Home»Professione giornalista»Chedly Ben Ibrahim: da commercialista a fotoreporter, per passione

Chedly Ben Ibrahim: da commercialista a fotoreporter, per passione

0
Shares
Pinterest Google+
Il fotoreporter Chedly Ben Ibrahim durante il lavoro nel deserto di Douz, sud della Tunisia. Agosto 2017.

TUNISI – Incontro Chedly Ben Ibrahim al Cafè du Théâtre, in una mattina soleggiata di inizio autunno. Si vive bene, in Tunisia: come se le cattive notizie del mondo, qui, ancora non avessero troppo spazio. Ancora ci si può intrattenere in un caffè, con la piacevolezza di sempre. Chedly parla italiano «grazie a Rai Uno, che mi ha fatto scoprire l’amore per la lingua e la cultura italiana. La guardavo spesso, da piccolo». Tanti tunisini hanno imparato così la nostra lingua.  

Chedly Ben Ibrahim è un fotoreporter. Ha collaborato con Sipa USA, Wostok Press, Getty Images; attualmente con NurPhoto, un’agenzia di lingua italiana e Hans Lucas, un collettivo di fotografi mondiale. Nel marzo 2019 è avvicinato dal New York Times per collaborare a copertura della rivoluzione Harak in Algeria. Una carriera iniziata relativamente tardi ma che, in pochi anni, ha bruciato le tappe.

 «Il mio primo reportage professionale è del luglio 2012, con il congresso del partito islamico Ennahda. Ho cominciato con Demotix, un’agenzia di citizen journalism. Come fotoreporter mi sono occupato di news ed eventi come la transizione democratica in Tunisia, dell’assalto all’ambasciata USA a Tunisi, degli attentati terroristici di Sousse, di quelli del museo del Bardo, dell’uccisione degli agenti di sicurezza del presidente nel 2015 in boulevard Mohammed V, dell’assassinio di Chouckri Belaid, e di tutti gli eventi successivi come il sit in di Bardo e il dialogo nazionale, in cui i partiti hanno cercato una linea comune per governare. In missione, ho lavorato per il The Mail On Sunday inglese, con testate americane, con la Africa Rivista, alcune Ong internazionali e così via».

A cosa deve la scoperta della fotografia?

«A tre donne: mia figlia Zeineb, a mia madre Khira e alla Tunisia rivoluzionaria. La prima, che chiamo “la bambina della rivoluzione”, mi ha dato la voglia di essere fotografo, quando è nata, cioè circa un mese prima della scintilla della rivolta contro il dittatore Ben Alì, con il primo scatto con il cellulare. La Tunisia rivoluzionaria mi ha donato la voglia di essere fotoreporter. E mia madre, anche se è già morta, ma sempre vicina, mi ha dato lo stile fotografico, la firma e la voglia di raccontare i dolori degli altri. Prima di fare questo mestiere ero un commercialista, giacca e cravatta, ero tutto ordinato, barba e baffi. Ero il robot del capitalismo. E mi piaceva il mio lavoro. Quando mi sono scoperto appassionato di foto giornalismo gestivo il mio studio da tre anni; poi, la morte di mia madre ha fatto scattare qualcosa. Mi ha messo profondamente in crisi e il foto giornalismo mi ha aiutato a uscirne. Sono uscito dallo studio da commercialista per incontrare la gente, per entrare nella testa delle persone, per confrontarmi nei caffè con i colleghi. Grazie al “medico” che si chiama fotocamera».  

Quando ha scoperto la sua “vocazione” professionale?

«Facendo qualche scatto con il cellulare della mia figlia neonata ho scoperto che avevo un dono, ma soprattutto ho capito di avere voglia di raccontare con la fotocamera quando ho guardato le immagini della rivoluzione tunisina che mi hanno fatto capire il potere e la magia dell’immagine per cambiare il mondo. Ho compreso che quello era il mio mestiere. L’ho scoperto a 42 anni. Prima del 2017, avevo coperto news in tutto il Paese: attualità, proteste, manifestazioni ma non era sufficiente. Dovevo raccontare con l’immagine e anche con il testo, in modo da poter essere più vicino alla gente per essere testimone di momenti della vita: situazioni di ingiustizia povertà, razzismo. Sono nato per dare voce alle storie di questa società».

Cosa significa essere fotoreporter?

«Direi fare una fotografia… senza toccare la fotocamera. Nel nostro mestiere è molto importante l’osservazione, catturare i movimenti. Per il fotografo sicuramente, ma per il fotoreporter è fondamentale anticipare un’azione, il movimento di un manifestante per esempio, saper cogliere il suo movimento, stare pronto a scattare. Significa avere una visione diversa dagli altri: la potrei definire “l’occhio intelligente”. Le emozioni, poi, si possono provare: ma dopo, in fase di editing. Nell’azione, invece, bisogna essere concentrati e catturare una foto anche senza fotocamera. In questo mi sento facilitato: sono un osservatore, credo di avere il dono di “capire” una persona in pochi secondi, anche se non la conosco. E questo mi è servito tantissimo. Nelle manifestazioni violente, soprattutto; perché ho potuto prevenire molte situazioni».

