Home»Professione giornalista»De Benedetti e Tyler Brûlé: la mia scommessa con Domani e la “digital-carta”

De Benedetti e Tyler Brûlé: la mia scommessa con Domani e la “digital-carta”

1
Shares
Pinterest Google+
Tyler Brûlé e il suo Monocle

In piena emergenza Covid, e dopo una dozzina di anni di crisi del settore, il fondatore del gruppo Repubblica-Espresso Carlo De Benedetti ha lanciato una nuova iniziativa editoriale, di carta e sul web, Domani. Dopo qualche mese di cantiere, il quotidiano è in edicola dal 15 settembre e Tyler Brûlé, l’inventore di Monocle di cui il Caffè aveva raccontato la straordinaria storia, ha intervistato De Benedetti nel suo celebre podcast The Chiefs, per chiedergli conto di una scelta tanto coraggiosa: un nuovo giornale, anche di carta, oggi, in Europa, e per giunta durante una pandemia che promette ulteriori tracolli finanziari.

Domani, nelle sue intenzioni, conta non tanto sul vecchio modello di business – che non funziona più, almeno nei numeri cui eravamo abituati – dei forti investimenti pubblicitari che sostengono i costi e generano profitti, ma sulle sottoscrizioni da parte dei lettori. Punta a creare una comunità di lettori digitali paganti, senza abbandonare il prodotto cartaceo: un po’ ciò che ha fatto, su scala ovviamente maggiore, il New York Times. «Il panorama dei giornali è cambiato molto negli ultimi mesi» ha detto De Benedetti, facendo sicuro riferimento alla fusione La Stampa – La Repubblica. «La gran parte degli editori italiani sono aziende che si occupano di altro, e che comprano giornali soprattutto per evitare che questi li critichino. È una distorsione del mercato. E oggi il mercato dei media è molto povero in tutto l’Occidente, per il crollo della pubblicità e della distribuzione. Ho pensato che una maniera per correggere questa distorsione fosse creare un nuovo giornale, tutto mio. Per i primi due anni lo tratterò come una startup, dopodiché la proprietà passerà a una fondazione, cosa che è assolutamente un’eccezione nel panorama italiano, un po’ come succede con il Guardian e il Frankfurter. La fondazione in sé non è una garanzia di indipendenza ma, secondo me, ne è una precondizione: perché elimina gli interessi personali ed economici e scongiura i collegamenti a parti politiche. Ci sono le condizioni per avere successo: dipende da noi fare un buon lavoro».

Brûlé ha obiettato che un giornale è anche una impresa che deve generare profitti, deve sostenersi economicamente e non solo sperare che esistano donatori, come le fondazioni, che lo alimentino. De Benedetti ha replica così: «Lo penso anche io: e per questo parlo di indipendenza sostanziale. Con essa, intendo il fatto che il giornale deve fare profitti e non avere sussidi, neanche da parte della fondazione. La fondazione è solo uno strumento per dire ai lettori che non dipendi da poteri e centri di interesse. Ma, secondo, me Domani è un giornale che si potrà sostenere sulle sue gambe. Nel caso del Washington Post Jeff Bezos, il proprietario di Amazon, ha scelto quel giornale e non, per dire, il Boston Globe perché senz’altro voleva più essere influente in quella città. Ma c’è una bella differenza tra un tycoon come Rupert Murdoch e altre persone che vogliono proteggere i loro interessi principali investendo sulla stampa. In Italia non vedo nuovi tycoon ma, per esempio, il gruppo che ha il controllo della Stampa e di Repubblica ha concentrato il 20% dell’editoria di quotidiani nelle sue mani per ragioni chiaramente legate alla Fiat e non per interessi specifici nella giornali».

Brûlé ha chiesto a De Benedetti se il nuovo giornale sia un prodotto assimilabile al Foglio: «No, il Foglio è una bella pubblicazione ma è molto settoriale. Noi vogliamo che Domani sia un giornale letto, che informi su politica, economia, con un gruppo forte di giornalisti investigativi, con un occhio attento alla green economy. Siamo lontani dal modello del Foglio, che si rivolge a una élite. Dopodiché siamo una iniziativa digitale, il cui successo dipenderà dagli abbonati all’edizione digitale. La carta esiste perché, semplicemente, ho capito che un sito senza versione di carta avrebbe avuto difficoltà a emergere, perché la mentalità del pubblico è tale per cui l’edizione cartacea è ancora importante, e lo è per questioni culturali. I giornali tradizionali sono passati dalla carta al digitale, noi facciamo esattamente al contrario: il successo non passa dal numero di copie di carta vendute, ma dal numero di sottoscrittori digitali. Non ci sono altri giornali che abbiano iniziato in questo modo. Perché mi sono sobbarcato il discorso della carta nel 2020? Perché, probabilmente, c’è un pregiudizio nei confronti delle pubblicazioni solo sul web. Del resto si chiamano newspapers perché sono news su paper, su carta. E questo fa ancora presa sul pubblico. È inutile mandare copie in tutte le edicole, in Italia ce ne sono ancora 10.000, anche se stanno progressivamente diminuendo, ma l’edicola è ancora un punto di riferimento per i lettori di giornali. Non nelle piccole città, perché non sarebbe sostenibile economicamente, ma nelle grandi città e in almeno 4.000 edicole Domani ci sarà».

