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Il 2020 in immagini: da America Fi(r)st a Torino, gli scatti d’autore raccontano un anno come nessun altro

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In questi ultimi giorni dell’anno ci si interroga sul ruolo dell’informazione chiamata, come mai prima d’ora, a documentare gli eventi e le storie di un mondo “scosso” prima, durante e dopo la pandemia. Tra i lavori pubblicati spiccano due fotoreportage, due edizioni uniche, realizzati da giornalisti italiani di Torino che descrivono con grande professionalità l’uno l’America di Trump prima del covid-19, l’altro il volto della pandemia in Italia durante e dopo il lockdown; entrambi raccontano storie di uomini e di donne, parlano di vite vere e, in molti casi, perdute, con rispetto e realismo.

Flint- Michigan. Patsy, dopo aver aspettato per circa un’ora, si fa consegnare 40 litri di acqua purificata. Con essa dovrà bere, cucinare e lavarsi per almeno 3 giorni, fino alla prossima distribuzione.

America Fi(r)st
Tre anni di ricerca, preparazione e viaggi, migliaia di foto rigorosamente in bianco e nero scattate e infine un racconto per immagini, un libro fotografico. America Fi(r)st, di Allemandi editore, con i testi di Alan Friedman. Renata Busettini, pluripremiata fotografa amatoriale e Max Ferrero, fotografo professionista, docente all’Accademia delle Belle Arti di Novara e allo IAD di Torino: tanti reportage, dai Balcani negli anni ’90 al Kurdistan, con un passo deciso sui temi sociali e internazionali, in passato anche come insegnante di fotografia nel carcere minorile Ferrante Aporti di Torino.
«Donald Trump, oggi, è il trauma condiviso e collettivo dell’America. Un incubo nazionale, un autoritario, un oppositore dittatoriale della democrazia liberale, un aspirante Mussolini americano» sostiene Alan Friedman, in apertura del libro-reportage. «Il suo regime a Washington, tra gennaio 2017 e gennaio 2021,sebbene durato soltanto quattro anni, lascerà cicatrici durature nel tessuto della società americana, nelle nostre istituzioni e nelle norme democratiche e nei nostri valori democratici, nel nostro sistema giudiziario, nei rapporti razziali, nei diritti civili. Ci vorranno almeno una o due generazioni per riparare parte del danno che Trump ha arrecato all’America».
«Sono stati viaggi organizzati ma molto faticosi – racconta Ferrero – chilometri a piedi, centinaia di incontri, migliaia di scatti fotografici per raccontare la provincia americana, quella povera, perduta, stanca e molto armata. Quella che fa riflettere sugli oltre 330.000 morti per covid: quando riguardo le foto, capisco il perché».

La Grande Periferia americana, sopraffatta dalla povertà e dalle divisioni sociali, viene raccontata umanamente, in bianco e nero, da Renata e Max; descritta senza sbavature. Il mito americano non esiste più. Le storie sono scolpite nei volti delle persone, nei simboli, nelle sfumature e nelle storie di resistenza alla vita stessa, di resilienza di comunità intere: come a Flint, nel Michigan, dove nel 2014 la giunta decide di rinunciare all’allacciamento con il costoso acquedotto di Detroit, utilizzando le acque alcaline del fiume Flint che corrosero le vecchie tubature di piombo, avvelenando la popolazione. Le storie di Nakiya e di suo figlio Jaylon, le dermatiti di Marietta; o di Gina Luster, attivista dell’Associazione “Flint Lives Matter”, che dedica tutto il suo tempo alle vittime per l’inquinamento idrico: anch’essa ha subito danni irreversibili alla vista e alle ossa. A Theodore, un volontario della chiesa metodista una volta alla settimana distribuisce fino a 40 litri di acqua purificata per ogni famiglia. Ci sono immagini della più grande fiera di armi al mondo, il “Shot Show 2019 di Las Vegas: John Saylor è un veterano della guerra in Afghanistan, la sua esperienza lo ha portato a essere il responsabile del deposito di armi del negozio Battlefield Las Vegas in cui sono custodite le armi più pericolose e devastanti. Jeannie è una consulente della Proserv Tactical, una ditta specializzata nell’addestramento avanzato e nell’allenamento tattico con le armi da fuoco; Hans è un addestratore ex marine, veterano della guerra in Iraq, uno dei maggiori esperti di armi d’assalto; Chris organizza tour nel deserto per addestramento.

Ci sono gli uomini e le donne che vivono nei canali di scolo e nella rete fognaria di Las Vegas e, poi, c’è Lewis, che si è travestito da Superman e sta con i Tohono O’Odham, gli uomini del deserto, che aiutano i “coyotes” messicani ad attraversare il territorio di Sonora per accompagnare i migranti clandestini dietro lauto pagamento.
Una terra di nessuno raccontata nel modo giusto.

