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Il fonico e il maestro

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È pomeriggio. Inizia la parte della rassegna che il Caffè dei Giornalisti condivide maggiormente con Fonèka: la tavola rotonda e il concerto. Presentati gli ospiti della tavola rotonda, però, ci chiamano e noi ci affrettiamo: il maestro è già arrivato, in sala prove. Il Parco della Musica ha mille corridoi, è facile perdersi. Assieme agli organizzatori della rassegna ci muoviamo nel dedalo del grande edificio e alla fine… eccoci in sala Sinopoli, dove Franco Battiato e Pino “Pinaxa” Pischetola stanno provando per il concerto della serata. Per una giornalista non espertissima in campo musicale, è difficile cogliere le caratteristiche specifiche della strumentazione. Fatto sta che vi sono un bel pianoforte e una consolle che i due artisti condividono. Il maestro si muove agevolmente, grazie a una sedia girevole, fra il piano e la strumentazione elettronica. Dicitura del concerto, appunto: elettronico e sperimentale. La sala ancora quasi vuota, sono appena le sei: solo noi e pochi altri fortunati mortali siamo ammessi a questo rehearsal. Franco Battiato canta poco, ma ha l’aria di divertirsi molto. Sta provando per proporre uno di quei concerti che negli anni ’70 lo avevano caratterizzato (e portato ad affermare che erano un piacere, soprattutto per lui: un regalo forse che si è fatto, e ci ha fatto, per il suo compleanno, che cade proprio oggi, il 23 di marzo).
Le persone scattano foto dai telefonini, noi aspettiamo con pazienza il nostro turno. I manager ci spiegano che il maestro ci darà udienza prima di andare a cena. Saliamo sul palco e lo incontriamo: non solo in quanto sponsor del concerto, ma da veri fan. Gli facciamo gli auguri: oggi compie 69 anni e li celebrerà così, insieme a noi, dandoci delle emozioni.

La sera, la sala è gremita. La qualifica “sperimentale” non ha scoraggiato i suo ammiratori. Il maestro avvisa il pubblico: «Sapete cosa vi aspetta? Il concerto dura un’ora ma vi sembreranno quattro». Il tempo si mostra denso, ma trascorre in fretta. Il pubblico è entusiasta. Il Caffè dei Giornalisti è molto fiero di aver potuto partecipare come principale promotore a un evento così importante. Siamo seduti nelle file migliori, emozionati, trascinati dalle note: che sono difficili, ma intense, come la voce del maestro, che si fa poco sentire, ma quando interviene è una magia…
Il pubblico dopo un’ora vorrebbe che si continuasse ancora e richiede dei bis, c’è gente che porta a Battiato dei regali. Platea in visibilio, commenti entusiasti. Le frasi più belle? Forse queste, lasciate sul sito del maestro da alcuni suoi estimatori alcuni giorni dopo: «Mi è sembrato come un sogno… Vedere Franco da solo, nella sua casa che in meditazione canta, suona, compone, vive, ascolta percepisce, comunica… Ci ha regalato un’esperienza davvero molto intima. Dimenticando il palco e noi lì, in religioso silenzio».

Rosita Ferrato

 

Un dialogo con Pino “Pinaxa” Pischetola, di Federico Ferrero

Classe 1964, Pino Pischetola è uno degli ingegneri del suono più apprezzati in Italia. Tra gli artisti che si sono affidati alle sue mani Jovanotti, Pino Daniele, Adriano Celentano, Eros Ramazzotti ma anche star internazionali come i Depeche Mode e gli UB40. La collaborazione con Franco Battiato è una delle più risalenti nel tempo.

Come hai trovato la strada del fonico di professione?
«Faccio questo mestiere dal 1987. Lavoravo ai computer della Siemens, ho sempre avuto la passione della tecnologia musicale. Dopo aver frequentato un corso specializzato ho iniziato a incidere i primi dischi. Certo, non pensavo che sarebbe potuto durare così tanto, credevo fosse una cosa… da giovani. Ma ormai le età si sono dilatate: il fonico storico di Michael Jackson ha ottant’anni e lavora ancora a pieno ritmo».

E la collaborazione con Franco Battiato?
«Nasce tanto tempo fa: il primo lavoro insieme è piuttosto antico, del 1989. Poi successe che Franco si costruì uno studio a casa propria, al sud, mentre io lavoravo al Logic di Milano (uno degli studi di registrazione più conosciuti in Italia e all’estero, ndr), quindi ci si è un poco persi di vista. Ci siamo ritrovati più avanti, per il mixaggio del suo album Gommalacca, e da allora lavoriamo sempre insieme».

