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Il bavaglio dietro l’angolo – La libertà di stampa secondo Orbán

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Júlia Halász è una giornalista freelance ungherese che collabora con il sito indipendente di notizie 444. Nel maggio del 2017 aveva scritto un articolo molto duro nel quale aveva accusato esplicitamente László Szabó, un amministratore cittadino aderente al partito Fidesz del leader Viktor Mihály Orbán, di averla aggredita nel corso di una manifestazione politica per la quale si era accreditata. Nel corso del forum, la giornalista raccontò di essere stata cacciata in malo modo per aver scattato qualche fotografia e che le sue apparecchiature erano state danneggiate. In più, secondo la sua versione, l’uomo l’avrebbe strattonata e buttata in terra, minacciata e avrebbe ordinato alla sicurezza di allontanarla dalla riunione pubblica. Al termine del suo racconto, la reporter ha spiegato che la polizia era intervenuta ma, compreso chi fosse l’autore dei gesti violenti, si sarebbe rifiutata di identificarlo per piaggeria.

In seguito alla pubblicazione dell’articolo con il racconto minuzioso dei fatti, Júlia Halász è stata citata in giudizio da László Szabó. Il processo di primo grado, concluso nel novembre 2020, ha accertato la responsabilità penale della giornalista per il reato di diffamazione, accusa che la professionista continua a contestare. La pena è stata appena confermata in appello, anche se è stata sospesa dalla corte: diversamente, il reato di diffamazione a mezzo stampa, in Ungheria (come del resto succede ancora in Italia, per una riforma mai completata dell’ordinamento penale) prevede anche una pena carceraria. 

Del caso di Júlia Halász si sta occupando anche il CPJ, il comitato internazionale di protezione dei giornalisti, perché ritiene che un Paese moderno non possa punire con la galera la diffamazione, sempre che venga accertata con sentenze non politiche. Del resto, la giornalista aveva raccontato di essere stata accusata di aver filmato il raduno senza autorizzazione e di aver subìto la cancellazione forzosa del contenuto della sua macchina fotografica, e di avere lei per prima presentato una denuncia per accertare i torti subiti. La polizia, tuttavia, aveva archiviato l’esposto ritenendo che non ci fossero prove sufficienti per sostenere la sua accusa, e senza avere chiamato un solo testimone a sostegno delle sue affermazioni. Per contro, il caporedattore del sito 444 ha commentato la conferma della condanna sostenendo che il processo per diffamazione è consistito in una sorta di sfilata di amici, sostenitori e simpatizzanti del partito Fidesz, i quali avrebbero negato qualunque tipo di addebito nei confronti di Szabó. La giornalista, adesso, rischia anche una pesante condanna pecuniaria in sede civile: anche in Ungheria, come in Italia, ormai è più pericolosa questo procedimento rispetto a quello penale, perché potenzialmente può portare con sé condanne all’esborso di cifre insostenibili per un freelance. 

 

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