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Il caso al-Hasani e gli attacchi alla stampa in Yemen

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Il giornalista yemenita Adel al-Hasani, che ha lavorato con BBC, CBS, PBE e Vice, è in prigione dopo aver negoziato la liberazione di due reporter di guerra stranieri, arrestati nella città portuale di Mokha lo scorso settembre. Dall’inizio del conflitto in Yemen, al-Hasani ha coperto una delle più sanguinose guerre per procura in corso nella regione dopo le proteste del 2011 che portarono al ferimento il 3 giugno di quell’anno dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh, assassinato nel 2017. Dopo il rilascio dei due giornalisti, quando al-Hasani ha cercato di fare rientro a casa a Aden, città controllata dalle milizie finanziate dagli Emirati Arabi Uniti, è stato arrestato dalle autorità yemenite. Secondo il suo avvocato, Liza Manea Saeed, al-Hasani è stato torturato durante la sua detenzione con lo scopo di estorcergli una falsa testimonianza per giustificarne l’arresto. Saeed ha aggiunto che, secondo le prove in suo possesso, le autorità yemenite dovrebbero provvedere al più presto al suo rilascio.

Gli attacchi alla stampa in Yemen

Dal momento del suo arresto, al-Hasani non ha potuto vedere i suoi figli. «Ho fatto del mio meglio per mostrare al mondo quello che stava succedendo nel mio paese, cosa ho fatto per meritare tutto questo?», si legge in un messaggio che il giornalista ha inviato ai suoi colleghi e amici. Come se non bastasse, secondo un familiare del giornalista, citato dall’Huffington Post, dalla scorsa settimana le condizioni di salute di al-Hasani starebbero deteriorando. Al-Hasani era già stato detenuto in precedenza ma solo per brevi periodi. «Non volevano che facesse il suo lavoro in campo umanitario per raccontare al mondo l’impatto e le sofferenze causate dalla guerra», ha dichiarato un suo familiare.

L’arresto e la lunga e immotivata detenzione di al-Hasani chiarisce come le condizioni dei giornalisti in Yemen siano davvero difficili, anche per coloro i quali hanno ottime connessioni internazionali. Questo rende la professione giornalistica estremamente vulnerabile per i giovani che si affacciano al lavoro di reporter in questo paese e conferma fino a che punto il coinvolgimento delle potenze straniere regionali in Yemen renda gli operatori dell’informazione che raccontano il conflitto e la crisi umanitaria esposti continuamente al rischio di perdere la vita.

Vari think tank che si occupano della difesa dei diritti umani in Yemen stanno indagando sul caso al-Hasani. «La detenzione di al-Hasani e i maltrattamenti che ha subito in prigione sono la prova di come per anni sono stati trattati i giornalisti in Yemen», ha spiegato Justin Shilad del Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ). «È l’esempio di come lo Yemen non sia un paese sicuro per i giornalisti e quanto sia importante il rispetto della libertà di stampa per la soluzione del conflitto in Yemen», ha aggiunto. «Nessuno dovrebbe essere detenuto o subire una sparizione forzata per il suo lavoro giornalistico. Queste pratiche devono finire immediatamente», ha commentato il think tank Human Rights Watch in merito al caso. L’arresto di al-Hasani non è un episodio isolato. Sarebbero almeno due i reporter in mano al Consiglio transitorio del Sud (CTS) di cui uno avrebbe subito maltrattamenti. Altri quattro giornalisti hanno subito minacce dirette ad Aden, mentre un altro giornalista è stato assassinato nella stessa città. Anche le milizie Houthi avrebbero arrestato almeno dieci giornalisti, alcuni dei quali avrebbero subito torture in prigioni sovraffollate.

Stop alle armi a Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita usate nel conflitto in Yemen

Ad essere responsabile della detenzione arbitraria di al-Hasani nella prigione di Mansoura a Aden è il Consiglio transitorio del Sud (STC) con il coinvolgimento della milizia Security Belt. Questo significa che gli Stati Uniti sarebbero direttamente implicati nella sua detenzione in quanto Washington ha fornito miliardi di dollari di armi e bombe per garantire il suo sostegno militare agli Emirati Arabi Uniti (EAU) in Yemen sin dal 2015. Secondo Amnesty International, gli EAU hanno finanziato direttamente milizie come Security Belt sfidando le restrizioni del Pentagono, con lo scopo di colpire oppositori politici con esecuzioni mirate. 

A riconoscere le violazioni in corso in Yemen ci ha pensato anche il presidente degli Stati Uniti, il democratico Joe Biden. Dopo la cerimonia di insediamento del 20 gennaio scorso, uno dei primi provvedimenti di Biden, insieme alla cancellazione del Muslim Ban e delle politiche in tema di migrazione, come la costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico, è stato il congelamento della vendita di armi all’Arabia Saudita e la revisione delle forniture di armi per miliardi di dollari per altri paesi della regione, inclusi gli Emirati Arabi Uniti. L’ex presidente Donald Trump aveva sempre assicurato il suo sostegno pieno e incondizionato alla monarchia saudita e agli altri regimi della regione, puntando il dito contro Teheran. La revisione, decisa da Biden, riguarda la vendita di munizioni con guida di precisione a Riyad, la fornitura di F-35 a Abu Dhabi, approvata nell’ambito degli accordi di Abramo, firmati il 13 agosto 2020 da Stati Uniti, Israele e Emirati Arabi Uniti. La decisione di Biden è arrivata in linea con i suoi annunci in campagna elettorale in cui aveva assicurato di voler evitare che le armi degli Stati Uniti venissero utilizzate dal regime saudita in Yemen aggravando la crisi umanitaria che ha provocato migliaia di morti civili e anni di carestia nel paese. Anche l’Italia ha revocato l’export di armi e sospeso la concessione di nuove licenze da parte italiana ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Proprio missili e bombe saudite sono stati utilizzati nel sanguinoso conflitto in Yemen in cui Riyad è coinvolta in una guerra per procura contro le milizie sciite Houthi. Secondo la Rete per il Disarmo, lo stop riguarda sei diverse autorizzazioni, già sospese nel luglio 2019, tra le quali la licenza MAE 45560 che include 20mila bombe aeree della serie MK per un valore di oltre 411 milioni di euro. Un rapporto delle Nazioni Unite del gennaio del 2017 aveva definito i bombardamenti sauditi in Yemen “possibili crimini di guerra”. Anche il Parlamento europeo a settembre 2020 aveva approvato una risoluzione di condanna contro Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per avviare un “embargo dell’Unione europea sulle armi” esportate in questi paesi.

 

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