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Cronostoria delle rivolte

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Diciotto Paesi coinvolti. Migliaia di morti. Quattro tiranni caduti, di cui uno linciato. È la Primavera araba: un domino di rivolte e di proteste, un evento storico atteso da tempo e insieme temuto. E che non è ancora finito.

Tutto è cominciato tre anni fa in Tunisia, quando a un cittadino qualunque, un certo Mohamed Bouazizi, 26 anni, di professione ambulante, la polizia sequestra la merce. Il ragazzo in realtà non ha commesso nessun reato, semplicemente non ha abbastanza soldi per pagare il “pizzo” agli agenti. E non è nemmeno la prima volta che deve subire questo sopruso. Si tratta quindi di una storia molto ordinaria in un Paese con i record di corruzione e disuguaglianze sociali. Ma stavolta Mohamed non ce la fa più: non sa più come pagare i suoi debiti e mantenere la sua famiglia – la madre, il patrigno, i sei fratelli. Così si dà fuoco davanti all’ufficio del governatore, come atto di estrema protesta. Un gesto individuale che scatena il noto effetto farfalla: una serie di rivoluzioni a catena.

rivolte

Incomincia, naturalmente, la Tunisia. Seguono l’Egitto, la Libia, la Siria. Ma non solo: le proteste contagiano anche Algeria, Arabia Saudita, Bahrain, Gibuti, Giordania, Iran, Iraq, Kuwait, Libano, Marocco, Oman, Sudan e Yemen. Un evento di portata impressionante eppure largamente prevedibile, anche se i paesi occidentali sono stati colti di sorpresa e hanno reagito in modo confuso e contraddittorio.

Il gesto di Bouazizi è stata la scintilla che ha sprigionato la rabbia, accumulata nei decenni, di gran parte del mondo arabo per le condizioni di vita inaccettabili. In nessuno dei paesi coinvolti, infatti, esiste un regime realmente democratico, ma tutti hanno dittature più o meno palesi. Ne conseguono inevitabilmente la mancanza di diritti civili anche basilari, la povertà diffusa, il dilagare della corruzione e della violenza di regime e non, oltre alle spaventose disuguaglianze sociali. Ingredienti pericolosi della furia popolare, mescolati in dosi diverse a seconda dei paesi.

In Tunisia le proteste iniziano il giorno stesso della morte di Bouazizi e in pochi giorni da pacifiche diventano sempre più violente. Ma il presidente Zine El-Abidine Ben Alì, al potere da 23 anni, non capisce che la sua epoca è finita. Pensa di risolvere tutto con la repressione e il 12 gennaio 2011 chiede l’intervento dell’esercito contro i civili. Le forze armate, però, a sorpresa restano neutrali. Ben Alì finalmente comprende e due giorni dopo scappa in Arabia Saudita, lasciando la Tunisia in mano a un governo di transizione. Da lì sono arrivate le prime elezioni libere e l’assemblea costituente, i cui lavori sono tutt’ora in corso.

L’Egitto ha seguito lo stesso percorso neanche un mese dopo, riuscendo a deporre Hosni Mubarak, presidente al potere per quasi trent’anni e oggi sotto processo per corruzione e appropriazione indebita. Anche in questo caso si sono succeduti il governo di transizione, le prime elezioni libere e l’assemblea costituente, che dovrebbe terminare la stesura della nuova costituzione entro poche settimane.

Diversi sono i casi di Libia, Siria e Yemen – anch’essi molto coinvolti dalla Primavera araba, mentre altri paesi arabi e i regimi al potere sono riusciti a riprendere il controllo – almeno per ora.
In Libia la popolazione non riusciva da sola a liberarsi di Mu’ammar Gheddafi, al potere da più di 40 anni. Si tratta infatti di un Paese molto disunito rispetto a Tunisia ed Egitto, a causa delle rivalità tra le tribù che lo abitano. È stato quindi necessario l’intervento della Nato, seppur ufficioso, per aiutare i rivoluzionari a prendere il sopravvento. Gheddafi viene quindi catturato e linciato il 20 ottobre 2011. Nel Paese al momento c’è un governo di transizione, ma sta regnando il caos.

Una situazione molto simile la sta vivendo oggi la Siria e però questa volta la Nato resta a guardare, perché un suo intervento scatenerebbe il veto russo e la reazione militare dell’Iran – che considera Damasco il cortile di casa propria – in difesa del dittatore Bashar al-Assad, al potere da dodici anni dopo aver ereditato la presidenza dal padre.

Ancora diverso il caso dello Yemen, in cui Alì Abdullah Saleh, che governa da 22 anni, è stato gravemente ferito in un attentato, si trova ricoverato in Arabia Saudita e ha ceduto il potere formalmente al suo vice, Abd Rabbuh Mansur Hadi, mossa che, naturalmente, non ha fermato il malcontento. La situazione anche qui sta ancora evolvendo.

La Primavera ha quindi iniziato una nuova era democratica, ma ha anche portato problemi insidiosi per il mondo arabo e i paesi occidentali. Negli unici due stati in cui si sono tenute le prime elezioni libere, la Tunisia e l’Egitto, hanno vinto – com’era prevedibile – i Fratelli Musulmani. Si tratta di un importante partito transnazionale, con fortissima connotazione religiosa, che in questi decenni ha rappresentato l’opposizione più forte ed efficace ai regimi dittatoriali. Questo movimento politico è sempre stato molto ambiguo nei confronti dell’estremismo islamico ed ora nelle assemblee costituenti tunisina ed egiziana sta cercando di imporre la sharia, la legge islamica.

Contemporaneamente in tutto il mondo arabo stanno prendendo sempre più piede i Salafiti, ancora più estremisti dei Fratelli Musulmani e apertamente legati ad Al Qaeda. Da qui si capiscono i timori e le reazioni confuse e ambigue dell’occidente, che rimpiange l’argine al terrorismo fornito dai vecchi regimi totalitari. E si spiega anche il recentissimo attacco da parte di Israele alla Striscia di Gaza per colpire le brigate Al Qassam, l’ex braccio armato di Hamas dal quale si sono recentemente separate proprio per unirsi ai Salafiti. L’aggressione di Israele mira da un lato a stroncare sul nascere questa alleanza e dall’altro a costringere l’Egitto – Paese fondamentale per gli equilibri politici della zona – a prendere apertamente parte contro gli estremisti.

La Primavera araba è dunque molto attesa e prevedibile e insieme eccezionale, foriera di libertà, ma anche di molte incognite e domande a cui solo il tempo e le decisioni dei paesi coinvolti potranno dare una risposta. È in sintesi molto contraddittoria e carica di attese, come tutti i grandi eventi che fanno la storia.

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