Home»Professione giornalista»Francia, il ruolo dell’informazione sul covid: vizi e virtù dei media sui vaccini

Francia, il ruolo dell’informazione sul covid: vizi e virtù dei media sui vaccini

1
Shares
Pinterest Google+

Quasi la metà dei francesi non si fida del vaccino contro il coronavirus. È quanto emerge da uno studio pubblicato recentemente dall’Istituto Jean Jaurès. Il successo del movimento anti-vax ha valicato le frontiere già da prima della pandemia ma, recentemente, la crisi sanitaria ha innescato un processo nuovo e complesso: il disamore dei francesi verso la politica e le sue istituzioni ha contagiato largamente la sfera scientifica, diventata anch’essa oggetto di sfiducia, e i ranghi dei cospirazionisti anti-scienza si sono ampliati a dismisura.

Come decriptare questo fenomeno? All’inizio della pandemia, il governo francese ha tentennato a più riprese nella gestione della crisi, qualche volta proferendo vere e proprie bugie nei confronti dei cittadini. Resteranno probabilmente negli annali alcune frasi infelici dell’ex portavoce del governo, Sibeth Ndiaye: il suo «I francesi non sono capaci di portare correttamente una mascherina» o, ancora, « e mascherine non servono a niente», esternazioni che hanno generato valanghe di commenti sarcastici sui social e sono diventate materia ambita per i lazzi dei comici.

Nella prima fase della pandemia, la Francia non disponeva in effetti di stock sufficienti di mascherine, così come non disponeva di test di depistaggio disponibili per la popolazione. I medici lamentavano condizioni deprecabili di messa in sicurezza. Alcuni media riportavano immagini di infermieri e personale sanitario protetto da sacchi di plastica della spazzatura, per ovviare alla mancanza di materiale adatto. Ma ammettere di aver gestito l’ospedale pubblico come si gestisce una start-up, seguendo i criteri del profitto, chiudendo decine di migliaia di letti in un paio di anni, non era un’opzione possibile per l’esecutivo. Durante tutto il primo lockdown si è dunque andati avanti con un’infilata di acrobazie comunicative e di messaggi contraddittori.

Non è certo solo la Francia ad aver vissuto questa situazione: la quasi totalità dei governi del pianeta non era pronta ad affrontare un evento simile, e la comunità scientifica stessa si è trovata in difficoltà nel far fronte a un virus nuovo, sconosciuto, dai sintomi e dalle conseguenze eterogenee e imprevedibili. I media, a loro volta, hanno dovuto gestire questa massa di informazioni qualche volta incoerente e, nell’urgenza dello scoop, hanno spesso alimentato la confusione. Non è stato facile elaborare il tutto per l’opinione pubblica: complici l’azione perversa degli algoritmi dei social e una comunicazione mediatica sincopata quando non addirittura schizofrenica, la società intera è stata proiettata in un vortice di dubbi.

Politica, comunità scientifica e quarto potere mediatico sono così saliti sul banco degli accusati e in questo teatro caotico, costellato di domande più o meno legittime e caratterizzato da un’implacabile messa in discussione del dogma scientifico, il cospirazionsimo è penetrato come un cavallo di Troia.

Pauline Londeix

Ne abbiamo parlato con Pauline Londeix, ricercatrice, co-fondatrice dell’Osservatorio della Trasparenza nelle Politiche del Farmaco.

«I complottisti si sono trovati ad agire su un terreno fertile – dice – e una buona parte della popolazione, di fronte all’opacità della comunicazione governativa sulle questioni sanitarie, si è posta dei dubbi legittimi. I complottisti hanno approfittato di questa frattura per portare le loro risposte». In queste settimane, i media d’Oltralpe hanno commentato ampiamente il successo straordinario di Hold Up, un documentario realizzato da Pierre Barnerias, regista prossimo agli ambienti ultra-cattolici francesi e particolarmente vicino agli organizzatori della Manif Pour Tous, movimento per la dissoluzione delle leggi in favore delle unioni omosessuali.  Barnerias ha ottenuto circa 200.000 euro grazie al crowfounding lanciato sulla piattaforma Ulule (che, in sèguito, ha preso le distanze dal regista) per realizzare un video di due ore in cui sfilano sedicenti esperti che con le loro “rivelazioni” intenderebbero mettere in scacco tutta la comunicazione ufficiale sul virus. Accanto a qualche cyber-guru come Silvano Trotta, si trovano alcuni scienziati caduti in disgrazia come Luc Montagnier, passato da un Nobel per la scoperta del virus dell’AIDS alla cloaca del cospirazionismo più becero.

Il vaccino contro il coronavirus sarà vittima del complottismo?

