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Dare la vita per gli altri: l’ultimo messaggio di Abdezarrak Zorgui

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Non c’è pace per i precari tunisini e, a pagare con la vita in un gesto tragico, è stato un giovane giornalista e fotografo di Kasserine. Il 24 dicembre 2018, il 32enne Abderrazak Zorgui ha pubblicato un agghiacciante video, filmato con una calma e razionalità sconvolgenti, cui ha fatto seguire la sua auto-immolazione. Prima di darsi fuoco con una bottiglia di benzina, Zorgui ha descritto la sua disperazione e ha invocato la rivolta. Ha espresso frustrazione per la disoccupazione e per le promesse non mantenute della rivoluzione araba della primavera 2011. “Per i figli di Kasserine che non hanno mezzi di sussistenza, oggi comincio una rivoluzione: mi darò fuoco”, ha detto. Zorgui, 32 anni, lavorava per la televisione locale Telvza Tv, un canale giovane e con pochi mezzi, nato nel 2013. Facendo riferimento alla sua decisione di togliersi la vita, ha spiegato che se il suo gesto avesse portato anche solo un suo concittadino a ottenere un lavoro, allora non sarebbe stato inutile. Kasserine, la città in cui Zorgui viveva, è tra le zone più povere del Paese, con altissimi tassi di disoccupazione e redditi pro-capite spesso sotto i limiti della sussistenza. Una situazione che in sette anni, dall’inizio della primavera araba, non ha conosciuto alcun miglioramento.

Le autorità locali hanno arrestato numerose persone, durante le proteste scoppiate dopo la diffusione della notizia del suicidio del freelance: in particolare, si sono scatenate rivolte nella provincia di Kasserine e a Tebourba, vicino a Tunisi. Scontri tra polizia e autorità tunisine hanno avuto luogo in diverse regioni tunisine. A Kasserine e alla sua crisi sociale ed economica, particolarmente afflittiva per i giovani, è stato dedicato un documentario, “Voices from Kasserine”, che il Caffè ha visionato e analizzato. Non è la prima volta, nel 2018, che la Tunisia diventa teatro di proteste di piazza, anche violente. La ragione, sempre la stessa: mancanza di lavoro e prospettive, disuguaglianza sociale, poco futuro per i giovani, promesse di riforme non mantenute.

 

Le più violente proteste nel Paese si sono viste proprio a Kasserine, nella zona centro-occidentale della Tunisia, dove la polizia ha usato gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti che lanciavano pietre. Secondo la radio ShemsFM, l’esercito è stato schierato per aiutare la polizia ad affrontare i manifestanti e proteggere gli edifici statali. Neanche la capitale è stata risparmiata: a Tunisi, decine di manifestanti si sono radunati su Bourguiba Avenue, la strada principale, per protestare contro i costi degli aumenti di vita e hanno scandito slogan ostili al regime. Nel frattempo, il portavoce del tribunale di Kasserine, Achref Youssefi, ha dichiarato che è stata aperta un’indagine “per non aver assistito una persona in pericolo”, dopo la morte di Zorgui. Un gesto dall’utilità dubbia.

La tragica fine di Zorgui succede a una simile autoimmolazione, messa in atto da Mohamed Bouaziz – un venditore ambulante che lamentava disoccupazione, corruzione e repressione. I fatti che coinvolgevano Bouaziz avevano portato a una escalation delle proteste a livello nazionale, alimentate dai social media che avevano contribuito ad abbattere il governo del presidente autoritario di lunga data della Tunisia, Ben Ali, nel 2011. La cosiddetta “primavera di Tunisi” aveva inaugurato movimenti e speranze per la democrazia per la Tunisia, nonché scatenato simili movimenti in tutto il mondo arabo, comprese la Libia, lo Yemen e l’Egitto.

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