Home»Libertà di stampa»Freedom House: la democrazia è assediata, ma non sconfitta

Freedom House: la democrazia è assediata, ma non sconfitta

0
Shares
Pinterest Google+

«Mentre una pandemia, l’insicurezza fisica ed economica e un violento conflitto hanno devastato il mondo nel 2020, i difensori della democrazia hanno subito nuove pesanti perdite nella loro lotta contro l’autoritarismo, spostando l’equilibrio internazionale a favore della tirannia».
Così scrivono Sarah Repucci e Amy Slipowitz nel Rapporto sulla libertà nel mondo 2021, stilato paese per paese sui diritti politici e sulle libertà civili dal titolo Democrazia sotto assedio, pubblicato da Freedom House.

L’ente Freedom House si basa sulla convinzione che “la libertà fiorisca nelle nazioni democratiche in cui i governi debbano rendere conto al proprio popolo, in cui prevalgano lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti delle donne, delle minoranze, le libertà di espressione e di associazione”. Ciò che emerge dalla lettura è l‘aumento dell’uso della forza contro gli oppositori politici, mentre gli attivisti – privi di un sostegno internazionale efficace – hanno affrontato pesanti condanne al carcere, torture o anche omicidi.
E così, per il quindicesimo anno consecutivo, si registra un declino della libertà globale.

I paesi in peggioramento sono stati di più di quelli nei quali si è avuto un miglioramento. Si stima che quasi il 75% della popolazione mondiale viva in un paese che ha visto un peggioramento della situazione. E, viceversa, il numero di paesi che hanno ottenuto un miglioramento è stato il più basso dal 2005, suggerendo che le prospettive per un cambiamento di rotta siano più impegnative che mai.

Inoltre, con la diffusione del covid-19, i governi democratici hanno fatto un ricorso maggiore alla sorveglianza, hanno limitato le libertà di movimento e riunione e hanno permesso un’applicazione arbitraria o violenta di tali restrizioni da parte della polizia.
Mentre la maggior parte dei paesi democratici più forti assicurava che qualsiasi restrizione alla libertà fosse necessaria e proporzionata alla minaccia rappresentata dal virus, molti altri – dal Venezuela alla Cambogia – hanno sfruttato la crisi per reprimere l’opposizione e rafforzare il loro potere.

La Cina, la dittatura più popolosa del mondo, incolpata di avere coperto l’inizio della pandemia, ha cercato di sviare l’attenzione da sé di attribuire la colpa agli stessi paesi che sosteneva di aiutare, come quando i media cinesi hanno suggerito che il coronavirus avesse avuto origine in Italia.
Al di là della pandemia, Pechino ha cercato di intimidire altri Stati, basti pensare alla situazione di Hong Kong, dove le manifestazioni pro democrazia del 2019 sono state represse e molte libertà sono state cancellate, allineando la situazione di Hong Kong a quella della terraferma. All’inizio del 2021 più di 50 attivisti sono stati arrestati e ora rischiano pene fino all’ergastolo.

L’India è passata dallo stato “libero” a quello di “parzialmente libero”. Il governo del primo ministro Modi ha continuato a reprimere chi criticava le modalità di chiusura contro il covid. Il movimento nazionalista indù, al potere, ha anche provato a indicare i musulmani come capro espiatorio, incolpandoli per la diffusione del virus. Da quando Modi è diventato primo ministro nel 2014 c’è stata una maggiore pressione sulle organizzazioni per i diritti umani, intimidazioni di accademici e giornalisti e un’ondata di attacchi contro i musulmani. L’anno scorso il governo ha arrestato decine di giornalisti che hanno criticato le misure contro la pandemia.

Se ci rivolgiamo dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, abbiamo tutti ancora negli occhi le immagini dei primi giorni del 2021, quando la folla, incoraggiata dal presidente uscente Donald Trump e dal suo rifiuto di ammettere la sconfitta nelle elezioni di novembre, ha preso d’assalto il Campidoglio. È stato l’ultimo episodio di un anno in cui l’amministrazione ha accusato di frode elettorale gli avversari e ha condonato la violenza della polizia durante le proteste legate al movimento black lives matter.
Anche prima del 2020, Trump aveva contribuito ad abbassare il punteggio degli Stati Uniti per quanto riguarda la libertà, portando avanti una minor trasparenza e politiche più stringenti su immigrazione e asilo. Ma il tentativo del presidente Trump di ribaltare la volontà degli elettori americani è stato probabilmente l’atto più distruttivo del suo mandato.