Su quanto Domani punti a rivolgersi all’opinione pubblica europea: «Se si parla di pubblico europeo, i giornali italiani scontano l’handicap della lingua: quanta gente influente in Europa parla italiano? La digitalizzazione, però, fa sì che si possa essere presenti in Europa anche senza muoversi. Ma io, con Domani, penso a un giornale che guardi all’Europa come l’unica strada per un futuro sostenibile e non drammatico. Noi vorremmo diffondere, presso i nostri lettori, questa mentalità, e non soltanto per ragioni commerciali. L’Italia, se vuoi identificare la vera anima dei valori italiani, si è fatta strada con gli artigiani che sono diventati artisti: Michelangelo, Leonardo, Raffaello. Non dobbiamo copiare i modelli americani, anzi: abbiamo già insegnato a mezzo mondo come apprezzare l’arte, la cultura, la bellezza, i gusti e i sapori».

Brûlé lo stuzzica, in chiusura, sul fatto che l’editoria abbia disimparato a vendere spazi pubblicitari: un tempo, giornali e riviste straboccavano di pubblicità di aziende di primo livello, dal lusso al consumo di massa. Ora, non più. «Abbiamo dimenticato come vendere i giornali? Beh, una volta tutti i grandi marchi facevano pubblicità. Oggi esistono due mondi, la pubblicità su carta e sul web. Con Domani, avremo appena 16 pagine e abbiamo già prenotato ordini, ancora prima di uscire, per 50 pagine di pubblicità. Ma non faremo molto affidamento su quello, non vogliamo disturbare il lettore con troppe inserzioni. Sul web, invece, il discorso è totalmente diverso: si attira pubblico con i social media e bisogna giocare il gioco che si gioca lì. Non parlo solo della versione digitale del giornale, ma proprio dell’edizione digitale, che deve rivolgersi a un pubblico più giovane. Vogliamo che i giovani tornino a leggere un giornale come fonte di informazioni. Sono molto fiducioso che questa domanda di informazione tornerà, perché la ragione della nascita dei giornali era proprio quella di mettere in ordine le notizie: la più importante in prima pagina, poi in seconda eccetera, fino alle non-notizie che venivano scartate. Sul web, oggi, i ragazzi trovano tutte notizie senza gerarchia, molte delle quali false, che attraggono il pubblico meno attrezzato per scegliere. Il grande errore dell’industria editoriale degli ultimi vent’anni è stato quello di associare il concetto di Internet, che è gratis, al distribuire valore e contenuto gratuitamente sul web. Il reddito digitale del New York Times, proprio in questi giorni, è stato dichiarato per la prima volta maggiore – nell’ultimo quadrimestre – rispetto all’edizione cartacea. Credo che sia un punto di svolta, perché per la prima volta i numeri di lettori e investimenti pubblicitari digitali di un grande giornale tradizionale hanno superato quelli dell’edizione di carta. Ecco, noi guardiamo in quella direzione».

Domani starà stampato dalle stamperie del Corriere della Sera, grazie a un accordo con Urbano Cairo. Il direttore è Stefano Feltri, ex del Fatto Quotidiano, classe 1984. De Benedetti ha specificato che nessun giornalista di Repubblica è stato ingaggiato proprio perché il giornale non intende percorrere lo stesso cammino del quotidiano che l’imprenditore fondò nel 1976 con Eugenio Scalfari. Nella squadra figura anche Giorgio Meletti, ex del Corriere e del Fatto, che coordinerà le inchieste proposte dai freelance e scelte – altra iniziativa innovativa, rispetto al modello tradizionale dei quotidiani – insieme agli abbonati. 

 

Previous post

George Simenon secondo Codignola: il Mediterraneo come nostalgia del sud

Next post

Extinction Rebellion: il movimento chiama i media perché si occupino del clima