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Bradley Hope: il caso Pegasus e la tecnologia nemica che spia i giornalisti

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Bradley Hope, giornalista investigativo di base a Londra

Bradley Hope, giornalista investigativo specializzato in storie internazionali, ha raccontato una storia interessante al CPJ, il comitato internazionale di protezione dei giornalisti. 

Hope, che vive a Londra e nel 2009 collaborava da Abu Dhabi, rammenta che una società di telecomunicazioni degli Emirati Arabi Uniti aveva spinto i proprietari di BlackBerry locali a installare un aggiornamento di sicurezza, che in realtà era un cosiddetto spyware: mascherato da miglioramento delle prestazioni, in realtà serviva a tracciare comunicazione e movimenti, ma qualcosa funzionò male e mandò molti apparecchi in surriscaldamento. 

La sua storia è tornata alla ribalta in queste settimane, perché Hope sembra essere stato scelto come vittima una sorveglianza più sofisticata. Difatti, il giornalista pare essere stato “attenzionato” dal cosiddetto Pegasus, insieme ad altri 200 giornalisti circa, e la scoperta è stata fatta grazie al Progetto Pegasus, un lavoro di gruppo di svariate agenzie di stampa che ha portato alla scoperta di uno scandalo internazionale: il governo ungherese (l’unico dell’Unione europea coinvolto nell’indagine) ma anche i governi di Azerbaigian, Bahrain, Kazakistan, Messico, Marocco, Ruanda, Arabia Saudita, India ed Emirati arabi uniti sono accusati di aver acquistato il software in questione per scopi illegali, per controllare avversari politici e giornalisti.

Questo Pegasus è lo spyware prodotto dalla  società tecnologica israeliana NSO Group, e sembra essere nato appositamente per aiutare i governi e le forze dell’ordine a infiltrarsi nei cellulari di personalità di rilievo. Nelle liste finora pubblicate ci sono presidenti ed ex presidenti di Stati europei, Macron, Prodi, il presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa, quello del Messico Obrador e  iracheno Baram Salih, i primi ministri di Pakistan, Egitto e Marocco e il re del Marocco, Muhammad IV.

Hope, che potrebbe essere stato spiato nel 2018 e che ai tempi collaborava con il Wall Street Journal, ha lasciato la storica testata per lanciare il suo progetto investigativo soprannominato Project Brazen, cioè il nome in codice usato dalla sua agenzia durante la scoperta di uno scandalo di corruzione che coinvolgeva l’ex primo ministro malese Najib Razak, indagine sfociata peraltro in un libro uscito circa tre anni fa con il titolo “Billion Dollar Whale”. 

Hope racconta: “Il Guardian mi ha contattato e mi ha fatto sapere che ero un bersaglio dello spionaggio israeliano. Abbiamo fatto un’analisi forense del mio telefono attuale, che è stato considerato pulito. Cambiavo spesso telefono, quando ero un giornalista del Wall Street Journal: non ero particolarmente preoccupato per gli Emirati Arabi Uniti, ma più per altri personaggi nell’indagine malese, che avevano molti soldi e molte ragioni per provare e sabotare il nostro lavoro”.

Hope si è detto sorpreso dal fatto di essere considerato un nemico da chi gli ha installato il software spia, cioè il governo degli Emirati: “Sono rimasto deluso, perché ho sempre cercato di avere una relazione con tutte le parti, di lasciare che ognuno potesse dire il suo punto di vista. Sono rimasto sorpreso dal fatto che fosse presumibilmente utilizzato il software di NSO”. Pegasus è uno spyware che consente di controllare ogni tipo di informazioni, messaggi, fotografie, email o il contenuto delle telefonate. Il programma consente anche di attivare a distanza dei microfoni. Permette di leggere i messaggi di app criptate come WhatsApp, Telegram e Signal, e di controllare la posizione del cellulare in tempo reale.

La società israeliana NSO, finora, ha sostanzialmente sostenuto di aver sempre venduto il software a governi «accuratamente selezionati». Eppure, secondo il Washnigton Post, NSO potrebbe essere legata a un altro grande scandalo, quello dell’assassinio di Jamal Khashoggi. Difatti risulta che 37 persone legate a Khashoggi — il reporter saudita ucciso nel 2018 nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, con precise accuse contro il principe saudita Mohammed Bin Salman — sono state spiate con il software Pegasus. Tra loro anche la fidanzata di Khashoggi, che sarebbe stata intercettata pochi giorni dopo l’assassinio.

“Dal nostro punto di vista europeo – dice ancora Hope – Khashoggi era un commentatore saudita che scriveva articoli di opinione. Dal punto di vista dell’Arabia Saudita, invece, era un traditore per una serie di motivi. Quindi, sapendo questo, non sono sorpreso che stiano cercando di trovare prove che stesse lavorando per altri paesi. La tecnica classica per scoprirlo è passare attraverso i membri della famiglia. In questo caso, potrebbero essere stati presi di mira i suoi cari dopo che è stato ucciso. In parte perché stanno cercando di capire quali paesi stanno lavorando con quei membri della famiglia, oppure per scoprire se i suoi familiari sono stati pagati, o qualcosa del genere”. E chiude con una considerazione per il futuro della sicurezza e del lavoro dei giornalisti: “La corsa agli armamenti per l’intrusione nei telefoni smartphone è così profonda che non c’è davvero modo di fermarla. Ci sarà sempre qualcuno là fuori con questo tipo di attrezzatura. È un campanello d’allarme per i giornalisti. Adoriamo i nostri telefoni, tutta questa roba high-tech, che usa software come Signal, ma non c’è modo di proteggerci abbastanza. La cosiddetta cassetta degli attrezzi per i giornalisti deve cambiare. Spero che Apple e gli altri raccolgano la sfida per rendere i telefoni più sicuri, ma alla fine se hai a che fare con una storia in cui la vita di qualcuno è a rischio, devi usare i vecchi metodi e adottare misure che richiedono tempo per proteggere le persone: incontrare persone e lasciarsi il telefono alle spalle. Dare alla tua fonte un vecchio telefono usa e getta che usi solo per pianificare la riunione. Strumenti come Signal sono stati un grande vantaggio per i giornalisti, ma se il tuo telefono stesso è vulnerabile non aiutano più”.

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