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Da Torino al mondo: le radici di Demichelis

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Rosita Ferrato, presidente del Caffè dei Giornalisti, ha dialogato con Davide Demichelis, regista, autore e conduttore del programma di reportage dal mondo Radici, in onda il venerdì in seconda serata su Rai Tre.

Davide Demichelis, autore di Radici (Rai Tre)Quali sono stati i tuoi esordi giornalistici? 
Il mio primo articolo in prima pagina fu per un giornale locale, Nichelino Comunità. Trattava dell’acquedotto. Nel 1986 iniziai a collaborare con loro e, contemporaneamente, a scrivere per La Voce del Popolo; anche lì, il caso ha voluto che il mio primo articolo andasse in prima pagina. Era il 4 ottobre del 1986, la giornata senza fumo.
Per tre o quattro anni ho poi seguito, sempre per La Voce, la Regione Piemonte, le varie giunte, il referendum sul nucleare, le questioni ambientali; poi ho iniziato a lavorare con Nova-T e lì girai il primo documentario, sul servizio civile. Prima scrivendo solamente i testi, poi aggiungendo regia e riprese. Infine arrivò il contratto con la Rai a Torino, nel 1999.

Ti sei occupato anche di scenari di guerra...
Sì, perché dopo quattro anni a Nova-T mi ero licenziato. Volevo seguire l’attualità: lì avevo avuto qualche occasione, infatti il primo viaggio in Africa era stato per loro, in Eritrea e in Etiopia; però in Nova-T, giustamente, non c’erano molte possibilità in quel senso. Seguire l’attualità è molto rischioso, e non solo perché vai a infilarti in situazioni potenzialmente pericolose, ma anche dal punto di vista imprenditoriale: non sei mai sicuro di vendere il tuo prodotto. Così, pur mantenendo una collaborazione, nel ’94 decisi di licenziarmi.
Me ne sono andato il lunedì, il martedì ero già sull’aereo dell’Aeronautica militare, destinazione Somalia. Sono stato là due o tre settimane e sono tornato proprio qualche giorno prima dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che avevo conosciuto da quelle parti. Sempre in quell’anno ho seguito il Ruanda del genocidio; l’anno dopo ci fu il Sudan. In quegli anni, il mio obiettivo era fare l’africanista, del resto il tarlo dell’Africa continua a “girarmi” dentro. Lo facevo da free lance, in un periodo in cui c’erano ancora molti inviati assunti dai giornali. Una situazione che si è molto evoluta nel giro di poco tempo, vista l’incidenza dei costi e delle assunzioni. 

A un certo punto, però, cominciai a voler tirare i remi in barca rispetto ai conflitti, perché con il mestiere dell’inviato di guerra c’erano due problemi: uno era personale, poiché l’idea di fare il papà non si coniugava bene con un mestiere come quello. L’altro professionale: cominciavo a percepire il rischio del cinismo, che è il grande pericolo di ogni inviato. Si comincia a dire: quanti morti? Se sono pochi, allora non scrivo, cose così. Sentivo il bisogno, dal punto di vista professionale e non solo umano, di andare via; per caso è spuntata l’occasione di lavorare per una trasmissione Rai che allora si intitolava Il regno degli animali, e progressivamente è diventata una esperienza totalizzante. Ma sugli scenari di guerra, chissà, prima o poi ci tornerò…

Raccontaci come è nato Radici. 
È sorto nel 1997, da un viaggio nelle Filippine: ho pensato di seguire la storia di una ragazza che avevo visitato nel suo villaggio, per vedere cosa fosse cambiato dopo la sua emigrazione. Ed era cambiato davvero molto. Nel 2003 il mio dirigente di Rai Tre mi disse che si sarebbe potuto fare qualcosa di analogo con le storie delle badanti: mi sembrò un’idea ottima. Gli risposi: facciamolo! Allora iniziai a parlarne alla mia azienda, prima timidamente perché ero anche impegnato con un altro progetto, Timbuctù, e poi perché non c’erano molti soldi da investire. Successivamente, tramite la cooperazione italiana sono arrivati i finanziamenti e l’avventura è andata in porto. Stesso discorso per la seconda edizione: abbiamo trovato i fondi con la Comunità Europea grazie al Cisv, una storica Ong di Torino, così come con Fondazioni 4 Africa e con la Compagnia di San Paolo di Torino.

Il programma ha un nome suggestivo, Radici. Ci sono anche le tue, di radici?
In un certo senso sì. Io sono di Nichelino, un paese di migranti, che ha raccolto l’immigrazione Fiat della seconda ondata, forse quella più consistente. Per cui io, che in una famiglia piemontese sono nato e vissuto, ho giocato a pallone con coetanei che parlavano un altro dialetto, in anni in cui c’erano cartelli esposti sui portoni con scritte come “Non si affitta ai meridionali”. L’immigrazione che conosciamo oggi, quella che proviene dall’estero, funziona con gli stessi meccanismi che abbiamo conosciuto: il mio vissuto nell’infanzia, nell’adolescenza gira ancora da qualche aprte nella pancia, mi aiuta a ricordare che capita di affezionarci a una persona, ancor prima che a un Paese o a una cultura. L’idea di Radici è proprio quella di prendere spunto da un volto, da una persona, per raccontarne le radici, la sua patria e la sua cultura. Conosci un pezzo di mondo e così conosci meglio i tuoi vicini di casa.

Come ti prepari ai viaggi di lavoro?
Cerco di leggere il possibile, mi faccio raccontare esperienze dalla gente, faccio ricerche su Internet. In vent’anni di mestiere, qualcosa ho imparato. Però viaggio molto di più… a naso che altro: imparo dai racconti delle persone, dalle testimonianze. Vero, su Internet si può trovare una miniera di informazioni, ma vanno trattate con cautela. Un esempio: quando sono stato in Bosnia, la situazione di quel Paese era complicatissima, non riuscivo a venirne a capo. Ricavavo notizie da tutti gli articoli ma non riuscivo a trarne un’idea d’insieme e poi sono andato là, con i piedi in quella realtà, e dopo quattro o cinque giorni già stavo capendo la situazione.

E per il futuro?
Speriamo di fare la terza edizione di Radici!

Dove vorresti andare?
Cile, Argentina, Perù, Etiopia, Sudan, Albania, Romania, India, Sri Lanka, Bangladesh, Palestina, Iran, Turchia… Con gli immigrati in Italia possiamo fare il giro del mondo e, una volta finito, lo possiamo ricominciare!

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