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Da Françoise d’Eaubonne al terzo millennio: il nuovo femminismo, l’informazione, l’ambiente, la demografia

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Françoise d’Eaubonne (Parigi 1920 – Parigi 2005)

C’erano una volta gli anni Settanta, quelli delle rivoluzioni, del «make love not war», del pacifismo, delle battaglie per i diritti femminili e soprattutto gli anni in cui, come oggi, si faceva sentire nel profondo delle società l’esigenza di inventare un mondo migliore. Nel 1974, la francese Françoise d’Eaubonne scrisse Il femminismo o la morte. Un concetto nuovo si era fatto strada grazie a lei: l’eco-femminismo, la sintesi di due battaglie, quella per l’uguaglianza di genere e quella per la difesa della natura.

Una parte delle femministe di allora, ai quattro angoli del pianeta, fu colpita da una nuova rivelazione: quelli che stavano infuocando la foresta vietnamita a colpi di bombe al napalm e quelli che stavano costellando il pianeta di marchingegni nucleari, erano tutti uomini. Alle donne, parallelamente alla difesa dei loro diritti, riveniva così il dovere di occuparsi della natura, minacciata da una pressione e da uno sfruttamento sempre più vasti.

In India nacquero le Chipko, «le donne che abbracciavano gli alberi»: protestavano così, allacciate per giorni a piante centenarie, perché le ruspe non distruggessero le foreste. Dall’altra parte del globo, in Sudamerica, le militanti femministe scendevano in strada a migliaia per denunciare gli abusi dei grandi proprietari terrieri e negli Stati Uniti, in seguito all’incidente nucleare di Three Mile Islands, vennero innescate a Washington le Women’s Pentagon Actions, una serie di azioni spettacolari fra cui i celebri sit-in intorno al Pentagono per chiedere a gran voce la fine dello sfruttamento femminile e ambientale. Da allora l’eco-femminismo è cresciuto e da qualche anno, da quando l’emergenza climatica è ritornata al centro dell’attualità, le iniziative volte a diffondere i suoi principi si sono moltiplicate: a Parigi è nato da un paio di anni il Festival Après la Pluie: scrittrici, ricercatrici, militanti e professioniste di ogni settore sono invitate per dibattere di tematiche ambientali e femminili.

Fra i principi cardine dell’eco-femminismo, secondo Francoise d’Eaubonne, c’è il controllo della demografia. La sovrappopolazione è in effetti uno dei pericoli più significativi che incombono sul pianeta. La necessità di ampliare gli spazi urbani, l’urgenza di fonti di energia sempre maggiori, il bisogno di moltiplicare le infrastrutture e le aree dedicate all’agricoltura hanno un impatto disastroso sull’ambiente e sulla bio-diversità. Qui la narrativa femminista si innesta con l’ecologia. Fra i fattori che determinano la sovrappopolazione vi è infatti il ruolo della donna in molte società tradizionali: sposate presto, allontanate dalla scuola ancora bambine, le donne possono solo rivestire il ruolo di spose e madri. L’alto numero di figli ne è una conseguenza.

«La demografia mondiale è un tema molto dibattuto dalle eco-femministe, se le bambine avessero la possibilità di andare più a lungo a scuola, in molti paesi si limiterebbero i matrimoni precoci e di conseguenza il numero di gravidanze. Bisogna però stare attenti a non colpevolizzare queste popolazioni. Sono infatti loro a subire gli impatti più violenti delle mutazioni ambientali ed è necessario ricordare che un bambino cresciuto in un Paese sviluppato  consuma fino a sette volte di più rispetto a un altro cresciuto in un Paese povero».

A parlare è una delle creatrici del Festival parigino Après La Pluie, la documentarista Solène Ducretot. «Purtroppo, anche in occidente abbiamo mantenuto una mentalità da dopoguerra. La crescita economica è tuttora un valore essenziale e i fattori positivi sono rappresentanti dal binomio “più produzione, più bambini”, un’abbondanza produttiva e demografica ancora elogiata oggi, ma che non possiamo più permetterci».

Il cambiamento climatico è destinato ad avvicinare sempre di più la battaglia ecologica e quella femminista. Ne è un esempio eloquente un fenomeno inquietante, oggetto di una recente inchiesta pubblicata dall’Observer inglese: la siccità e il degrado della fauna, conseguenze drammatiche del global warming, aumenterebbero in maniera esponenziale i matrimoni precoci in Africa e in Asia. La ragione? Le famiglie di agricoltori impoverite dagli eventi naturali estremi, o i pescatori alle prese con un mare svuotato della sua fauna ittica, non avrebbero più i mezzi per sfamare tutta la famiglia e sarebbero portati a dare in sposa le proprie figlie in età infantile. L’Unicef ha previsto che il numero di bambine sposate precocemente potrebbe arrivare a 310 milioni nel 2050. Secondo le Nazioni Unite poi, le donne e i bambini incorrono 14 volte più rischi di morire per le conseguenze di un disastro naturale e gli effetti del riscaldamento climatico aggravano le diseguaglianze di genere: le bambine lasciano in gran numero la scuola per dedicarsi a certe corvée, come ad esempio raggiungere i pozzi sempre più lontani per attingere l’acqua. È già una triste realtà in  molti Paesi, dal Mozambico al Pakistan.

