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Elogio del mestiere dell’inviato

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Giorgio Bocca soleva rispondere, a chi tra i giovani gli domandava quali doti servissero per diventare giornalista: «Non preoccupatevi. Se un segreto c’è, è quello che avete già in testa. Il segreto di chi ha orecchio per i suoni del creato, di chi ha occhio per la caccia, dello schermidore che sa parare e tirare». Quando Bocca ci ha lasciato aveva, sì, un computer ma non lo usava troppo spesso: continuava a sfruttare la Lettera 22. Oggi, un Giorgio Bocca in piena attività avrebbe inevitabilmente a che fare con Twitter, con Facebook, con YouReporter: la velocità della notizia ha sorpassato i limiti tecnici dei giornali di carta e dei suoi reportage. Ciò che, però, continua a rendere unico il lavoro del giornalista, anche nell’èra del tempo reale, è proprio… l’orecchio per i suoni del creato o, meno liricamente, la capacità di leggere e filtrare la realtà.

L’editore Il Saggiatore ha da poco pubblicato Italia ventunesimo secolo – Volti e storie degli anni dell’abisso. Il volume raccoglie 14 anni di corrispondenze dell’inviato speciale del Corriere della sera Marco Imarisio, che si chiudono in un libro intenso. E coraggioso: raccontare, fare notizia è ormai un’impresa, di coraggio e di mestiere. Il ruolo del giornalista-sacerdote è (giustamente) defunto, la casta della firma è largamente delegittimata, messa in discussione nella sua essenza: i giornalisti pare non servano più, i giornali nemmeno. Eppure, nello stesso momento in cui l’opinione pubblica misconosce il ruolo sociale del reporter di professione, tende a idolatrare i cronisti-tronisti digitali, sedicenti giornalisti che berciano sul nulla nei talk-show.

Quello di Imarisio, invece, è un libro analogico. Riconduce ai tempi dell’uomo, alla differenza che corre tra il vedere e il saper osservare; uno smartphone può catturare una tragedia con fotogrammi in alta definizione, eppure la potenza dell’immagine non potrà mai sostituirsi all’elaborazione del pensiero. Ecco perché i media sono coloro che, etimologicamente, mediano, devono cioè saper annusare l’aria, tradurre in parole un’esperienza devastante com’è stata, tra le tante, il processo Eternit di Casale Monferrato. Non si diventa reporter in un giorno. Le cronache di Italia ventunesimo secolo spaziano dai disagi delle gioventù perse di Scampia ai gialli che sobillano i pruriti del popolo, come l’omicidio Franzoni di Cogne; c’è posto per la tragicommedia della Costa Concordia, spanciata davanti all’isola del Giglio, e per le lotte sindacali ai cancelli di Mirafiori, per un referendum che ha messo ancora operai contro operai. C’è la mafia, ci sono i drammi sportivi e dell’anima, come la fine del povero Marco Pantani, o le lugubri imprese delle nuove Brigate rosse all’alba del terzo millennio, le storie di quartieri in preda alla prepotenza delle bande criminali.

C’è, su tutto, il significato di un mestiere che ha ancora un significato e una forte utilità sociale: la possibilità di scrivere e pubblicare in tempo reale, come i social network mostrano fin troppo palesemente, non porta con sé, necessariamente, l’arte di saper restituire un significato alle cose, ai fatti, alla vita.

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