In quale modo questo mestiere l’ha cambiata?

«Da un lato il foto giornalismo lo sento nel sangue: vivo con il ritmo del mestiere, sempre accompagnato dalla mia fotocamera. E questo ritmo è la libertà. Però è un lavoro che ha cambiato il mio carattere: sono diventato più aperto su altre culture. Sono riuscito ad apprezzare maggiormente altri punti di vista, anche se contrari alle mie convinzioni. Prima della rivoluzione tunisina, inoltre, non sapevo molto di politica: la fotocamera mi ha costretto a capire che il cittadino tunisino deve essere consapevole dei suoi diritti e i doveri, essere coinvolto, scegliere chi governa. Il popolo tunisino, dopo la rivoluzione, sta imparando. Sì, ci vorrà del tempo, magari decenni, ma sono ottimista.

Per un fotoreporter, in Tunisia, cos’è la libertà d’espressione?

«Prima della rivoluzione era il caos: è stato come aprire la porta a un carcerato che era rinchiuso da settant’anni. Lo liberi, lui esce e non sa cosa fare, dove andare, cosa dire. Ha dimenticato tutto, non sa niente di questa nuova vita che si sta aprendo. Tutti erano entusiasti per una libertà di espressione che avvertivano quasi esagerata, benché ovviamente legittima. Dalla notte al giorno abbiamo avuto il diritto di parlare, di essere i re del nostro paese, dopo che ne eravamo stati schiavi di un sistema repressivo. Non è stato facile».

Dove si trovano le notizie, in Tunisia?

«Sulla stampa ufficiale, sia in lingua francese sia in lingua araba. A un giornalista straniero, invece, consiglio di leggere tanti punti di vista: deve capire il nostro Paese, la tradizione, il modo di vivere. Ci sono fonti ufficiali, poi esistono i social: Facebook e simili possono essere utili ma vanno sempre verificate le notizie: ma questo vale per tutto il mondo. Il lettore non ha più tempo di leggere, solo gli specialisti in campo politico prendono il loro tempo per approfondire. È un periodo difficile per la stampa, qui come in tutto il mondo».

Che grado di libertà di stampa dà alla Tunisia?

«Anzitutto, la libertà di stampa è garantita nella costituzione della Repubblica. Tuttavia, c’è sempre differenza tra quello che è scritto e quello che si vede sul campo, tra il diritto e la realtà. In questa neonata democrazia, comprensibilmente, c’è libertà di stampa ma è ancora relativa. Una democrazia deve accettare anche i pareri discordanti, in uno scambio di visioni del mondo. Dopo la rivoluzione, la mentalità dell’amministrazione è sempre simile a se stessa: ci vuole un po’ di tempo per cambiarla, perché si capisca che la libertà di stampa è vitale per un popolo e per la democrazia. Per esempio: giusto ci sia e venga punito il reato di diffamazione, ma non è giusto che si chiuda un giornale o che si metta il giornalista in prigione: ed è capitato anche ad alcuni blogger dopo la rivoluzione per aver criticato il potere».

Anche in Italia esiste ancora il carcere per diffamazione a mezzo stampa, purtroppo. L’accesso alle informazioni è stato semplificato o no?

«Su questo abbiamo ancora un problema. Teoricamente è garantito dalla legge ma, sul campo, quando un giornalista chiede alle istituzioni pubbliche certe informazioni, a volte si trova le porte chiuse. Il diritto di coprire gli eventi non è sempre garantito: ci sono stati giornalisti brutalizzati dalle forze dell’ordine in alcune occasioni, mentre svolgevano il loro lavoro. Le istituzioni non dovrebbero avere paura dei reporter, la libertà di stampa dovrebbe essere la regola generale».

Quali progetti ha in mente?

«In questo momento, mi sto concentrando sul raccontare storie fotografiche. Alcune mi toccano personalmente: i migranti, la schiavitù moderna, la malattia, i diritti delle donne, l’ingiustizia sociale, la situazione del covid-19, tutto il lato umano che mi tocca personalmente come fotoreporter. Ho dei progetti e collaborazioni in questo senso con colleghi e con la stampa italiana, come Giada Frana. Inoltre, la mia passione per la lingua e la cultura italiana mi porta a voler raccontare non solo con la fotografia, ma anche con il testo».

 

Il sito ufficiale di Chedly Ben Ibrahim    La pagina Facebook di Chedly Ben Ibrahim    La pagina Instagram di Chedly Ben Ibrahim

 

Previous post

Il videomaker Rogliatti: fare informazione dando voce a chi non ce l'ha

Next post

Chedly Ben Ibrahim portfolio: immagini per raccontare storie e persone