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Il caso Ankawa: un’enclave di convivenza e libertà di stampa

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Erbil, Iraq. View on the citadel. Credit: MLBARIONA

In queste anticipate elezioni irachene del 10 ottobre scorso, il “caso Ankawa” ha fatto storia. Per la prima volta, un’area a maggioranza cristiana nel cuore della capitale del Kurdistan – Erbil – si è resa “autonoma” potendo eleggere il sindaco , avere autonomia amministrativa e la propria comunicazione, intendendo i media che seguiranno la piccola comunità cristiana di 40.000 abitanti.
La chiesa caldea esulta e Monsignor Bashar Warda dice: “Una decisione importante per i cristiani e il loro futuro nel Kurdistan”. Lo ha annunciato lunedì scorso il primo ministro della Regione del Kurdistan, Masrour Barzani, in visita ad Ankawa, che ha anche divulgato la sua decisione su Twitter. Con i suoi 40 mila abitanti, il sobborgo diventa così un distretto ufficiale e i cristiani hanno eletto direttamente il proprio sindaco, votato funzionari, scelto i loro amministratori, assunto il controllo della sicurezza e della comunicazione interna ed esterna.

Kurdistan24 ne parla diffusamente: “Ankawa è diventata un importante centro per la convivenza religiosa e sociale e per la riconciliazione” ha detto il primo ministro, aggiungendo che ha anche ospitato i cristiani sfollati da tutto l’Iraq che vi hanno cercato rifugio. Ad Ankawa, ricorda Kurdistan24, convivono caldei, assiri e siriaci; il 90% della popolazione è di religione cristiana – in gran parte persone fuggite dalla persecuzione dell’Isis da Ninive, Baghdad e Siria -, mentre il restante 10% è musulmano; ci sono circa 40 chiese e vi ha sede l’Università Cattolica di Erbil fondata nel 2015″. Ad Ankawa hanno anche sede tutte le più importanti ONG internazionali, comprese le italiane, cattoliche e non; gli uffici delle Nazioni Unite, le Associazioni Umanitarie e Culturali, ancora alcuni campi di sfollati e rifugiati, molto ben seguiti. Ed è anche sede di piccole redazioni, agenzie di comunicazione e di televisioni private.
Secondo Kurdistan24, sette partiti politici cristiani iracheni hanno rilasciato una dichiarazione congiunta invitando l’Alta Commissione Elettorale Indipendente Irachena (IHEC) a ricontare manualmente i voti espressi per la quota di seggi della minoranza cristiana nel parlamento dopo l’ultimo spoglio. Nella loro dichiarazione, i partiti sottolineano che “il 90% dei cristiani si trova nelle province di Erbil, Duhok, Kirkuk e Ninive Plain, mentre i risultati preliminari delle elezioni mostrano che il Babylon Movement (con sede a Ninive) ha vinto tutti i seggi assegnati ai cristiani dell’Iraq. Definendo la situazione “molto sospetta”. Dopo lo spoglio delle schede, l’11 ottobre, i partiti e i gruppi armati filo-iraniani hanno denunciato i primi risultati delle elezioni come “manipolazione” e “truffa”. Le elezioni parlamentari – le quinte nel paese dopo la guerra guidata dagli Stati Uniti e dal rovesciamento di Saddam Hussein nel 2003 – hanno registrato una bassa affluenza alle urne, del 41%; sono stati soprattutto dei giovani iracheni attivisti politici, i ragazzi e le ragazze delle manifestazioni di piazza del 2019 e 2020, gli universitari e anche tanti intellettuali, a non votare.

A vincere le elezioni del 10 ottobre è stato il religioso sciita Muqtada al Sadr, da tempo uno dei personaggi politici più potenti in Iraq. I risultati sono ancora parziali e non si sa con precisione quanti seggi abbia ottenuto la sua coalizione, Sairoon, la cui fazione più importante è il Movimento Sadrista, guidato proprio da Sadr. Secondo alcune stime, Sairoon potrebbe arrivare a 73 seggi su 329, molto al di sopra dei 54 ottenuti alle ultime elezioni del 2018, quando già si era parlato di un grande successo elettorale. Quattro giorni dopo le elezioni parlamentari nazionali, il primo ministro Masrour Barzani e il capo della missione delle Nazioni Unite in Iraq Jennine Hennis-Plasschaert si sono incontrati, definendo il nuovo governo iracheno “inclusivo” in rappresentanza di tutti i cittadini. Il che fa discutere e non solo. Mentre ad Erbil, il distretto di Ankawa diventa indipendente dal resto del paese, i curdi scappano secondo la Routers e tra questi molti docenti, ancora giornalisti e attivisti, ma anche professionisti. Nonostante il rischio di rimanere bloccati in Europa o di morire durante il viaggio, decine di persone provenienti da una sola città nella regione curda dell’Iraq hanno scelto di scappare e di entrare clandestinamente nei paesi dell’Unione Europea attraverso la Bielorussia.

Un contrabbandiere curdo iracheno ha sostenuto ai colleghi della Reuters di aver organizzato il viaggio per circa 200 persone che desideravano lasciare la città di Shiladze e l’area circostante, prima legalmente in aereo verso la capitale bielorussa Minsk, poi illegalmente via terra. Ha raccontato che la sua attività è iniziata nella primavera scorsa, verso marzo-aprile, quando il numero di migranti che cercavano di entrare nell’UE dalla Bielorussia è aumentato.

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