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Gli “innamoramenti” di Marìas

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Javier MariasGiornalista storico di El Paìs, sostiene di essere pessimista riguardo a un tempo e a un sistema mondiale dove l’impunità sembra prevalere nella tolleranza sempre più generica. E poi si riprende, alle esortazioni gentili di Michela Murgia, e corregge il tiro: “Forse sono ancora ottimista se da circa vent’anni continuo con la mia rubrica settimanale a parlare ai lettori del giornale… forse la speranza che ci si possa riprendere anche tramite la determinazione dei singoli resiste ancora…”

È così che incontriamo a Torino Javier Marìas, l’ostinato e pacato giornalista e scrittore che insieme ai suoi colleghi ha protestato contro i licenziamenti di circa un terzo dell’organico del quotidiano di Madrid e che ultimamente ha rifiutato il Premio nacional de narrativa, uno dei più importanti premi letterari che lo stato spagnolo conferisce ai suoi scrittori insieme a un assegno di 20mila euro. Il continuo sottrarre risorse ai musei, all’istruzione, al cinema, alle arti, alle biblioteche mal si accorda con lo spirito coerente di quest’uomo… Una militanza culturale che già era evidente nella raccolta di articoli pubblicati su El Semanal qualche anno fa e che trapela anche nei suoi romanzi, compreso l’ultimo, scritto nel 2011, lo stesso anno in cui Marìas è stato insignito del Premio Nonino, e pubblicato in Italia nel 2012 da Einaudi.

S’intitola Innamoramenti ed è misterioso fin dalle prime pagine. Esplora la psiche umana, si sofferma sugli stati d’animo dei personaggi, inizia come una storia di sentimenti e da lì si sviluppa, diventando un noir intrigante. L’inizio è una coppia: simpatica, affiatata, perfetta. Il mondo quello dei libri, della cultura, dell’editoria: si racconta di scrittori, a volte eccentrici e capricciosi. Ma la scrittura è una cornice per un caleidoscopio che parla di esseri umani e delle loro profondità. L’autore mette su pagina sentimenti, riflessioni, impiega pagine e pagine per far capire gli stati d’animo. E poi ritorna alla trama, e gli avvenimenti sono da brivido (il cuore della vicenda, alla fine è un delitto!) introdotti da un io narrante per la prima volta al femminile.

L’autore stesso è del resto un personaggio dalle molte sfaccettature: nell’incontro a Torino, invitato dal Circolo dei Lettori, ci appare uno scrittore e giornalista gentile e colto, dal perfetto italiano, dai modi calmi e gradevoli, apparentemente pacato, ma capace di guizzi imprevisti non privi di umorismo sottile.

Ogni personaggio del suo libro a modo suo è innamorato, ma in modo differente, e spesso poco sano. Innamorati che forse arrivano ad uccidere, altri che per non deludere le persone che amano semplicemente escono di scena.

“In genere si pensa all’innamoramento come qualcosa di positivo e chi non l’ha provato gli manca – spiega Marìas – è considerato qualcosa che rende più nobili, migliori, e questo può darsi, ma può essere esattamente il contratrio: alcuni innamoramenti diventano per esempio meschini, addirittura violenti e troppo spesso l’amore è valutato come un alibi, una scusante. Vi è una lunga tradizione nella letteratura di tante cose brutte fatte anche per amore, e questo nel romanzo c’è”.

Amore, ma anche morte. I fantasmi sono presenti in tutta la vicenda, compresi fantasmi letterari meravigliosi di grandi autori classici, come la Milady di Dumas de I Tre Moschettieri. Personaggi morti apparentemente e poi risuscitati, ritrovati ma ormai non più appartenenti a nessun mondo, né quello dei vivi né quello dei morti: ormai passati, sia per i loro cari che per loro stessi. Marìas ci racconta che i morti che ritornano rompono un equilibrio, sconvolgono le nuove vite dei vivi, che ormai non vogliono più tornare indietro. 

“Ho scritto racconti di fantasmi e alcuni con il narratore fantasma. Che sa tutto e rimpiange il tempo in cui non sapeva tutto, durante la vita. Il fantasma letterario è una ragione per avere un punto di vista eccellente per raccontare: è uno che non è già qui e niente gli può più accadere, ma non è indifferente alla vicenda”.

“In questo libro c’è una presenza, questo morto, ma ve ne sono anche altri e c’è un’idea che percorre il libro, della vicenda del Colonello Charbert. Come nel romanzo di Balzac uno che è morto, se torna dopo tre giorni va anche bene, ma se torna dopo sei o sette anni può essere una disgrazia. La casa magari non c’è più, i soldi dell’eredità spesi. O nel caso di marito e moglie, magari chi è rimasto si risposa. La perdita quindi è una catastrofe, è l’unica certezza assoluta che incontriamo nella nostra esistenza, ma anche il ritorno a sorpresa di chi pensavamo perso per sempre può rivelarsi un disastro. Forse per questo ci permettiamo di desiderare qualcosa… perchè sappiamo che non può accadere?”.

Javier Marìas fa quello che un bravo scrittore sempre dovrebbe fare: mettere in parole il pensiero e il sentimento che ogni lettore vorrebbe esprimere ma non vi riuscirebbe mai, almeno non così bene. Un lettore che alla fine dovrebbe esclamare: sì, è esattamente come la penso io, solo che non sapevo come dirlo!

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