Home»Libertà di stampa»I media e la fine di Trump-nerone, l’affare Tiffany con il magnate Arnault

I media e la fine di Trump-nerone, l’affare Tiffany con il magnate Arnault

0
Shares
Pinterest Google+

Mentre il Campidoglio brucia, e Trump-Nerone sta a guardare – uno smartphone connesso a Twitter al posto della lira – business doesn’t stop. «L’America oggi è stata umiliata di fronte al mondo intero» tuona, evidentemente scossa, l’inviata di ABC News di fronte alle migliaia di supporter di Trump che invadono il Congresso e issano la bandiera sudista di fronte ai giornalisti sbigottiti. L’immagine dello pseudo Buffalo Bill a torso nudo nei corridoi del Campidoglio, una versione triste e bellicosa  dei Village People, stridente tra le colonne austere e gli affreschi, resterà senza dubbio negli annali della storia del foto-giornalismo. Una manifestante uccisa, numerosi poliziotti finiti in ospedale e uno morto dopo aver accusato un malore, una delle massime istituzioni americane diventata teatro di battaglia tra fumi di lacrimogeni, pistole sguainate e vetri rotti, un’America improvvisamente fragile e caotica, una regina nuda e fragile di fronte al mondo intero.

Ecco il bilancio di uno dei momenti più neri della presidenza Trump, il leader che durante i suoi ultimi giorni di agonia politica ha deciso di trasformarsi in un ibrido spaventoso che riunisce i metodi di Lucky Luciano – vedi la telefonata ricattatrice in Georgia per la riconta dei voti – e la furia dispotica di un Noriega. Ma a questo circo apocalittico si oppone un mondo decisamente più freddo e razionale, i cui battiti cardiaci non sono necessariamente influenzati dalle tribolazioni delle folle. Nelle ore in cui il Campidoglio subiva gli assalti Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia, finalizzava l’acquisto dell’americana Tiffany, la celeberrima casa di gioielli citata nel leggendario film con Audrey Hepburn.

Bernard Arnault è un uomo infinitamente potente: da anni, ormai, si disputa con Jeff Bezos di Amazon il titolo di uomo più ricco del mondo. LVMH in effetti non è semplicemente una multinazionale del lusso, è un impero: i marchi di moda Louis Vuitton, Berluti, Loro Piana, Fendi, Christian Dior, Givenchy, Kenzo, Marc Jacobs sono suoi, così come le griffe di gioielleria Bulgari, Chaumet e Tag Heuer. Gli champagne Dom Perignon, Ruinart, Moët et Chandon, Veuve Cliquot e Krug gli appartengono, così come i beauty brand Guerlain, Acqua di Parma, Benefit e il gigante Sephora. LVMH ha assorbito anche  il potente gruppo editoriale francese Les Echos, senza contare gli hotel di lusso in Europa: una sorta di mostro tentacolare, la cui potenza economica può serenamente inglobare le più brillanti realtà imprenditoriali internazionali. L’acquisizione di Tiffany avrebbe dovuto concludersi l’anno scorso, per diversi miliardi di euro. Ma la cifra concordata faceva storcere il naso ad Arnault. A causa della pandemia di coronavirus, gli ultimi mesi erano stati pessimi per il marchio di gioielli americano e l’azione in Borsa aveva perso parecchi punti. Arnault voleva quindi rinegoziare o addirittura rinunciare all’acquisizione. Di fronte al contratto, questa rinuncia sarebbe probabilmente costata al gigante francese una considerevole penalità.

Arnault, forte della sua influenza nelle alte sfere politiche, ha così deciso di coinvolgere il governo. Cosa inaudita, praticamente senza precedenti in una trattativa tra privati, il ministro degli Affari Esteri Le Drian ha accettato di scrivere una lettera ufficiale indirizzata a Arnault dove viene scritto che in reazione alla minaccia di tassazione doganale sui prodotti francesi da parte delle autorità statunitensi – sorta di vendetta fiscale americana conseguente alla creazione della tassa francese sulle GAFA – il governo chiede di differire l’acquisizione di Tiffany.

