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Bahrain, dieci anni dalla rivolta di San Valentino: a che punto è la notte?

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La National Security Agency ha sventato e dissinnescato due bombe artigianali, il 6 di febbraio 2021, nelle località di Al Naim e Jidhafs a Manama, in Bahrain. Le autorità hanno descritto l’evento come un attacco terroristico alla Banca Nazionale del Bahrain: i due ordigni erano posizionati nei bancomat. Le indagini hanno portato all’arresto di alcuni sospetti e il paese ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare l’embargo sulle armi all’Iran, terminato il 18 ottobre 2020.Secondo il governo del Bahrain, gli investigatori continuano a scoprire spedizioni di armi destinate alle cellule terroristiche. Nel dicembre dello scorso anno, gli Stati Uniti hanno definito la “Saraya Al Mukhtar, o Resistenza islamica del Bahrain”, come organizzazione terroristica.

La Primavera Araba in Bahrain è arrivata dieci anni fa, il 14 febbraio 2011 in un freddo pomeriggio, quando ci fu la prima manifestazione della popolazione shiita a Manama, la famosa “Rivolta di San Valentino”. Furono scontri durissimi con la polizia locale, lacrimogeni, bird-shot, proiettili di gomma e tanto sgomento da parte delle autorità. Sorprendente, per la famiglia reale Āl Khalīfa, la grande presenza delle donne: a migliaia, e per la prima volta intere generazioni di donne a rappresentare la piazza in Pearl Roundabout. Migliaia di persone hanno rischiato la propria vita o il proprio sostentamento per lottare a favore del rispetto propri diritti fondamentali e ciò che hanno subito, da allora, è inaccettabile per qualsiasi individuo o Stato che desideri promuovere i diritti umani a livello globale.

Ora, queste manifestazioni o raduni non autorizzati, come spesso vengono definiti dai giornali sauditi e bahreniti locali, non ci sono più. Complice la pandemia di Covid e la violenta repressione di questi lunghi anni sulla popolazione shiita del paese, che rappresenta il 70% (una percentuale altamente istruita e politicamente attiva) le proteste non sono più in scena.

Amnesty International ha definito la più bella notizia di questo famigerato 2020 la liberazione, il 9 di giugno scorso, di Nabeel Rajab, fondatore e presidente del Centro dei Diritti Umani in Bahrain. 55 anni, detenuto nella prigione di Jau dal 2016, Rajab nel 2018 aveva ricevuto una condanna a 5 anni di reclusione per alcuni tweet, nei quali alludeva ad abusi compiuti in prigione e soprattutto esprimeva critiche al coinvolgimento bellico del Bahrain in Yemen. Forte di questa decisione inaspettata del Governo, l’Associazione dei Giornalisti Bahreniti ha quindi sensibilizzato il Primo Ministro Salmān bin Ḥamad Āl Khalīfa, in carica dall’11 novembre 2020, sulle scarcerazioni dei giornalisti ancora in stato di detenzione e sul loro futuro collocamento nei media del Governo, nel rispetto dei diritto “umanitario” e certo non della libera informazione.

Diversa la situazione per gli attivisti. Il 25 gennaio 2021, 16 deputati in una lettera aperta consegnata all’Alto Rappresentante dell’UE Josep Borrell hanno chiesto un ‘intervento forte” per il danese-bahrenita Abdulhadi Al Khawaja e lo sceicco svedese-bahrenita Mohammed Habib Al Muqdad, che stanno scontando l’ergastolo per aver espresso pacificamente il loro diritto alla libertà di espressione, riunione e associazione durante la rivolta della Primavera Araba del 2011. Insieme ad altri prigionieri di coscienza come Hassan Mushaima, sono stati sottoposti a torture, maltrattamenti e negazione sistematica delle cure mediche. Dal 2011 ad oggi si è assistito a un grave deterioramento dei diritti umani nel paese; sei persone sono state giustiziate in Bahrein dal 2017, cinque delle quali sono state condannate come arbitrarie dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, Agnes Callamard, rispettivamente nel 2017 e nel 2019. E sono ancora 26 i detenuti nel braccio della morte.

Sebbene il governo abbia rilasciato 1.486 prigionieri nel marzo 2020 a causa del COVID-19, la decisione ha escluso le centinaia di leader dell’opposizione, attivisti, giornalisti e difensori dei diritti umani, incarcerati con accuse relative alla libertà di espressione o di opinione politica, come l’ultima prigioniera politica Zakeya Al Barboori. Il DHRB – Americans for Democracy & Human Rights in Bahrain – denuncia la “continua repressione, gli attacchi alla libertà di espressione, del dissenso in Bahrain, con limitazioni all’uso dei social violando in modo netto  la Press and Media Bill Drafted by the Cabinet of Bahrain nel 2019”. Questa legge è stata redatta per modificare la Press Law del 2002 e introduce il concetto di ““social media misuse”, cioè uso improprio dei social media, e sanzioni più severe in caso di violazione della legge.

