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Editoria di Stato?

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Uno Stato socio in perdita degli editori, che regala indiscriminatamente soldi ai giornali e ingrassa le tasche di aziende e giornalisti. Il luogo comune ha attecchito e, almeno in parte, risponde a una situazione che, in Italia, ha visto per molti anni gli editori venirsi riconoscere contributi talora ingiustificati, quando non raccolti in maniera irregolare (1). Anche il dibattito politico recente si è infiammato per la questione dei finanziamenti al mondo dell’informazione, con due posizioni inconciliabili: da una parte chi sostiene il mantenimento di forme di assistenza ai giornali (perché veicoli necessari di pluralismo e informazione) e, dall’altra, chi ritiene che si tratti di una onerosa e intollerabile elemosina di Stato a soggetti che vivono solo per poter incassare elargizioni indebite.

Oggi la situazione degli aiuti all’editoria è cambiata radicalmente, anche se una gran parte dell’opinione pubblica non ne ha avuto notizia o continua a sottostimare i cambiamenti intervenuti. Già sotto il governo Monti, con il decreto cosiddetto Salva Italia di fine 2011, si era difatti stabilto che, entro il 31 dicembre 2014, i contributi diretti all’editoria sarebbero spariti

I contributi diretti altro non sono che le sovvenzioni a fondo perduto per il sostentamento dell’editoria. E vengono riconosciuti – finché in vita, ormai per pochi mesi – solo a tre tipi di giornali: agli organi dei partiti politici, ai giornali gestiti da cooperative di giornalisti e infine, ai giornali delle minoranze linguistiche e organi di enti morali. Di fatto, analizzando i dati forniti dal Dipartimento per l’editoria del governo, queste tre categorie assommano una stretta minoranza delle pubblicazioni in edicola: solo il 10% delle copie di giornali in distribuzione ha beneficiato di finanziamenti pubblici diretti. Le cifre più recenti, riferite al 2012 (il dato si giustifica perché le richieste di contributo si presentano nell’anno successivo a quello di riferimento, di fatto pertanto è un rimborso) vedono Avvenire in testa alla classifica di percettori di contributi diretti, con € 4.355.324,42, seguito da Italia Oggi (€ 3.904.773,62), L’Unità (€ 3.615.894,65), il manifesto (€ 2.712.406,23) e Il Foglio (€ 1.523.106,65). Di seguito, una molteplicità di testate con importi minori. Con una legge del 2012, il governo ha stabilito criteri piuttosto rigidi per l’accesso al finanziamento diretto.

La gran parte della stampa nazionale più diffusa, quindi, non percepisce contributi diretti. Esistono invece, e continueranno a esserci seppur calmierati, i contributi indiretti: non soldi in tasca, ma aiuti. Si tratta, per esempio, della fiscalità di vantaggio per gli editori, che possono usufruire di una aliquota Iva agevolata (del 4% su un quinto delle copie stampate, mentre la quota restante è esente Iva). Non c’è più, invece – è scomparso nel 2010 – il contributo che lo Stato offriva sotto forma di tariffe postali agevolate: il governo, fino ad allora, provvedeva a saldare alle Poste la differenza tra il costo sostenuto dagli editori rispetto al prezzo usuale praticato alla clientela. La misura è stata sospesa sia perché molto dispendiosa, sia perché si è dimostrato che non riuscisse a incidere realmente sulla quantità di lettori dei giornali in formato cartaceo.

Lettori che, dall’inizio della crisi (2008) sono diminuiti, se parliamo di copie acquistate dal giornalaio, del 22%. Ma, anche qui, è necessario allargare il raggio: oggi, in Italia, si vendono circa 4 milioni di copie di quotidiani al giorno. Nel 1990, le copie erano 6 milioni e 800 mila, quasi il doppio. Con la rivoluzione digitale, tuttavia, i giornali hanno conosciuto l’amico-nemico web, cosicché i lettori (compresi quelli delle versioni online) si sono attestati a 22 milioni, un dato che segna una crescita rispetto alle rilevazioni storiche. Circa 6 milioni sono i navigatori web in cerca di notizie sui siti dei quotidiani. Quindi non è che si legga di meno, semplicemente ci sono meno persone che pagano per informarsi poiché utilizzano la Rete e, finora, come già abbiamo avuto modo di raccontare, l’editoria italiana non si è mossa adeguatamente per investire sul digitale.

Anche  l’agevolazione sul prezzo della carta, voce di costo che è una croce di tutte le case editrici, è ormai sparita da tempo: i diffusi aumenti dei prezzi di copertina hanno tutti causa nell’interruzione di questo beneficio. 

Un nuovo pacchetto di provvedimenti intesi ad aiutare un settore in difficoltà è stato tuttavia previsto dal governo a fine 2013, con una norma contenuta nel decreto noto come Stabilità. Si tratta di un Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria, finanziato con 120 milioni di euro: 50 milioni saranno disponibili quest’anno, altri 40 milioni nel 2015 e gli ultimi 30 milioni nel 2016. Il testo della legge precisa che il fondo è “destinato a incentivare gli investimenti delle imprese editoriali, anche di nuova costituzione, orientati all’innovazione tecnologica e digitale e all’ingresso di giovani professionisti qualificati nel campo dei nuovi media e a sostenere le ristrutturazioni aziendali e gli ammortizzatori sociali”. Con i regolamenti attuativi presto emanati, si saprà quanta parte del fondo sarà dedicata a raddrizzare situazioni di crisi, prepensionamenti e riduzioni di stipendi e quanta, invece, verrà investita per ammodernare e rilanciare le pubblicazioni più arretrate, magari offrendo nuove opportunità a qualche giovane giornalista.

 

(1) Basti pensare all’azione di recupero messa in atto dalla Guardia di finanza, i cui risultati sono stati pubblicati a novembre 2013, relativa ai contributi per il solo anno 2010. L’azione di recupero crediti, per situazioni in cui l’autorità ritiene che i contributi siano stati erogati in mancanza dei requisiti o in carenza delle azioni che a quei contributi avrebbero dovuto fare seguito, ammontano a 8,7 milioni di euro e coinvolgono 239 testate. Figurano, poi, altri 64 miloni di euro di importi revocati, per i quali è stato dato mandato all’Avvocatura dello stato per il recupero delle somme: si tratta di soldi versati dallo Stato tra il 1998 e il 2011.

 

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