Il libro America Fi(r)st (130 pagine e 96 fotografie, edizioni Allemandi) si può acquistare nelle librerie e sul sito della casa editrice.
L’immagine in homepage, sempre tratta dal libro, ritrae Flint (Michigan), città in cui nacque la Buick nel 1903 e, da essa, nel 1908 la General Motors. All’apice del successo, l’azienda contava 80.000 dipendenti. 
Tra gli altri lavori di Max Ferrero, qui sotto trovate un estratto del reportage Il confine alle porte, dedicato alle migrazioni verso gli Stati Uniti.

 

Quell’anno in cui..

Stefano Stranges al lavoro – Torino, novembre 2020

«Una storia circolare, un rischio, una possibilità pericolosa». Così Stefano Stranges, fotografo e reporter indipendente di stanza a Torino, racconta il suo reportage fotografico sul Covid-19. 200 pagine, 200 fotografie del 2020.«Ho raccontato il lockdown dello shock: la vita che cambia, la vita in casa. Nessuna seduzione: solo l’ascolto dei bollettini medici, per due mesi, e poi la fine, la vita che ricomincia a fluire». Stranges ripercorre gli eventi che lo hanno portato a collezionare le immagini più significative di questo anno così diverso dagli altri: «Le autorizzazioni al mio lavoro nei reparti covid sono state negate in alcuni ospedali e, invece, sono state concesse altrove. Grazie, per esempio, alla dottoressa Gabriella Buono, direttrice del reparto di Anestesia e Rianimazione e dalla Direzione Sanitaria dell’Ospedale Mauriziano di Torino, che hanno permesso tutto il lavoro di documentazione fotografica nei fine settimana. Con le équipe, l’addestramento alla vestizione, il rapporto con i malati, le liberatorie dalle famiglie per gli scatti, l’umanità, le poche parole nelle stanze con alcuni di loro. Un lavoro emotivo, più che tecnico, perché nessun approdo era sicuro: non sapevi mai cosa dire e fare, potevi solo ascoltarli e fotografarli».

Stefano Stranges è già autore di The victims of our Wealth, lavoro fotografico realizzato in Congo nel North Kivu nelle miniere di coltan, minerale raro e utile per la costruzione degli smartphone, nella zona più ricca di miniere del nuovo oro nero e terminato ad Agbogbloshie, in una enorme discarica abusiva, nella prima periferia di Accra in Ghana, area che i locali chiamano “Sodom and Gomorrah”. Finalista al Sifest Premio Pesaresi 2016, menzione d’onore International Photographer of the Year 2017 e Silver Medal al Tokyo International Photography Award TIFA, ha pubblicato i suoi lavori su Rolling Stone, Il Reportage, Il Manifesto e La Stampa.

Nel suo libro-documento sul covid c’è la sua opera. Trasparenze in bianco e nero, testo scritto a mano, un diario ricco di volti, mani che si stringono con quelle dei malati, tra personale sanitario, sguardi mai assenti, stanchezze leggibili e tensioni palpabili nelle persone in un letto d’ospedale. «Andavo nelle case dei malati psichiatrici con la Croce Rossa – continua Stranges – di notte, di giorno: storie bellissime, gente incredibile. Un giorno, una signora mi ha chiesto se potevo fotografare i diavoli. Un uomo anziano aveva una casa ricca di minerali, tutti raccolti da lui: avrei voluto restare con lui per giorni, a farmi raccontare dove li aveva trovati. In una cascina nel nulla fuori Torino c’era un uomo di mezza età che aveva girato il mondo, aveva vissuto ovunque, si capiva da tutto dentro quella casa, viveva solo e da solo si difendeva anche dai suoi ricordi. Storie emotivamente faticose, ma di una bellezza inestimabile».

Stranges ha scritto: «Davvero saremmo potuti tornare indietro?». Divide il capitolo quattro, l’ultimo che descrive il lockdown, dal capitolo 5 che illustra invece i primi giorni di maggio, quando si torna a vivere. E lo ha capovolto, in modo che la fine del racconto di marzo e aprile finisseero sulle pagine dell’ultimo capitolo: «Volevo descrivere il rischio di una storia circolare…quella che temevo potesse accadere. E ho reso “fisica” questa paura. Il progetto continua per una seconda edizione, a scopo benefico, per documentare con mostre ciò che è stato, ciò che è accaduto, ciò che potrebbe anche tornare. Con la rivista Scomodo dell’Università di Torino, nei prossimi mesi, lavorerò anche su questi temi».

Il libro Quell’anno in cui… (200 pagine, Prinp Casa Editrice) si può ordinare direttamente dall’editore e nelle librerie. Qui sotto trovate due delle immagini selezionate per il lavoro.

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