«Se le popolazioni sono diffidenti verso il vaccino, se ne può in parte imputare la colpa alla cattiva comunicazione da parte del governo e, conseguentemente, dei media. È come se i laboratori facessero uscire questi antidoti al virus da un cappello di prestigiatore. Per capire le falle nella comunicazione, bisogna procedere dagli inizi. Nelle prime settimane di marzo, abbiamo saputo che gli Stati Uniti avrebbero investito un miliardo di dollari per il vaccino, l’Europa diverse centinaia di milioni di euro. Da quel momento, la parola d’ordine è stata opacità. Quegli investimenti sono stati concessi ai grandi laboratori senza condizioni: si è innescata una forte dinamica concorrenziale e diversi interessi geopolitici si sono mescolati agli interessi di salute pubblica. Basti pensare al fatto che Donald Trump aveva promesso agli americani un vaccino prima delle elezioni di novembre. La concorrenza tra i diversi laboratori ha fatto sì che sulle modalità di fabbricazione e di ricerca calasse la discrezione più totale. Ogni laboratorio voleva essere protetto da possibili fughe di informazioni e di fatto si è creata una censura. Solo oggi appaiono su The Lancet articoli che forniscono dettagli scientifici sui vaccini disponibili. Questo significa che ogni Paese ha ordinato centinaia di milioni di dosi di vaccini senza sapere esattamente cosa stava comprando».

Le informazioni sui vaccini disponibili oggi sono sufficienti?

«La società ha voglia di sperare, ha voglia di una soluzione definitiva e unica per sconfiggere il virus una volta per tutte. Ma i media si mostrano un po’ troppo accondiscendenti verso questo sentimento. Abbiamo undici vaccini in fase 3. I più performanti e quelli su cui abbiamo più informazioni, i Moderna e Pfizer, sono formulati per ridurre le forme gravi della malattia. Per sconfiggere il coronavirus sarebbe necessario soprattutto ridurre le catene di trasmissione e, oggi, una soluzione-miracolo non c’è. Vaccini come lo Pfizer sono certamente utilissimi, in particolare per la parte più fragile della popolazione: riducono le evoluzioni gravi della patologia, ma devono essere considerati come parte di una gamma più vasta di strumenti necessari alla lotta contro il virus. Un vaccino unico non è “la” soluzione, bisognerebbe spiegare in maniera più approfondita, più pedagogica, che tutta una serie di dispositivi e di misure devono essere mantenuti per frenare la pandemia. Si devono continuare a sperimentare trattamenti efficaci per i malati, è necessario continuare ad adottare i gesti-barriera, sviluppare diversi vaccini per diverse esigenze. Ci deve essere un piano coerente, che esca dalla dinamica di chi arriva primo e dagli annunci a effetto ». 

C’è chi denuncia manovre dei grandi laboratori per arricchirsi ulteriormente.

«Gli stessi sindacati dei laboratori, come la CGT di Sanofi, ammettono che il costo di fabbricazione di una dose di vaccino è molto basso, e i costi per la ricerca sono già in gran parte finanziati pubblicamente. Il prezzo medio di una dose di vaccino finora commercializzato è circa di 40 Euro. Come si giustifica questa cifra? Se la ricerca ha già ottenuto fondi pubblici, viene chiesto di pagare due volte? Il nostro Osservatorio ha chiesto delucidazioni ai laboratori ma le risposte sono rimaste vaghe. Molti fondi vanno, molto probabilmente, nelle attività di lobbying o di marketing, ma non se ne vuole parlare in maniera troppo esplicita. I grandi laboratori farmaceutici ragionano mirando ai benefici economici, qualche volta a discapito dei reali interessi di salute pubblica. Basti pensare alle malattie che colpiscono massicciamente certe aree povere del globo, penso all’Africa che subisce da anni gli effetti devastanti della malaria, o altre patologie come la malattia del sonno, fenomeni tipici delle zone povere tropicali, contro le quali si usano gli stessi farmaci da decenni. Senza che si investa in maniera efficace nella ricerca, perché i benefici sarebbero più limitati. Col Covid, è ovvio che gli interessi economici siano molto alti. Ma la responsabilità dei giganti farmaceutici deve essere congiunta a quella dei governi che non hanno negoziato in maniera adeguata, lasciando completamente carta bianca ai laboratori. Nei rapporti tra questi ultimi e le istituzioni, in genere sono sempre favoriti gli industriali».  

C’è un contributo che i media possono fornire in questa situazione?

«Certo: esigere trasparenza da parte dei governi e dei gruppi farmaceutici. Evitare gli annunci a effetto e fare ricorso a più pacatezza e a più pedagogia. È un cammino difficile ma essenziale per la comunità scientifica, la politica, i media e tutti gli attori della società».

Previous post

«Ancora un giorno»: il docufilm su Kapuściński che scrive il destino dell'Angola

Next post

RSF Press Freedom Awards: dedicato a chi difende la libertà di stampa