“Social media misuse” è un atto che minaccia la pace della comunità: può causare divisioni e indebolire l’unità nazionale. A tal fine, il disegno di legge si concentra in particolare sui reati di diffamazione, insulto, diffusione di voci e danneggiamento di individui, enti, entità e istituzioni statali. Questo disegno di legge si rivolge agli utenti indipendenti dei siti di social networking – arrivando a criminalizzare i tweet e altre attività sulle piattaforme dei media – così come i giornalisti e i direttori dei giornali indipendenti. Al-Wasat, l’unico giornale indipendente in Bahrain secondo la Bahrain Independent Commission of Inquiry (BICI), è stato costretto a chiudere nel 2017. Altri giornali hanno chiuso, pagato multe elevate e, in alcuni casi, i giornalisti sono stati costretti a scontare qualche mese in prigione per il solo motivo di condividere opinioni critiche sul governo.

Il 30 maggio 2019, le autorità hanno inviato un sms a tutti i numeri di cellulare registrati del Bahrein con la minaccia di ritorsioni contro chiunque segua, sulle piattaforme dei social media, quelli che le autorità hanno definito “account pro-terrorismo”, inclusi gli account “che sono di parte o incitano discordia”. Nel gennaio 2020, il Department of Cybercrime ha interrogato diversi utenti di Twitter per aver pubblicato tweet che il Ministero della Difesa ha ritenuto pericolosi e atti a “danneggiare l’ordine generale”. Di seguito, il Ministero dell’Interno (MoI) ha quindi rilasciato una dichiarazione chiedendo agli utenti di non interagire con quegli account che, sempre secondo il ministero, violano l’ordine pubblico in Bahrain e minacciando quest’ultimi di azioni legali. La criminalizzazione dei tweet e delle attività sui social media colpisce un numero preoccupante di attivisti e giornalisti, molti dei quali sono stati “segnalati” dalle autorità per le loro attività su Twitter. Tra questi Jassim al-Abbas, lo storico e autore del blog “Years of al-Jareesh”, che è stato condannato nel gennaio 2020 con l’accusa di aver utilizzato il suo account per diffondere informazioni false. Allo stesso modo, i famosi avvocati per i diritti umani Abdullah Hashim e Abdullah al-Shamlawi sono stati condannati per il loro utilizzo di piattaforme social media, rispettivamente nel maggio 2019 e nel marzo 2020, il tutto per otto tweet tra maggio 2017 e aprile 2019, nei quali accusavano il governo di corruzione; Hashim è stato interrogato per aver condiviso notizie false, mentre Al-Shamlawi per due tweet critici sulle pratiche legate all’Ashura, la festa religiosa più importante per gli shiiti.

La legge sulla stampa e sui media viola l’articolo 19 (2) dell’ International Covenant on Civil and Political Rights (ICCPR), che il Bahrein ha ratificato nel 2006. L’articolo 19 (2) afferma esplicitamente che “tutti hanno il diritto di libertà di espressione … di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni tipo, indipendentemente dalle frontiere, sia oralmente, per iscritto o a stampa, sotto forma d’arte o attraverso qualsiasi altro mezzo di sua scelta”. L’approvazione del disegno di legge sulla stampa e sui media del 2019 mostra fino a che punto il Bahrein abbia ignorato le numerose raccomandazioni che chiedono il rispetto dell’ICCPR che gli Stati hanno formulato durante il Third Cycle of the Universal Periodic Review nel 2018. La continua soppressione del dissenso e l’annullamento delle libertà in Bahrain violano la libertà di espressione e sono una violazione dei trattati internazionali.

L’ADHRB invita la comunità internazionale a “sollevare pubblicamente la questione della libertà di espressione in Bahrein. Il Bahrein deve porre fine alla persecuzione de jure e de facto dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti, dei dissidenti e degli utenti dei social media liberando tutti i prigionieri politici e modificando le sue leggi per conformarsi all’articolo 19 (2) dell’ICCPR”. Ora la parola e la decisione spettano al nuovo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e al Dipartimento di Stato; certo, gli equilibri in Golfo Persico sono molto delicati, con il “Patto di Abramo” e l’apertura al Qatar. Finita l’era dell’ex Presidente Trump, il caso Bahrain sarà disinnescato da “ordigni” di natura politica e umanitaria, e c’è da sperarlo.

 

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