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Dietro le quinte della redazione

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grassiaNon un manuale di giornalismo, né l’autobiografia di un inviato celebrato dagli onori della cronaca: “In mongolfiera contro un albero. Vita vera del giornalista della porta accanto”, scritto da Luigi Grassia, giornalista de La Stampa, è una carrellata di esperienze di un uomo normale, che dal 1989, quando è stato assunto, ha alternato alla “cucina” del giornale un buon numero di viaggi in 50 Paesi diversi

Nella prefazione Massimo Gramellini si dice contento perché finalmente quando gli verrà posta la consueta domanda “Cosa fa il giornalista?” potrà rispondere: “Andate a leggervi l’ultimo libro di Luigi Grassia”.
Con una narrazione scorrevole e la cura per la “semplicità”, intesa come volontà di essere compreso da tutti, ma di riuscire al contempo a dire delle cose, Grassia ci introduce al mondo dei redattori: “I giornalisti sono sovraesposti con le loro facce in televisione, ma poco si conosce del loro mestiere”, afferma l’autore. “I reportage d’autore non lo raccontano e le redazioni sono tutt’altro rispetto a come vengono sceneggiate in tv”.

E allora Grassia, che troppo conosciuto non è, può permettersi di svelare il “dietro le quinte” di una redazione, con i suoi personaggi, gli aneddoti, le dinamiche.
La redazione era un corpo vivo, un open space dove circolavano e si scambiavano racconti e notazioni”, commenta il giornalista Mimmo Candito, intervenuto alla presentazione del libro di Grassia al Circolo dei Lettori di Torino. “Da casino straordinariamente vivace, con l’avvento delle nuove tecnologie si è trasformata in una cattedrale. Il computer richiede un dialogo biunivoco, ti ingloba e non consente l’interazione con gli altri. Assistiamo a una trasformazione profonda, a una mutazione genetica, perché il giornalismo ha perso la sua identità di fronte all’egemonia di internet e così pure il suo valore di testimonianza.”
Ma il fil rouge dell’ultimo libro di Grassia, come osserva Alessandra Comazzi, critica televisiva, è proprio la testimonianza giornalistica: mettendo in campo le sue tre anime di giornalista, di viaggiatore e di scrittore, egli riesce a restituire al lettore uno spaccato autentico delle realtà e delle situazioni osservate, sempre con una nota ironica o autoironica.

“Di Grassia apprezzo l’essere un giornalista di qualità“, continua Candito, “benché provenga da un ecosistema fortemente segnato quale la scuola di Marentino. Ha saputo tener fede al dovere di indipendenza e di autonomia di giudizio che compete a ciascun giornalista. E tanto più oggi, in un’epoca in cui si chiede la velocizzazione più che la qualità, la comunicazione più che l’informazione. Invece il buon giornalista non guarda solo, ma vede. Ha bisogno di tempo, strumenti culturali, contatti. E non si accontenta dell’estetica dell’apparenza”.
Non lo fa Grassia, che rinuncia a essere un semplice “impiegato dell’informazione” per diventare un professionista della verità e raccontarcela, tra avventure dentro e fuori la redazione, dall’Himalaya all’Arizona, in compagnia di principesse, capi di stato e miti dello sport, a bordo dei più improbabili mezzi di trasporto.
La mongolfiera citata nel titolo è proprio il simbolo di ciò che può accadere nel suo mestiere: dall’esterno la redazione di un giornale sembra un orologio svizzero, ma sono proprio gli ingranaggi inceppati, le falle, gli imprevisti che aprono uno squarcio attraverso il quale si può vedere la realtà così com’è.

 

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