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Francesco Bonami: informare con arte

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Arte e informazione: un binomio poco consueto, soprattutto in merito alle reciproche aspirazioni e ai pubblici. Ma se è vero che l’approccio all’arte ha sempre avuto carattere elitario, è pur vero che si tratta di un patrimonio collettivo. Forse è stato proprio l’intento di intercettare una platea più ampia a spingere Francesco Bonami, critico e curatore, a scrivere articoli di arte su “Il Foglio” di Giuliano Ferrara. “I lettori del quotidiano”, precisa, “sono un pubblico che non avrei mai conosciuto. Mi è stato possibile parlare di arte con un mezzo di comunicazione popolare e di non rivolgermi solo a galleristi, direttori di museo e critici. Il grosso impegno è stato quello di farsi capire. Negli Stati Uniti si è obbligati come comunicatori a essere comprensibili, in Italia molto meno”.

Cominciò così il suo ruolo di “divulgatore”, con un articolo su “L’urlo” di Munch che piacque molto al direttore di Vanity Fair, una delle riviste con cui collabora regolarmente: “In questi pezzi”, commenta, “esce fuori il mio animo toscano soppresso da anni di America, la mia vena critica. Mi è stato offerto uno strumento incredibile”.
Molti dei suoi articoli sono stati raccolti nel libro “Lo potevo fare anch’io”, in cui invita i lettori ad affrontare le opere senza pregiudizi e tenta di spiegare cosa distingue un grande artista da un pessimo interprete.
Ci ha provato anche in occasione del Festival Passepartout di Asti, durante una lectio magistralis intitolata “Che numero di scarpe porta il David?”. Il titolo buffo è in realtà una domanda provocatoria: per divulgare l’arte contemporanea occorre riuscire a costruire un ponte invisibile ma necessario tra il David di Michelangelo e la scatola scarpe vuota di Gabriel Orozco, esposta alla Biennale di Venezia del 1993. “Nella storia dell’arte c’è sempre bisogno del buio prima dell’immagine, di momenti di rottura, anche espressi da una scatola di scarpe vuota. Ma il momento in cui l’arte termina la sua manualità e diventa una questione di idee inizia già nel 1915 con il ‘Quadrato nero’ di Malevich”.

Laddove l’arte diventa una questione di idee, allora si pone il problema dell’originalità: non si può copiare un’idea, bisogna sempre averne una nuova. Possibilmente scioccante, come la “Merda d’artista” di Manzoni, dove l’artista è “tutto artista”, anche nelle sue produzioni meno elevate. “E’ un capolavoro?”, si chiede Bonami. “Di sicuro è un capolavoro del pensiero. È un documento più che un’opera d’arte, che ha cambiato il modo di pensare della storia dell’arte”.
Ecco allora che l’arte è tentativo di coinvolgere con tutti i mezzi. Continua Bonami: “Il pubblico è affascinato da tutto ciò che lo rende complice. Pensiamo alla performance di Marina Abramovich al Moma di New York, uno dei templi della storia dell’arte moderna e contemporanea: per giorni è rimasta seduta a guardare chi le si sedeva davanti. L’opera erano due persone che si guardavano senza dirsi nulla, insieme ai tantissimi radunati intorno ad osservare. Nella scatola del museo tutto è concesso. Dall’esperienza dell’opera d’arte torniamo con qualcosa di personale, dunque siamo anche noi un po’ artisti”.

Lo spettatore diventa dunque parte dell’opera d’arte e in una certa misura ne costituisce la condizione. Come in un lavoro di Tino Sehgal, dove il visitatore del museo si imbatte in una sala in due ragazzi che si baciano: crede di essere un intruso, poi però scopre che altri visitatori hanno la stessa reazione, che i ragazzi sono un’opera d’arte e che a un esame più attento stanno prendendo le pose di baci famosi della storia dell’arte, da Klimt a Rodin. “L’arte contemporanea”, spiega Bonami, “cannibalizza l’arte del passato e la trasforma in forme incomprensibili a un primo sguardo”.
Jeff Koons nel 1985 prese un coniglio gonfiabile, lo fuse in acciaio inossidabile e lo trasformò in un’icona dell’arte contemporanea: una cosa a basso costo, alla portata di tutti, diventa un oggetto di culto.
L’arte del resto non va giudicata in relazione all’epoca in cui è prodotta: è anche la prospettiva del tempo che cambia il nostri sguardo sul mondo.

Oggi il pubblico legato all’arte contemporanea è aumentato, è fatto di curiosi che vogliono conoscere l’arte e capirla. Quasi mai di fronte a un’opera ci accontentiamo dell’immobilità e del silenzio, gli esperti sentono sempre il bisogno di spiegare, di verbalizzare, di suggerire un significato. Ma forse ci si può accontentare del dubbio: la scultura di Cattelan con il dito medio alzato piazzata davanti alla Borsa di Milano è un gesto contro il potere economico o piuttosto il gesto del potere economico verso la gente comune?

L’arte può diventare un mezzo di comunicazione molto efficace per influenzare il pensiero collettivo. Con “Guernica” Picasso ha voluto parlare della guerra perché era orripilato dai bombardamenti, ma anche perché immaginava che avrebbe avuto un impatto straordinario sull’opinione pubblica: è stata una strategia di marketing eccezionale.
Quale può essere allora il ruolo dei nuovi media nell’educazione artistica del popolo italiano?
“É evidente una contraddizione”, nota Bonami. “Ci riempiamo la bocca delle fantastiche cose fatte da altri, lodiamo Firenze e Venezia, e ancora a scuola l’insegnamento dell’arte è visto come appena un gradino superiore rispetto all’educazione fisica o all’insegnamento della religione. Non è considerato un caposaldo dell’educazione di un individuo”.
Alla domanda se oggi ci sia un artista sconosciuto da scoprire o ce ne siano tanti da dimenticare, Bonami risponde: “Da scoprire ben pochi”.
Sottinteso che anche le opere d’arte apparentemente più elementari alla fine no, non potevamo farle anche noi.

Elisabetta Gatto

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