto redazioni ibride. E perché questo possa succedere è necessario che il management delle aziende editoriali sia disposto a un cambiamento: bisognerà mantenere un senso di coesione e di squadra, garantire che nessuno sia trascurato e occuparsi dei giornalisti che avranno più bisogno di sostegno. Il pubblico è sempre più ben disposto e interessato al mondo digitale, e i giornali che non faranno questa svolta tecnologica non sono destinati a sopravvivere a lungo.  

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