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Giordano Cossu: una vita da documentarista

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Rosita Ferrato, presidente del Caffè dei Giornalisti, intervista Giordano Cossu, ideatore del progetto cross-media Ruanda, 20 anni dopo. Ritratti del cambiamento.

Giordano Cossu parlaci un po’ di te… Cosa significa essere giornalista documentarista?

Per me si tratta di sperimentare due aspetti di quello che mi piace fare: come giornalista free lance mi permetto di raccontare le storie, far capire i problemi – in maniera più obiettiva possibile – in base all’importanza delle news, in particolare quelle internazionali; il lato documentaristico mi dà invece il tempo per riflettere sui temi che mi interessano, sviluppandoli nel dettaglio con le persone protagoniste della notizia.
Nel web documentario ho trovato quindi un formato che mi è congeniale dato anche il mio interesse a temi legati allo sviluppo, alla geopolitica internazionale, ma con uno sguardo sul sociale, sia in Europa ma soprattutto in altri Paesi. Cerco di spiegare quello che è lontano, magari nelle aree di crisi e che ci viene in genere proposto solo attraverso delle grandi semplificazioni, oppure che viene trattato solamente nel momento in cui c’è un’attualità particolarmente pressante e poi non se ne parla più.

Come ti sei preparato al Ruanda?
Con molta lettura, tanta ricerca sia su internet che sui libri… da cinque anni preparavo questo lavoro e prima me ne ero già interessato: dal ’94, era stato un evento scioccante e mi ero sempre chiesto come si poteva vivere con un tale passato alle spalle.
Molti giornalisti negli anni hanno cercato di spiegare il punto di vista della vittima, del sopravvissuto; ho cercato però di capire anche un contesto connotato dalla convivenza fra sopravvissuto e, potremmo dire il “criminale”, il genocida; o addirittura concentrarmi solo esclusivamente su quest’ultimo, magari uscito di prigione e ritrovatosi a doversi riappacificare con le sue vittime, cercando di ricostruire una vita comune. In Ruanda 2 milioni di persone hanno avuto una parte attiva nel genocidio su una popolazione di 9, un numero enorme.

Com’è stato lavorare lì?
E’ stato fondamentale il contatto umano con le persone che ti spiegano le loro vite: tu sei lì ad ascoltarle, a captare quelle situazioni, quelle sfumature che ti permettono di capire. Ogni viaggio ha le sue particolarità: ad esempio, ad Haiti – il mio precedente web documentario – il problema era avere una risposta sintetica, tutti volevano dare una testimonianza. In Ruanda, il problema è opposto: è molto difficile parlare di temi come il genocidio, e non solo per il motivo più ovvio, ovvero il trauma, la voglia di dimenticare. C’è riserbo anche a causa della situazione politica attuale, in cui c’è una sola versione dei fatti che è quella pubblica; nel Paese, il governo ha un grande controllo sulla libertà di espressione, e la fonte ufficiale dice che si è passati attraverso una fase molto importante di riconciliazione, e che in sostanza tutto va bene. Così, la prima risposta di chiunque incontrassi era: “qui non c’è più nessun problema, mi sono riconciliato, dobbiamo vivere insieme”. A me interessava andare più a fondo e vedere dove questo era vero – e in parte lo è – e dove vi era qualcosa di non detto. Per questo, con il tempo, mi sono calato in questi villaggi e, anche grazie al progetto fotografico che ha accompagnato il lavoro video, sono riuscito ad essere più in contatto e in sintonia con determinate persone e a capire anche come si dovessero porre certe domande e come accogliere le loro risposte. Perché in Ruanda ci sono tante cose che si dicono e molte che si sottintendono: un esempio molto chiaro è che al giorno d’oggi Hutu e Tutsi, le due parole chiave del genocidio, le due etnie, non si pronunciano più; perché è vietato: si può finire in prigione, incriminati per istigazione o propagazione di ideologie di genocidio e la gente ha paura. Per parlare con le persone bisogna quindi anche acquisire un certo linguaggio, per far capire che si ha a che fare, sì con un giornalista, sì con un occidentale, ma anche con qualcuno che si sforza di capire. Questo dispone bene le persone, che sono più pronte ad aprirsi perché sanno che magari il loro pensiero non sarà travisato, non sarà trasposto senza un contesto, ma verrà spiegato.

