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I media raccontano Ebola: come (non) si fa informazione

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Ebola 1Si è cominciato a parlarne all’inizio dell’anno, ma negli ultimi mesi ha occupato le prime pagine: da quando il contagio da virus Ebola ha valicato i confini africani, si fatica a contenere l’isteria e la “notiziabilità” dell’epidemia ha assunto toni allarmistici.

Lo ha mostrato bene il presentatore inglese Russel Howard nel suo show televisivo Russel Howard’s Good News, mettendo a confronto la copertura sulla diffusione di Ebola nei media britannici e in quelli statunitensi: le tv inglesi hanno preferito adottare un approccio misurato, insistere sulla prevenzione e sull’impegno a contenere l’epidemia. Negli Stati Uniti, invece, si è puntato sul sensazionalismo e sull’allerta, scegliendo di seminare il panico con termini quali “situazione fuori controllo”, “virus killer” o “la più grande epidemia dopo l’Aids”.

Per mesi non è stata una notiza dominante, anche se in Sierra Leone, Guinea e Liberia morivano migliaia di persone. Solo quando due americani rientrati dalla Liberia hanno contratto la malattia, ecco che si è sentito l’esigenza di parlarne.
Anche in Italia, sull’epidemia di Ebola sono stati cuciti insieme pezzi di informazione scorretta e approssimativa. Forse perché si cattura più facilmente il lettore o lo spettatore con slogan che cavalcano l’onda emotiva delle sue paure.
L’agenzia WatkinMedia, per descrivere come stanno reagendo i social network a questa notizia, ha analizzato i tweet in lingua italiana contenenti la parola “ebola” dall’inizio dell’anno a oggi: da una media di uno al giorno nel mese di gennaio si è passati a 3000 al giorno nel mese di settembre con l’apice il 9 ottobre, in relazione a un presunto caso di contagio a Civitanova Marche, poi smentito.

Trattare il tema di Ebola pone ai mezzi di informazione una provocazione: può risvegliare i peggiori istinti del giornalismo, ma offre una grande opportunità, che è quella di evitare l’enfasi, come scrive Rem Rieder su Usa Today: «Ebola è una grande storia internazionale e il suo arrivo qui richiede una copertura intensa. Ma non troppo intensa. La sfida è mantenere un certo punto di vista, informare senza gettare nel panico la popolazione. Quattro casi – tre dei quali coinvolgono operatori sanitari che hanno avuto uno stretto contatto con i pazienti di Ebola – difficilmente si possono considerare un’epidemia. E la malattia, che è mortale una volta che la si contrae, non si diffonde attraverso l’aria, solo attraverso fluidi corporei. Quindi è abbastanza difficile da contrarre. Questo porta a un gioco di equilibrismo giornalistico in cui è fin troppo facile gettare la spugna. […] Lo testimonia il collage devastante di Hysteria TV messo insieme da Jon Stewart all’inizio di questo mese. I servizi allarmistici, senza fiato, molti dei quali trasmessi da CNN e Fox, sono l’antitesi di ciò che i giornalisti responsabili dovrebbero fare».

Si può raccontare ciò che c’è intorno a noi per picchi emotivi, alimentando quella che gli esperti hanno definito la “psicosi 2.0”. Oppure si può scegliere di farlo in modo accurato, anche per rendere più consapevoli i nostri concittadini e più civile il dibattito interno.
Vale lo stesso discorso per un altro argomento, a cui il pericolo del contagio è stato inevitabilmente quanto scorrettamente associato, ovvero i flussi migratori. Si è scritto che gli immigrati fossero responsabili di portare il vaiolo in Italia: da notare che non esistono più casi di vaiolo nel mondo e che la stessa OMS l’ha dichiarato eradicato nel 1979, con l’ultimo caso diagnosticato in Somalia nel 1977.
Si è fatto spesso ricorso a immagini apocalittiche nel trattare il tema dell’immigrazione, parlando di un’ “Italia invasa”, mentre il nostro Paese è principalmente vissuto come una terra di passaggio. Lo descrive bene il documentario Io sto con la sposa, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia: il sogno dei sopravvissuti al naufragio dell’11 ottobre 2013 tra Malta e Lampedusa, è raggiungere la Svezia.
«C’è troppa informazione poco seria e poco approfondita», denuncia il direttore de La Stampa Mario Calabresi. «È nostra responsabilità, invece, dare al lettore pezzi di informazione sani, non avariati».
Quali sono allora gli ostacoli principali? Innanzitutto i costi. Siccome la crisi impone delle scelte, dove si sceglie spesso di tagliare? Sulle notizie di esteri.

«I quotidiani negli Stati Uniti – continua Calabresi – sono stati i primi a tagliare i corrispondenti. E oggi sono quelli che se la passano peggio. Il New York Times, il Financial Times, invece, non hanno pensato che raccontare il mondo fosse uno spreco di soldi. Non si può, in sostanza, fare a meno di andare e vedere».
Se è vero che le redazioni hanno meno soldi, lo è anche che non bisogna usarli come un tempo. La sfida, ad esempio, è quella di mettere sul web contenuti di approfondimento. La versione on-line è quella più letta di un giornale, eppure è ancora vissuta come il regno delle fotogallery e dello “strano ma vero”.
Calabresi cita alcune scelte fatte come direttore per dare spazio al “racconto del mondo”: il web documentario di Giordano Cossu sul Ruanda a vent’anni dalla guerra, l’intervista alle gemelle Andra e Tatiana Bucci, deportate ad Auschwitz, la Siria narrata attraverso le fotografie di Fabio Bucciarelli. «Bisogna cominciare a restituire valore a questi lavori, metterli in seconda o terza pagina e dichiarare così al lettore ‘Abbiamo fatto un investimento per raccontarti cosa accade nel mondo’. Che gli Esteri non interessino è un alibi facile. Non si può seguire solo la politica italiana. Bisogna cercare di approfondire la nostra conoscenza anche di quello che accade in Europa. In fondo temi di politica interna sono cambiati su pressione delle istituzioni europee: si pensi alla fecondazione eterologa, al divorzio, allo stato delle carceri. Il nostro sguardo sull’Altro è spesso superficiale, quasi caricaturale. Descrivere tutto per distorsioni o in modo grottesco ci dà la sensazione che tutto sia irrazionale o da buttare via. Invece è più saggio raccontare contesti per aiutare a orientarsi».

 

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