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Elvira Mujčić e quel dialogo difficile tra culture

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Originari di…

«Originari della Bosnia che poi “originari” come termine mi infastidiva parecchio. Di dove della Bosnia? Oh, be’, bastò dire il nome della città perché l’uomo ammutolisse, abbassasse lo sguardo e scuotesse la testa, come a dire che non c’erano parole. […] Eravamo imprigionati nella stessa memoria comune; bastava nominare certi luoghi, certe date, certe persone, e annegavamo».


Elvira Mujčić –Dieci prugne ai fascisti”, Elliot edizioni, 2016

Elvira Mujčić è nata nel 1980 a Loznica, una piccola città della Serbia centrale. Da piccolissima si è trasferita con la famiglia a Srebrenica, in Bosnia, dove ha vissuto fino all’inizio della guerra, nel 1992. Si è poi spostata in Croazia e infine in Italia, dove vive da più di vent’anni e lavora come scrittrice e traduttrice. Laureata in lingue e letterature straniere, ha pubblicato nel 2007 “Al di là del caos”, un diario di viaggio e di vita per far conoscere denunciare l’orrore del genocidio di Srebrenica dove, l’11 luglio 1995, furono uccisi oltre ottomila cittadini d’origine musulmana. È autrice dei romanzi “E se Fuad avesse avuto la dinamite?” (2009), “La lingua di Ana” (2012), “Dieci prugne ai fascisti” (2016) e “Consigli per essere un bravo immigrato” (2019): in tutti ritornano i temi dello sradicamento e del difficile dialogo tra culture. Ha curato la traduzione del cartone animato “Draw not War” e del documentario “La periferia del nulla” di Zijad Ibrahimović (Ventura Film). È coautrice dello spettacolo teatrale “Ballata per un assedio”, che nel 2010 ha debuttato al Festival Teatrale Borgio Verezzi e nel 2013 ha scritto per ChiassoLetteraria lo spettacolo “I quaderni di Nisveta”.

 

L’INTERVISTA

Elvira Mujčić (1980)

Come evidenzi nel tuo libro “Consigli per diventare un buon immigrato”, l’esperienza della migrazione spesso non è percepita come un vissuto ma come un tratto distintivo della persona. Il migrante diventa il portavoce di un paese, esperto solo in virtù delle sue origini.
«Ho giocato su questo rispecchiamento, sulla visione del migrante che non è quella dei due protagonisti, che hanno entrambi alle spalle un vissuto migratorio, ma è quella che la società cuce loro addosso. Nell’immaginario collettivo l’immigrato, spesso e volentieri, si ferma qui. Da un lato ci sono aspetti positivi, ma come ogni ghettizzazione diventa un’identità un po’ stretta, una caratteristica che ti hanno affibbiato. L’esperienza permette una maggiore libertà di movimento, l’etichetta no.
Mi piaceva l’idea di parlare della migrazione in un modo diverso. Noi non conosciamo quasi nulla della migrazione. C’è un gioco teatrale di chi grida più forte, bisogna essere pressanti, graffianti in 120 caratteri, ma ciò non permette di arrivare all’essenza attorno agli orpelli. L’essenza è qualcosa di esistenziale, che appartiene a chiunque faccia parte di un gruppo più fragile o più marginato. Il malato vive esattamente la stessa cosa: gli è cucita addosso l’etichetta del malato, non l’esperienza della malattia. Ho provato a sondare cosa significa essere immigrato, perché è un tratto che investe totalmente la vita di tutti: non è spostarsi da un continente all’altro, ma migrare da un ambiente a un altro che ci costringe a una nuova identità. Tutti ci troviamo continuamente ad aggiustare il racconto di noi, in base a dove ci troviamo. Siamo sempre alle prese con questo: volevo attingere a un significato del migrare più profondo».

Trarre ispirazione dalla vita vissuta, che spesso supera l’immaginazione, dà linfa alla scrittura: la scrittura allora può essere lo strumento per lasciarsi conoscere intimamente e per lenire le ferite?
«Sì, per me la scrittura ha avuto diverse funzioni. Inizialmente, il mio primo libro è stata la classica testimonianza di chi ha vissuto la guerra e la migrazione: avevo bisogno di rimettere a posto, di ricollocare qualcosa di un mondo che si stava sgretolando, di un paese e di una lingua che non esistono più. Ha avuto una funzione terapeutica nel ricucire, ricostruire, lenire e socchiudere le ferite. Poi ho pensato che questa funzione fosse quasi limitante e attraverso altri libri sono riuscita a usare la scrittura come soluzione, perché certe ferite non si rimarginano. Ho voluto risarcire quello che è successo, risarcire la mancanza, reinventare. È per questo che libri come “Dieci prugne ai fascisti” hanno un’idea più ricreativa della scrittura, intesa come ricreare una possibilità laddove nella realtà non c’è. Ad esempio immaginare di dare sepoltura al personaggio di Nana, mentre nella vita reale ciò non è stato possibile. Questo libro ha influito molto su tanti tabù e questioni irrisolte relative alla nostra memoria che, come famiglia, ci portavamo dietro».

“Zeligo, nel suo splendore zelighesco, buttò a terra la borsa con nonchalance e ci venne ad abbracciare con una di quelle strette empatiche tipiche dei viaggiatori che vogliono trasmetterti qualcosa di forte, ma che a te non arriva mai. Desiderano farti sentire le lontananze che hanno dentro e, contemporaneamente, la vicinanza verso di te. Ma finiscono solo per farti innervosire per quell’atteggiamento di padronanza del mondo. Tu che non hai fatto altro che andare avanti e indietro da casa all’ufficio, tu che non hai parlato in dieci lingue diverse in tutta la tua vita, tu che non hai conosciuto tizi partiti dall’Australia a piedi alla ricerca delle loro origini polacche, tu che hai solo annaspato negli ultimi anni della tua vita e ti è sembrata addirittura una sorta di resistenza, non puoi che invidiare quell’atteggiamento”. (Da “Dieci prugne ai fascisti”, 2016)

Qual è il tuo rapporto con la lontananza e la vicinanza e come è cambiato nel tempo?
«Sono due dimensioni spazio-temporali che cambiano nel tempo. Hanno a che fare con la geografia ma anche con la memoria. Nella vita e nella scrittura gioco con la memoria di continuo: le cose lontane diventano vicinissime grazie alla scrittura. Christa Wolf ha scritto che il passato non è morto e non è neanche passato: ecco, con la scrittura io rimetto in moto la macchina del tempo e ogni volta il passato ha una sfumatura diversa, è un gioco strano, un tentativo di equilibrio. Avverto molto questo discorso della lontananza e della vicinanza nella parte linguistica: sento particolare vicinanza alla lingua italiana ma come lingua da adulta, sono monca della lingua dell’infanzia; in bosniaco, al contrario, sono una persona che non è mai cresciuta perché è la mia lingua di bambina. A volte le parole sono destabilizzanti perché aprono all’emotività».

Durante il lockdown, bolla sospesa nel tempo, hai avuto modo di trarre ispirazione per nuovi lavori?
«Ho dedicato più tempo ai libri di altri! Ho tradotto libri di autori dell’ex Jugoslavia, la traduzione è più semplice rispetto alla scrittura perché non c’è la pagina bianca e immergersi nella scrittura degli altri è il modo migliore per restare nella scrittura perché comunque il traduttore riscrive un libro».

 

“La cura verso qualcuno che non poteva più apprezzare la mia cura. Se mai ci fu un gesto gratuito in tutta la mia vita, fu lavare il corpo di Nana morta”. (Da “Dieci prugne ai fascisti”, 2016)

 

 

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