Ma tutto è bene quel che finisce bene: in autunno inoltrato, Tiffany e LVMH arrivano finalmente a un nuovo accordo. 400.000 euro in meno e un’acquisizione per quasi sedici miliardi di euro, da concludersi in gennaio, cioè in questi giorni, stessi giorni in cui entreranno in vigore i nuovi dazi doganali imposti dall’amministrazione  Trump sui prodotti europei, ultima zampata del leone dell’«America first». 
I due eventi, l’acquisizione ritardata di Tiffany, e l’attacco al Campidoglio, non hanno legami e il fatto che siano avvenuti nello stesso giorno è naturalmente il frutto di una coincidenza temporale. Ciò che è curioso, tuttavia è considerare come Donald Trump sia ritenuto dalla sua base «l’uomo del popolo» e l’ «amico dei poveri», per aver abbassato le imposte e incentivato le industrie interne, principalmente nel settore fossile. Ma è proprio così? Trump, durante il suo mandato, ha messo davvero gli americani abbandonati, quelli che in queste ore rischiano la vita per difenderlo da una frode elettorale inesistente, in cima alle sue priorità? L’affare Tiffany direbbe proprio il contrario.

Mentre i QAnon e le comunità rurali più povere lo incensano, l’affare Tiffany rivela come Trump si sia indignato per la decisione  francese di tassare i giganti del GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon, ecc.) e abbia deciso così di punire i rei europei con nuovi dazi doganali su numerosi prodotti. Il presidente ritiene la misura ingiusta, nonostante il monopolio finanziario di cui godono le suddette imprese multinazionali e gli impressionanti guadagni che hanno contribuito a fare di un pugno di miliardari legati a questo specifico terziario i detentori di mezza ricchezza del pianeta.

L’uomo del popolo è anche l’uomo che ha smantellato di fatto l’Obama care, in un paese dove senza mezzi economici si rischia di morire per mancanza di cure mediche. L’uomo del popolo ha fatto sì che in questi mesi centinaia di americani si siano ritrovati a dover saldare fatture con importi sproporzionati per aver avuto accesso alle cure contro il covid, cure che li hanno fatti rimanere sul lastrico. L’ uomo del popolo si è beffato allegramente degli accordi di Parigi, lasciando il pianeta al suo destino, nonostante fior di ricercatori abbiano già da tempo stilato previsioni catastrofiche sui fenomeni climatici estremi che si abbatterebbero sugli Stati Uniti in caso di aumento della temperatura globale e sulle aree minacciate dall’innalzamento delle acque, spesso aree suburbane povere delle più grandi città costiere, come New York, Los Angeles, oppure New Orleans, già martirizzata dall’uragano Katrina nel 2005.

L’ uomo del popolo ha fatto tornare indietro di secoli i diritti delle donne, cauzionando legislazioni contro l’aborto rigidissime nei confronti di medici e pazienti, strizzando l’occhio ai movimenti estremisti delle chiese evangeliche e alle loro derive misogine e omofobe, come già avvenuto nel Brasile di Bolsonaro. È davvero incredibile come ancora oggi, numerosi rappresentanti delle destre europee e i loro simpatizzanti lo dipingano ancora come «un leader all’ascolto delle sofferenze del proprio popolo».

Eppure.

D’altra parte, l’affare Tiffany rivela come anche oltreoceano, in Francia, gli interessi dei miliardari approdino infinitamente prima sul tavolo dei dirigenti politici rispetto a quelli dei comuni mortali. Se la trattativa fosse finita male, se Tiffany non avesse accettato le nuove condizioni, visto il ruolo attivo del governo e la lettera firmata dal ministro degli Esteri, l’eventuale penalità dovuta da LVMH avrebbe potuto essere imputata allo Stato, e di conseguenza… venire estinta dai francesi attraverso le imposte? È una domanda legittima. Da porsi soprattutto in un momento in cui la République vede più del 18% della popolazione, circa dodici milioni di persone, vivere in condizioni di povertà.

La colazione da Tiffany rischia di essere indigesta.

Previous post

Il rapporto RSF: i giornalisti uccisi nel 2020 lavoravano in zone di... pace

Next post

Da Françoise d'Eaubonne al terzo millennio: il nuovo femminismo, l'informazione, l'ambiente, la demografia