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Dai cartoni animati al carcere: la storia di Ashraf Hamdi

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«Mi stanno arrestando». Queste le ultime parole postate su Facebook dal fumettista egiziano Ashraf Hamdi il 25 gennaio scorso. Poi più nulla. Da allora, centinaia di utenti hanno condiviso il messaggio ma, di lui, si sono perse le tracce.
Ashraf Hamdi ‒ uno dei più grandi fumettisti del paese, secondo il canale statunitense in lingua araba al-Hurra ‒ gestisce il canale YouTube Egyptoon, con più di 3 milioni di iscritti. Pubblica video divertenti, che commentano con ironia e sarcasmo la situazione in Egitto e nel Medio Oriente.

Per il 10° anniversario delle prime manifestazioni che hanno rovesciato il regime di Mubarak, qualche giorno fa Hamdi ha pubblicato online un video-tributo dedicato ai manifestanti uccisi negli scontri con le forze di sicurezza nel 2011, gli “eroi” di Mohamed Mahmoud street nel centro del Cairo. Questo potrebbe essere il motivo del suo arresto: alcune fonti hanno confermato all’agenzia di stampa Reuters che le autorità lo hanno arrestato prelevandolo da casa sua con l’accusa di abuso di social media e diffusione di notizie false.

In sua difesa si sono subito alzate le voci di chi difende i giornalisti e la libertà di stampa. Le organizzazioni egiziane che si occupano di tutela dei diritti umani, a partire dalla Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf, la stessa che segue il caso di Giulio Regeni), hanno sùbito denunciato l’episodio, chiedendo di rivelare il luogo in cui è detenuto Ashraf Hamdi, in modo da consentire il contratto con i suoi familiari e gli avvocati. Il direttore della rete araba per l’informazione sui diritti umani Gamal Eid ha chiesto l’immediato rilascio di Hamdi: «Speriamo che il pubblico ministero si affretti a fermare questo crimine. il suo arresto indica chiaramente che la polizia non è cambiata e che un tale approccio è una caratteristica intrinseca dell’apparato di polizia in Egitto».

Reporter senza frontiere ha condannato il “cinismo” delle autorità egiziane in seguito all’arresto di Hamdi proprio nel 10° anniversario della rivoluzione, affermando che la libertà di stampa nel paese è al suo punto più basso: «Dieci anni dopo la rivoluzione egiziana, il governo di al-Sisi ha messo la museruola ai giornalisti e ai media del paese ‒ ha detto Sabrina Bennoui, a capo della sezione per il Medio Oriente di RSF. I giornalisti non possono più dire quello che pensano e non hanno altra scelta che ripetere la linea ufficiale o rischiano di essere incarcerati per aver minacciato la stabilità dello Stato».

Secondo RSF, più di 100 giornalisti sono stati soggetti ad arresti arbitrari o incarcerazioni dal gennaio del 2014. «La detenzione di Ashraf Hamdi dimostra ancora una volta che l’Egitto è un paese in cui il dissenso e l’espressione critica non sono tollerati ‒ ha detto Ravi R. Prasad, capo dell’Advocacy dell’IPI (International Press Institute, una rete mondiale di media e giornalisti per la libertà di stampa). Chiediamo alle autorità di rilasciare immediatamente il signor Hamdi, che, oltre a essere stato arbitrariamente privato della sua libertà, ora deve affrontare un’ulteriore minaccia per la salute essendo rinchiuso nelle affollate strutture egiziane mentre la pandemia COVID-19 continua a imperversare». Secondo i dati IPI raccolti nell’ambito della sua campagna #PressEgypt, più di 60 giornalisti sono attualmente imprigionati in Egitto.

Ma cosa c’era di tanto grave nel video di Hamdi, quello che lo ha portato all’arresto? Si vede la figura di un giovane, idealmente un rivoluzionario stanco e disilluso dal fallimento della Rivoluzione di piazza Tahrir dieci anni prima, col volto che cambia espressione mano a mano che l’immagine si allarga: il protagonista è in piedi su due staffe, ognuna collegata a un camion militare in movimento. I due mezzi, poi, si allargano facendo presagire una brutta fine. Nella fase finale del video, la voce narrante spiega il senso generale dell’opera, dall’orgoglio di una battaglia per i diritti umani al destino segnato di una trappola ordita dal regime. Il video termina con la parola araba “mikamileen”, che significa “continueremo”. Il video, attualmente, non è più disponibile.

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