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Il destino dei giornali, dal New York Times al web

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La locandina di Page One, film documentario sul New York Times
La locandina di Page One, film documentario sul New York Times

“Se i giornali di carta moriranno in questo secolo – dice Vittorio Sabadin, già vicedirettore de La Stampa – l’ultimo a morire sarà il New York Times”.
L’occasione per parlare del NYT è l’incontro di formazione organizzato dall’Ordine dei giornalisti del Piemonte dal titolo “Il destino dei giornali” in cui, partendo dalla proiezione di “Page One, dentro il New York Times”, film documentario del 2011 ambientato all’interno della redazione del quotidiano newyorchese, si è parlato di giornali tradizionali e online.

Con Vittorio Sabadin, autore di L’ultima copia del New York Times (ed. Donzelli) hanno dialogato Bruno Fornara, critico cinematografico, e Alessandro Casazza, già giornalista de La Stampa e past president del Museo del Cinema.
“I motivi per cui il NYT sarà l’ultimo a morire sono innanzitutto l’accuratezza e la qualità, tali da vantare pochi concorrenti al mondo. Poi è in inglese, quindi ha infinite possibilità di trovare nel mondo persone disposte a leggerlo. Infine è di una famiglia di editori, non di imprenditori, una famiglia (gli Ochs-Sulzberger sono proprietari della società dagli Anni ’60, due terzi del consiglio di amministrazioni è indicato da loro) che ha la passione per i giornali. Anche l’attuale amministratore, all’inizio della sua carriera, ha fatto il cronista e quindi sa come funzionano i giornali. Il NYT gode poi di uno zoccolo duro di lettori locali: a New York vende quasi tutto il suo milione di copie giornaliere”.
Non che sia del tutto privo di difetti: “Ha fatto anche investimenti sbagliati – spiega Sabadin – come l’acquisto del Boston Globe. Gli azionisti hanno iniziato a comprare altre azioni più redditizie e quelle del NYT sono scese in caduta libera. La mia impressione – aggiunge ancora Sabadin – è che la crisi dei giornali abbia toccato il fondo e ora ci sia un piccolo rimbalzo, che consentirà ai giornali di avere un po’ di respiro. Sarebbe bello se lo usassero per trovare una strategia che ancora non si è trovata. Negli Stati Uniti il 40% dei fotografi ha perso il lavoro e migliaia di giornali e giornalisti sono senza lavoro. Cito il caso del Philadelphia Inquirer che era un giornale modello, da imitare. La sede era in un palazzo art déco, stile redazione di Clark Kent, nel seminterrato c’erano le rotative e per questo tutto il quartiere di notte vibrava. La chiamavano la Torre della Verità. Vi lavoravano 1200 giornalisti. Ora sono 200 e hanno traslocato in un normale palazzo di uffici. Sono ammesse solo trasferte a non più di un’ora di macchina da Philadelphia. Prima gli inviati spiegavano non solo la città, ma il mondo che avevano attorno a loro, bianchi, neri, ricchi, poveri: il giornale era un aggregatore sociale che descriveva il mondo in cui vivevi”.

Vittorio Sabadin
Vittorio Sabadin

L’uso dei social network e dei siti di informazione che offrono notizie continuamente aggiornate è uno dei fenomeni che più mette in crisi l’utilità del giornale, che rischia di restare indietro rispetto a media più veloci e immediati. Ma proprio partendo dai limiti (apparenti) del giornalismo cartaceo, secondo Sabadin, si possono invece evidenziare i suoi punti di forza.

“Oggi, nel giornalismo, la situazione è analoga a quella che si aveva tra la fine del ‘700 e i primi dell’800, in cui l’80% delle notizie dei giornali derivava da lettere di lettori, comandanti militari e notabili: che cosa ci poteva essere di più veritiero del racconto di chi quei fatti li aveva visti e vissuti direttamente e li raccontava in una lettera al giornale? Oggi succede la stessa cosa con Twitter e Facebook, in cui le persone postano le “notizie”. Ma già nell’800 il giornalismo ha fatto del suo ruolo di filtro e di controllo l’essenza della sua credibilità. Il giornale seleziona le notizie che arrivano in redazione, plasma l’insieme “grezzo” dei dati gli dà un ordine, una gerarchia, un’importanza che solo con la professionalità e l’esperienza può offrire, contrapponendosi al flusso continuo dei dati sui social.
Ma questo lavoro si paga, e il giornalismo di qualità è costoso (il NYT, ad esempio, spende 200 milioni di dollari all’anno). Il problema – conclude Sabadin – è che intere generazioni hanno creduto che l’informazione online potesse essere gratis, perché hanno avuto per anni a disposizione i contenuti gratuitamente, ma non è così: qualcuno deve pagare quel lavoro, quelle notizie. Google non ha redattori, riprende i contenuti di altri e su quelli fa i guadagni pubblicitari. Se il lettore può avere gratis un contenuto invece che a pagamento, ovviamente non lo pagherà. Gli editori di tutto il mondo dovrebbero decidere lo stesso giorno di mettere tutti i contenuti a pagamento e questo è impossibile”. Ma intanto il giorno dell’ultima copia del NYT non è ancora arrivato.

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