Cosa rende peculiare il tuo lavoro col maestro, rispetto agli altri artisti con cui collabori?
«Direi che nel mio ruolo è fondamentale conoscere i gusti dell’artista. Franco è senz’altro un perfezionista, come tutti i grandi. Del resto non si mantiene il successo per tanti anni, senza qualità e costanza. Battiato ha una sua personale esperienza anche nel lavoro di studio, e questo ci aiuta molto nella comunicazione. E poi, nonostante non sia più un ragazzino, non ha mai avuto paura di cambiare e di sperimentare».

Il vostro concerto sperimentale richiama apertamente le esibizioni del Battiato dei primi anni Settanta. Anche per te dev’essere stata un’esperienza inusuale, partire dalla strumentazione.
«Vero. Comunque, conoscevo già la sperimentazione di Battiato: il primo brano del concerto di Roma all’Auditorium, per esempio, altro non è che una improvvisazione sul concerto al Leoncavallo di Franco del 1973, del quale mi consegnò un bootleg tempo fa. La strumentazione è, diciamo così, un “finto vecchio”: l’antico sintetizzatore VCS3, quello che Battiato comprò a Londra più di quarant’anni fa e con cui ha sperimentato ai tempi, non c’è più. Era un prodotto rivoluzionario, ci lavorarono pure i Pink Floyd per The dark side of the moon e Brian Eno; so che ne aveva comprati due, ma li ha imprestati e sono spariti. Peraltro, quella ditta fallì poco dopo e oggi, sul mercato dell’usato, ne trovi pochissimi e a prezzi esorbitanti, superiori ai 10.000 euro. Il sintetizzatore che ha usato per il concerto di Roma è assemblato in Italia da GRP, è un prodotto intelligente perché ha mantenuto gli aspetti retrò uniti alla nuova tecnologia».

Come si prepara un concerto del genere, in cui è particolare anche la scelta scenica (l’artista e il fonico insieme, a dividere il palco)?
«Innanzitutto è stato un concerto molto… preparato, sebbene contenesse elementi musicali spesso improvvisati. La preparazione di un’esibizione simile costa molto tempo, rispetto ai concerti per così dire “normali”, per scegliere i suoni giusti, per trovare l’interazione. Ovviamente io non ho suonato una nota: il mio compito era quello di far partire le ritmiche, processavo in diretta i suoni e le voci di Franco. Con il microfono, poi, gli comunicavo costantemente in cuffia i cue, cioè i tagli, le transizioni da un pezzo all’altro, o gli ricordavo quando doveva spostarsi al pianoforte».

Va da sé che è l’artista a scegliere e interpretare musica e parola. Ma il ruolo del tecnico del suono è davvero solo… tecnico?
«Senza volermi prendere meriti non miei, ho una certezza: i dischi ben fatti sono tali perché tutte le fasi sono state curate al massimo. Un disco con ottime canzoni, suonato bene, arrangiato e registrato bene, fatalmente è un gran disco. Certo, alla base rimane il lavoro dell’artista, il suo talento. Ma conta anche, in certi frangenti, la mia opinione su alcune scelte. O anche la… non opinione: ormai credo di conoscere bene le persone con cui lavoro, per cui so quando è il caso di intervenire e, magari, di provare a imporre la propria idea per migliorare un brano e quando, invece, è meglio tacere. Se sei un rompiscatole, peraltro, rischi di frenare il processo creativo. Ma la psicologia da studio di registrazione è una di quelle cose che si imparano col tempo».

Quanto la tecnologia ha cambiato il tuo mestiere?
«Molto: ci aiuta a fare tutto più velocemente, più efficacemente. Non è che quello che si ottiene ora fosse precluso vent’anni fa, è che adesso in un minuto hai lo stesso risultato che, un tempo, abbisognava di una giornata intera di lavoro. Però è anche vero che, nel contempo, i budget per fare album si sono ridotti: una volta si mixava un disco in un mese e mezzo, ora in due settimane, anche per esigenze di costi. Più in generale, la tecnologia fa sì che chiunque abbia un talento e la passione possa sviluppare la propria creatività. Ciò detto, come è noto, il fatto di possedere un pianoforte non è sufficiente per diventare pianisti».

Sei solito… portarti il lavoro a casa? Insomma, che musica ascolti?
«La musica italiana è molto “parlata”. Ecco perché, solitamente, fuori dallo studio ascolto musica straniera e strumentale. Non è una questione di snobismo, ma di gusto: a parte il jazz e la musica fusion, peraltro, non ho preclusioni. Mi piace tutto, compreso il silenzio: in fondo sento musica tutto il giorno, dal mattino alla sera».

 

 

 

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