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Extinction Rebellion: il movimento chiama i media perché si occupino del clima

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(Foto di Marioluca Bariona)

«Crediamo che la crisi climatica sia il problema più urgente della nostra epoca. Da oggi ci impegniamo a fare la nostra parte». Così inizia l’editoriale pubblicato sul Guardian nel 2019, quando il quotidiano britannico prese una posizione netta sulla grande crisi ecologica che discende dai cambiamenti del clima. Il Guardian ha un obiettivo che non è soltanto informare il pubblico con un giornalismo ambientale di qualità, radicato nei fatti scientifici, ma quello di contribuire attivamente al cambiamento.

Il 18 settembre, a Torino, Extinction Rebellion ha dato vita a una grande e festosa manifestazione che intendeva portare un messaggio chiaro, dal titolo”XR chiama i media: abbiamo bisogno di voi, diteci la verità”. Con un’iniziativa fatta di teatro di strada, interventi, musica, un Die-In pubblico e un’ azione di disobbedienza civile, XR annuncia di essere scesa in piazza «per chiedere che le testate giornalistiche e televisive supportino la lotta contro l’estinzione, dicendo la verità sulla crisi climatica ed ecologica, l’evento più importante e gravido di conseguenze dell’intera storia dell’umanità». La protesta civile si è animata con 14 attivisti incatenati sulla cancellata dei Giardini Reali e sui lampioni di piazza Castello, in attesa proprio dei giornalisti, con il rischio di essere denunciati e identificati dalle autorità di polizia. Indossavano maschere da scimmiette con bocca, occhi e orecchie coperte, a rappresentare i media che non vedono, non sentono e non parlano.

Ma chi sono gli attivisti di Extinction Rebellion? Fondato nel Regno Unito nel maggio 2018 da circa un centinaio di accademici che hanno firmato un invito all’azione (tra loro Roger Hallam, Gail Bradbrook, Simon Bramwell e altri attivisti del gruppo della campagna Rising Up!) il movimento ha radunato, la mattina del 31 ottobre 2018, una folla di cittadini britannici in Parliament Square, a Londra, per rendere pubblica la Dichiarazione di Ribellione di fronte alla sede del governo inglese. Dopo poche settimane, bloccarono pacificamente cinque ponti sul Tamigi, paralizzando il centro della capitale, piantando alberi a Westminster e seppellendo una bara nel mezzo di Parliament Square. Alcuni attivisti si erano legati ai cancelli di Buckingham Palace e avevano scritto una lettera aperta alla Regina d’Inghilterra. Hanno marciato in più di 60 città in tutto il mondo: violenze, abusi di potere e oltre 1.600 arresti non sono serviti a fermarli. In Italia il movimento è nato 2019: per mesi hanno organizzato presentazioni, volantinaggi, iniziative per lanciare l’allarme sulla crisi climatica ed ecologica. Ora sono centinaia, da Torino a Bologna, da Napoli a Milano. La prossima “Ribellione Civile” è prevista dal 5 al 11 ottobre 2020 a Roma.

“Dite la verità”: questo è il messaggio che portava sulla giacca il professor Francesco Gonella, docente di Fisica e Sostenibilità Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi dell’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Gonella è anche il portavoce del movimento: «Siamo in 12.000 e siamo presenti, con le nostre sedi, in 68 Paesi nel mondo. I giornalisti sanno cosa sta succedendo e cosa si dovrebbe fare, come scrivere e cosa sui giornali ma qui, nel nostro Paese, far passare questa linea è difficile. Siamo nati in Gran Bretagna nel 2018 e siamo presenti, con gruppi di affinità, in tutto il mondo: in Asia, in Giappone, in Africa, nel Golfo Persico. Ci sono  più di 1.000 gruppi in Europa, America, Canada e Sud America; in Gran Bretagna si sono uniti a noi organizzazioni di mamme, nonni, camionisti, medici, avvocati, giornalisti».

Negli ultimi anni, alcune delle più importanti realtà giornalistiche come NBC, il Guardian e il Washington Post hanno fatto passi importanti per trattare la crisi climatica con l’attenzione che merita, adattando le loro redazioni a una copertura globale di fenomeni sempre più estremi. L’ informazione, in Italia, è invece ancora molto indietro. Secondo il Rapporto Eco-Media 2019, nei principali telegiornali italiani solo l’1,3% delle notizie ha riguardato la crisi climatica. Sempre secondo il rapporto, promosso da Pentapolis Onlus, dal monitoraggio effettuato tra il 1 gennaio e il 30 settembre 2019 sulle notizie legate all’ambiente proposte all’interno dell’edizione del primetime dei telegiornali (Rai1, Rai2, Rai3, Rete4, Canale5, Italia1, La7) è emerso che lo spazio dedicato all’ambiente è pari al 10% delle notizie. La composizione dei temi ambientali affrontati vede la preminenza delle notizie legate a iniziative per la tutela dell’ambiente (43%); seguono le notizie legate al tema dei cambiamenti climatici (31%), mentre restano nell’agenda, ma con percentuali inferiori, le denunce sui casi di inquinamento (16%) e le notizie sul controverso tema della gestione dei rifiuti (10%).

Sempre il Guardian ha analizzato l’utilizzo delle foto nei magazine e nei quotidiani: in Italia, le immagini sono spesso considerate illustrative piuttosto che informative. I photo editor sono presenti quasi esclusivamente in settimanali e mensili, raramente nei quotidiani, e la figura del photo editor non è prevista dal contratto della stampa.

«Due sono gli articoli particolarmente importanti usciti sul Guardian, uno del 2018 e uno del 2019. Parlano dell’uso corretto della fotografia e dell’illustrazione della crisi climatica sui quotidiani». A spiegarlo è Marioluca Bariona, professionista del 118 e attivista fotografo, che affronta in modo scientifico il tema dello “scatto giusto”: «Il Guardian si è rivolto agli scienziati e agli esperti di comunicazione di Climate Visuals che, nella scelta delle foto, hanno individuato vari principi guida: mostrare persone reali, raccontare storie nuove, mostrare le cause della crisi climatica su larga scala, mostrare conseguenze emotivamente forti, capire il proprio pubblico, mostrare l’ impatto locale, dare attenzione alle immagini di protesta. Lo scopo è aumentare la coerenza tra discorso e immagine e ridurre, o eliminare, quelle contraddizioni tra immagine e testo che possono condurre a sottostimare la percezione del rischio. Alcune incoerenze mettono a rischio i contenuti stessi e il modo in cui percepiamo i rischi dell’emergenza climatica e ambientale».

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