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I mecenati della Silicon Valley

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«Sul sito ci mettiamo i cascami della redazione». È probabile che molti giornalisti, nella loro vita, abbiano incontrato almeno un editore che concepisse il web, al più, alla stregua di un male necessario. A un decennio dalla bolla speculativa di Internet (che a cavallo del nuovo millennio produsse anche la prima iniziativa editoriale di un quotidiano puramente online, si chiamava ilNuovo.it, era edito da Ebiscom ed ebbe vita breve) la crisi ha messo in ginocchio, da un lato, ampi settori dell’editoria tradizionale; dall’altro, è cresciuta una generazione di fruitori di notizie abituati a informarsi esclusivamente con strumenti digitali.

I costi di un progetto editoriale tradizionale (personale, attrezzature, stampa e distribuzione), i ricavi pubblicitari in picchiata, il progressivo dimagrimento del pubblico sono argomenti di stretta attualità, in Italia, per quotidiani e periodici. Negli Stati Uniti, al contrario, c’è chi ha già indicato una via di uscita dalla crisi dell’informazione. Sono i nuovi ricchi della Silicon Valley: in massima parte ex universitari col pallino della tecnologia, ancora piuttosto giovani, che hanno accumulato fortune milionarie con le applicazioni oggi utilizzate da milioni di utenti sul web. Il proprietario di eBay, il sito di aste online più famoso del globo, è Pierre Morad Omidyar: lo inventò da studentello informatico, oggi ha 46 anni e un conto in banca da 9 miliardi di dollari. Si è innamorato dell’idea di Glenn Greenwald, ex columnist del Guardian e scopritore del Datagate, e gli ha appena finanziato con 250 milioni di dollari un progetto che punta a creare un giornale indipendente, di qualità, pensato per coinvolgere i lettori digitali con inchieste e reportage esclusivi (e, giocoforza, costosi).

La scelta di Omidyar è stata quella di puntare su una testata ancora da creare, dopo aver rinunciato a risollevare le sorti di un grande vecchio che arranca come il Washington Post. Che, tuttavia, non è rimasto solo: a salvarlo da una morte pressoché certa è giunto un altro Paperone della Silicon Valley, Jeff Bezos, il fondatore della libreria (ma ormai è un ipermercato globale) Amazon. Bezos ha sborsato una cifra simile a quella del collega, per evitare l’implosione del quotidiano che denunciò il Watergate. La sua mossa è stata accolta con sospetto dagli ambienti più conservatori: si teme che a un imprenditore nel ramo del software manchi la sensibilità propria di un editore, che possa fare scempio di una testata storica come il Post. Il fatto è che, in un passaggio storico simile, le uniche imprese che continuano a produrre utili da capogiro sono proprio quelle nate con Internet, il mezzo che il celebre cantautore Nick Cave definì “tragico” perché in grado di spazzare via informazione, musica e arti figurative in nome di una gigantesca ruberia di massa di diritti d’autore, idee, contenuti e lavoro. Bezos è tra coloro che pensano di poter mantenere vivo il mercato del cartaceo, pur essendo nato nell’immateriale del web.

La novità di questi mesi, insomma, è proprio l’ingresso della Silicon Valley nel mondo, spesso moribondo, della notizia. La vedova del patron di Apple, Laurene Powell Jobs, ha annunciato di aver sponsorizzato una nuova idea di giornale digitale concepita da Ozy Media: si tratterà di creare contenuti di alta qualità scrittoria, con storie intriganti e un design accattivante. Anche la signora Jobs, come Bezos e gli altri capitalisti dell’era hi-tech, ha sottolineato il valore fondamentale dell’informazione nella società. Questo manipolo di e-imprenditori, illuminati (e ricoperti d’oro) avverte una irresistibile attrazione nei confronti dell’informazione, con il suo ruolo di guida delle coscienze e delle azioni dei cittadini. E se notizia e tecnologia, finora, si erano scontrate ferocemente – con perdite pesanti da parte della prima – oggi potrebbe nascere una nuova alleanza, in cui i contenuti non vengano più sminuzzati, rubacchiati o svenduti da aggregatori e social network ma, al contrario, veicolati e valorizzati proprio da chi detiene il controllo dei nuovi strumenti di comunicazione.

Dubbi e riserve sono leciti ma la categoria degli editori puri è pressoché estinta. C’è chi storce il naso, nel contemplare la salvezza del mondo della notizia per mezzo di iniezioni di denaro “sporco” della Silicon Valley. Eppure basterebbe ricordare quante volte, negli ultimi decenni, si è assistito all’asservimento di testate storiche a editori occulti come gli inserzionisti pubblicitari, protagonisti di clamorose (e nascoste) ingerenze nelle zone franche di quotidiani e riviste che erano nati per essere liberi, finendo per amplificare la voce neanche di un padre, ma di un patrigno.

Federico Ferrero

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