Quali sono i contenuti di Ruanda, 20 anni dopo?
Ho cercato di raccontare il Ruanda di ieri e di oggi dopo il genocidio, la difficoltà di vivere insieme, e non solo le storie drammatiche di cosa è successo 20 anni fa: nel web documentario non se ne parla, se non con piccoli riferimenti, tutto è incentrato sull’illustrare le relazioni in un villaggio oggi. E ugualmente nel progetto fotografico che accompagna il lavoro, e che ha considerato un po’ tutto il Paese: per ogni persona vi è una testimonianza, anche video, in cui ognuno si spiega, racconta come vive il presente, e come si fa a vivere in una armonia “imposta” quando si è estremamente poveri e ci sono gelosie, rancori uno verso l’altro: la vittima si chiede perché ha perso tutta la famiglia o non può più lavorare per una qualche menomazione procuratagli 20 anni prima; chi ha commesso cattive azioni si chiede invece perché dopo 15 anni di prigione, ha anche perso tutta la sua terra, che gli è stata confiscata, e oggi non può più dire niente, in quanto ex detenuto, magari stigmatizzato per sempre.

Come viene accolto questo modo di fare giornalismo, meno legato all’attualità?
Da parte del pubblico è molto ben accolto, soprattutto dai giovani o da chi vede una differenza nella trattazione, che aggiunge qualche cosa rispetto a quello che è stato detto; è ovvio che poi l’interesse del pubblico è guidato dai media che partecipano ad un progetto e che lo diffondono, quindi ci deve credere innanzitutto un giornale o un canale, televisivo, radiofonico o web.
Come sempre non è facile trovare i fondi, che spesso vanno più sull’attualità che sui lavori di approfondimento anche se in Paesi come la Francia c’è molta attenzione ai progetti “cross-media”. Nel caso di Ruanda, 20 anni dopo, il progetto ha positivamente risentito della circostanza di essere pronto per il ventennale del genocidio e del fatto di proporre una declinazione fotografica, un web documentario e un documentario televisivo, avendo messo in campo competenze non solo giornalistiche, ma anche video, di web, di interazione, di infografica. La declinazione di questi linguaggi complementari ha ottenuto la selezione al Festival della Web TV in Svizzera e al Prix Italia della RAI dove è rientrato tra i 5 finalisti nella sezione Best Digital Storytelling.
Mi piacerebbe svilupparlo in film documentario.

Si può forse dire che è un modo per conciliare un vecchio e un nuovo modo di fare giornalismo: “vecchio” per un modo di approfondire e “nuovo” perché utilizza nuove tecnologie?
Sì. Questo modo di narrar le cose riconsegna anche al giornalista la possibilità di fare un lavoro sul tempo, perché il risultato è moltiplicato: non è solo un reportage di un giorno su un giornale, ma è un “prodotto” che vive addirittura consentendo di essere costruito in diversi momenti, tracciando una storia in corso ed è uno strumento stimolante per dibattere sugli argomenti trattati. L’informazione che il pubblico riceve è più comprensibile, diretta, e avvicina: ciò è rilevante specie quando vengono proposti dei mondi lontani ed è molto facile ragionare per stereotipi- sull’Africa subsahariana ce ne sono di enormi (ad esempio, si crede ci siano solo guerre tribali, mentre invece sono presenti interessi politici economici molto spesso legati alle attività in Europa).
Nei miei lavori, inoltre, mi piace ci sia un messaggio di responsabilità sociale perché è responsabilità di ognuno cercare di comprendere e non limitarsi alla superficie, leggendo solo il primo titolo che gli arriva sotto gli occhi, o offrendo lo slogan del momento, lasciando in secondo piano le persone. Anche nel mondo dell’informazione, il miglior risultato si raggiunge quando chi informa e chi è informato perseguono il buon obiettivo di capire di più la realtà, e non sempre è la prima che ci viene presentata.

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