Perché la democrazia è in declino? Secondo Freedom House, perché i suoi rappresentanti più importanti non stanno facendo abbastanza per proteggerla. È necessaria la solidarietà degli Stati democratici per contrastarne gli avversari e sostenerne i difensori. Le democrazie devono rafforzare anche la loro credibilità interna e le loro istituzioni contro chi ne calpesta i principi nella ricerca del potere. “Se le società libere non riescono a compiere questi passi fondamentali, il mondo diventerà sempre più ostile ai valori democratici e nessun paese sarà al sicuro dagli effetti distruttivi della dittatura”. Come se non bastassero i problemi “ordinari” che devono affrontare le democrazie, il covid ha sicuramente aggravato la situazione, rendendo difficile lo svolgimento delle elezioni e riducendo le libertà di riunione e di movimento. I cambiamenti provocati dalla pandemia hanno lasciato molte società in condizioni politiche peggiori, con disuguaglianze razziali, etniche e di genere più pronunciate e una maggior vulnerabilità a lungo termine.

Uno degli aspetti più colpiti è stata la trasparenza: a dicembre, in Cina la giornalista Zhang Zhan è stata condannata a quattro anni di prigione per i suoi servizi da Wuhan. Il governo bielorusso ha minimizzato la gravità della pandemia al pubblico, rifiutandosi di agire, mentre il regime iraniano ha nascosto i numeri del contagio alla gente. Alcuni governi molto repressivi, come il Turkmenistan e il Nicaragua, hanno semplicemente ignorato la realtà e negato la presenza del virus nel loro territorio. Anche sistemi politici più aperti hanno avuto problemi di trasparenza: negli Stati Uniti molti funzionari hanno fatto disinformazione su trasmissione e trattamento del virus, confondendo le idee e politicizzando una questione che avrebbe dovuto essere di salute pubblica. Il presidente brasiliano Bolsonaro ha ripetutamente minimizzato i danni del covid, ha promosso trattamenti non provati, ha criticato le misure sanitarie dei governi subnazionali e ha seminato dubbi sull’utilità di maschere e vaccini.

In generale, le risposte al covid hanno posto le basi per giustificare l’operato dei governi anche negli anni a venire. Come per le reazioni agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, quando gli Stati Uniti e molti altri paesi hanno allargato le attività di sorveglianza in nome della sicurezza nazionale, così la pandemia ha autorizzato un cambiamento nelle norme che sarà difficile invertire in futuro.

In Ungheria, ad esempio, una serie di misure di emergenza ha permesso al governo di agire per decreto nonostante i casi di coronavirus fossero trascurabili nel Paese fino all’autunno. Il governo ha anche ritirato l’assistenza finanziaria dai comuni guidati dai partiti di opposizione. La spinta per una maggiore autorità esecutiva è comunque in linea con la graduale concentrazione del potere che il primo ministro Viktor Orbán ha portato avanti negli ultimi dieci anni.

In molti casi, comunque, la democrazia ha dimostrato la sua capacità di riprendersi. La Bielorussia è emersa come un fugace punto luminoso ad agosto, quando i cittadini si sono sollevati per contestare i risultati di un’elezione profondamente viziata. Il governo repressivo di Aljaksandr Lukashenko era stato dato per scontato, ma per alcune settimane le proteste lo hanno messo in forse e i cittadini hanno dimostrato il loro potenziale democratico, nonostante le repressioni, gli arresti e le torture. All’inizio del 2021, tuttavia, Lukashenko è rimasto al potere e le proteste hanno continuato ad avere come conseguenza il carcere. I diritti politici e le libertà civili sono diventati ancora più limitati di prima e la democrazia rimane per ora un’aspirazione lontana.

Taiwan ha superato una serie di sfide nel 2020, sopprimendo il coronavirus con notevole efficacia. Ha beneficiato di una precedente esperienza con la SARS e la sua gestione del covid ha rispettato le libertà civili. Seguire le raccomandazioni degli esperti, usare maschere e altri dispositivi di protezione, tracciare i contatti, combinato con la geografia insulare del paese, ha contribuito a controllare la malattia.

Più in generale, la democrazia ha dimostrato la sua adattabilità ai vincoli di un mondo afflitto dal covid. Diverse elezioni si sono svolte con successo in molti Stati. E i giornalisti, anche negli ambienti più repressivi come la Cina, hanno fatto luce sulle trasgressioni del governo, mentre la gente comune dalla Bulgaria all’India al Brasile ha continuato a esprimere malcontento su argomenti come la corruzione, la disuguaglianza, la cattiva gestione della crisi sanitaria, facendo sapere ai loro leader che il desiderio di un governo democratico non può essere facilmente represso.

La democrazia oggi è assediata, ma non sconfitta, conclude Freedom House. La sua tenacia, pur in un mondo così ostile e dopo un anno devastante, è un segnale di resilienza che fa ben sperare per il futuro della libertà. I sostenitori della democrazia devono imparare dall’esperienza del 2020 e prepararsi a trovare risposte che rispettino i diritti politici e le libertà civili anche nelle emergenze.

Previous post

Affari segreti: quanto incide la legge sul segreto industriale sulla libertà di informazione?

Next post

Karen Akoka e il lessico famigliare nel giornalismo sul tema dei migranti