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Elvis Malaj e il suo “mare rotondo” tra Italia e Albania

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Le mie radici, i miei pensieri

«Era venuto fuori che avevo uno spiccato talento nell’intuire la cosa da non fare, e nel farla nel momento in cui non andava fatta. La mia visione della vita e dell’amore era troppo semplicistica, prima di amare gli altri uno doveva amare se stesso. Anello più anello era la definizione di catena, e io, se l’amore non lo incatenavo, non mi sentivo sicuro, solo che quello non era più amore, quello era il mio tipico patriarcalismo albanese. Il mio concetto di donna ideale era rappresentato da mia madre, ossia una donna sottomessa e sessualmente frustrata. Tutto questo discorso, il cui senso lo capivo un po’ sì e un po’ no, me lo stava facendo Giorgia.
Avevo rimesso l’anello in tasca e mi ero alzato in piedi, con il ginocchio dolente, poggiato per errore sullo spigolo di una selce, e cercavo di dare un senso a quel predicozzo su amore, catene e masochismo”».


Elvis Malaj, da “”Vorrei essere albanese” (in Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Racconti edizioni, 2017)

 

Luca Formenton, editore e degno erede della storica famiglia Mondadori, lo descrive come «uno scrittore esordiente a cavallo tra due identità, quella albanese e quella italiana […] una voce narrativa autenticamente nuova, in epoca di autonarrazioni compiaciute e lingue esibizioniste, e proprio nel riaffermare la centralità delle storie la sua prosa mette in scena una letteratura di guado, un invito ad affacciarsi dal terrazzo e a guardare i nostri dirimpettai: come facevano gli albanesi dal tubo catodico sognando un Occidente sgargiante che, nei fatti, non si è rivelato tale».
Elvis Malaj è nato a Malësi e Madhe, in Albania, trent’anni fa. Da quindici vive in Italia: prima ad Alessandria, dove si è trasferito con la famiglia, ora a Belluno.
Ha pubblicato la racconta di racconti Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti edizioni) e, a maggio di quest’anno, il suo primo romanzo, Il mare è rotondo (Rizzoli).

L’INTERVISTA

Lo scrittore Elvis Malaj (1990), nato in Albania, in Italia dal 2005

Il sottotitolo di Il mare è rotondo è “Un romanzo balcanico”: non solo l’ambientazione è tutta albanese – e l’Italia compare sullo sfondo, con contorni sfumati – ma l’atmosfera, i personaggi, le storie sono intrisi di una profonda “essenza balcanica”.

«Sì, devo dire che lo spirito balcanico emerge abbastanza netto nei vari scenari e nelle situazioni che fanno da sfondo alle disavventure dei protagonisti. Anche se nella mia mente non avevo la dimensione culturale e sociale dei Balcani mentre scrivevo il romanzo: il contesto sociale su cui mi ero focalizzato era semplicemente quello albanese. Questo perché i paesi della penisola hanno in comune più di quanto credano; lo puoi riscontrare nelle tradizioni, nella cucina, nella musica, nelle lingue. E fino a un secolo fa circa, prima dell’avvento dei nazionalismi, c’era più promiscuità, convivenza, tolleranza tra i popoli balcanici».

Per lei che, quindicenne, insieme alla sua famiglia ha lasciato l’Albania per trasferirsi in Italia, il mare è (o è stato) metaforicamente rotondo?
«Sì e no. Nel senso che ho attraversato il mare con l’idea che avrei realizzato un certo tipo di vita, che avrei ottenuto certi cambiamenti che poi non si sono verificati. Questo perché non basta cambiare Paese, devi cambiare tu. Quindi, se vogliamo restare nella metafora, ho attraversato un mare rotondo».

Il suo romanzo restituisce un’immagine dell’Albania contemporanea che decostruisce gli stereotipi ai quali siamo spesso legati. A cominciare dalle figure femminili, che – in primis Irena – sono eroine anticonformiste, indipendenti e, a tratti, dissacranti.
«La donna albanese è un po’ in ritardo nel processo di emancipazione rispetto a quella occidentale. Questo non per suoi demeriti ma per certe condizioni storiche del secolo scorso che hanno paralizzato qualsiasi tentativo di avanzamento in tale direzione. Perciò una figura femminile indipendente, come Irena o altre ragazze albanesi che ho avuto modo di conoscere, crea un contrasto più netto, a volte violento, in un tessuto sociale come quello in questione. Ed è una figura che ho sempre ammirato e cercato di raccontare».

Qual è il suo legame con le radici? La scelta di ricorrere alla lingua albanese non solo nell’omaggio alla tradizione ma anche nello slang sembra avvicinarla anche nel presente alla terra d’origine.
«Il rapporto con la terra d’origine, specie se ci hai vissuto per un periodo importante della vita, ha una natura conflittuale che assomiglia molto al rapporto controverso con i genitori. L’ho notato in molti autori e autrici albanesi; mi viene in mente Kadaré, che si è autoesiliato, oppure Ibrahimi, che vuole che i suoi libri vengano tradotti in albanese. Per quanto mi riguarda, penso di avere un buon rapporto, almeno come scrittore».

Mantenere la promessa fatta, il dovere dell’ospitalità, le riunioni nella stanza degli uomini: come si conciliano, oggi, tradizione e modernità?
«Malamente e confusamente con il predominio di quest’ultima, a mano a mano che passa il tempo. Certi valori, come l’ospitalità e la parola data, ormai stanno diventando antiquati anche in Albania. Per questo Ujkan, il personaggio che meglio li incarna, spesso si trova a essere inadeguato o addirittura naif rispetto alle situazioni che deve affrontare».

Gli emigranti di ritorno nel romanzo sono quasi delle caricature. A lei è capitato di provare imbarazzo o disagio, nel tornare in Albania?
«Sì, perché si hanno delle aspettative riguardo all’emigrato che ritorna, che ovviamente tu tieni a non deludere. E le soddisfi nel raccontare i grandi successi che ottieni nella tua nuova patria. Solo che la realtà è ben diversa. E allora il massimo che puoi fare, giocandotela tra il non detto e il lasciar intendere, è almeno non mentire smaccatamente».

Il suo sguardo sull’Italia è cambiato in questi anni? E lo sguardo che ha sentito su di sé?
«Il mio sguardo sull’Italia non è cambiato, o meglio, non sull’Italia in sé. Ciò che è cambiato è lo sguardo sul mondo. Mai come negli ultimi anni i cambiamenti e i fenomeni che hanno interessato le nostre vite sono stati globali».

“Una storia nasce nel momento in cui viene vista”: nel suo romanzo sembra di vedere molte delle storie narrate. Forse perché il suo stile narrativo è molto fedele alla realtà e ci fa sentire vera la narrazione?
«Più che alla realtà, ho cercato di avere uno stile fedele alla semplicità e alla chiarezza senza però comprometterne la qualità letteraria. E l’altro aspetto della mia scrittura è che cerco sempre di togliere il filtro interpretativo dell’autore, e quindi non di dire le cose ma di farle vedere. Poi è il lettore che decide cosa sta vedendo».

 

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