«In questi Paesi si assiste però anche a un altro fenomeno, positivo questa volta: molte fra le protagoniste del cambiamento economico, della rivoluzione verde, sono donne, basti pensare alle fondatrici della Green Belt in Kenya lanciata da Wangari Maathai. Il problema è che molte di queste donne dinamiche e essenziali restano nell’ombra, non sono conosciute, c’è una responsabilità collettiva, che si rispecchia talvolta nel trattamento mediatico: alle donne può essere concessa l’uguaglianza, ma i salvatori, gli attori del cambiamento, sono sempre uomini ».

«Lo scopo delle eco-femministe» la raggiunge Alice Jehan, militante eco-femminista e co-fondatrice del festival, «è quello di potenziare la solidarietà, rompere quell’associazione mentale che le vede affiancate al focolare, un’entità isolata. Le donne devono creare reti di collaborazione, mettere in comune le loro expertise e il loro sapere. Il problema è che quando lo fanno, suscitano ancora la diffidenza, come le beghine nel Medioevo, le vedove  che all’uscita della Guerra dei cent’anni, decisero di vivere insieme, in comunità. Vennero in molti casi punite o ridicolizzate. Oggi la situazione è ovviamente diversa, ma certe difficoltà persistono».

«L’esempio del passato lontano è determinante per le eco-femministe», continua Solene Ducretot. «Pensiamo all’eredità delle streghe. Donne definite così e talvolta uccise solo perché “colpevoli” di saper usare le piante medicinali. A condannarle a morte erano uomini: i medici dell’epoca praticavano pericolosi rimedi e salassi ma rifiutavano le competenze femminili sulle erbe e i sacerdoti  preferivano gli esorcismi alle virtù delle piante. La figura della strega è figlia di questi pregiudizi e di questo disprezzo. Ma rifiutare le donne e la loro conoscenza della natura, significa rifiutare quest’ultima, zittirne il potere, e questo abuso si esercita da secoli».

Il pensiero della documentarista evoca lo studio della scrittrice svizzera Mona Chollet, autrice di Streghe. Nelle prime pagine del libro, la saggista si pone un interrogativo: quale altro massacro di 100.000 vittime nella storia ha suscitato l’ilarità e la caricatura, a parte questo sterminio di donne chiamate streghe? «Le streghe erano le custodi dei segreti naturali, nell’immaginario collettivo i loro riti si svolgevano nei boschi, la comunione con la natura era profondamente simbolica», continua Ducretot. «Ma all’epoca, tanto le donne quanto la natura suscitavano delle paure inconsce negli uomini, dovevano entrambe essere dominate, sottomesse, ridotte entrambe a un ruolo passivo. Molte volte le streghe erano soltanto donne che esprimevano le loro opinioni senza censure o vivevano liberamente la loro sessualità. Ma questo era inaccettabile e, per quanto riguarda l’ambiente, dalla colonizzazione delle Americhe in poi, la natura è stata vista principalmente come fonte di profitto, di risorse da sfruttare. L’analogia è evidente».

Se si cercano nei primi vagiti del femminismo le relazioni con la natura, si deve infatti indagare nell’universo del movimento americano Wicca, auto-proclamatasi «le nuove streghe». «Oggi quel discorso si è ampliato, arricchito, rivendica il diritto delle donne a curare la natura, a rimpossessarsi della terra, metaforicamente ma non solo. Pensiamo ad esempio a quanto sia esiguo il numero di proprietarie terriere donne» sottolinea Alice Jehan.

In effetti, il possesso della terra in mani femminili è ancora in gran parte un’eccezione, basti ricordare certe leggi ereditarie applicate in molti Paesi, dal Maghreb al Medio Oriente, ad esempio, dove le norme in vigore vedono le donne escluse dall’asse ereditario e dal possesso dei beni. «Per prendersi cura della natura le donne devono essere più presenti in tutti i settori economici, incentivando le attività con una visione a lungo termine come quelle legate all’economia circolare», continua Alice. «Rispetto agli uomini, le donne hanno maturato una visione del mondo legata alla conservazione e non al mero sfruttamento, è ora più che mai il tempo di lasciarle agire».

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