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Aziz Chouaki, l’avventura della vita come una partitura jazz

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La stella di Algeri

«Nero e ampio, un velo copre il volto del cielo, maschera severa sugli occhi del sole, gli orpelli d’Algeri sono spariti. Nuvole gonfie di fiele, pioggerella ocra, aria da terremoto… Anche l’orizzonte è sparito».


Aziz Chouaki – La stella di Algeri, Edizioni E/O, 2011

È soprattutto l’ultima intervista che mi è mancata di questo scrittore algerino, di espressione francese, difficile da classificare, con le sue frasi ‘jazzate’. A volte basta perdersi un momento ed è fatale. La mia insistenza nel cercare Aziz Chouaki mi ha rivelato che era mancato il 16 aprile del 2019 a Parigi, città che lo aveva adottato; era nato a Tizi Rached, nella regione della Cabilia, in Algeria il 17 agosto del 1951, scrittore, romanziere, drammaturgo, musicista jazz, francofono, anche se conosceva l’arabo e il berbero, lingua delle sue origini, ma che era dovuto partire e lasciare la sua terra dove non era più al sicuro. Il suo pensiero libero infatti, soprattutto in materia religiosa, lo aveva messo a rischio di fronte alla frangia islamista che nella décennie noire, gli Anni Novanta del secolo scorso, aveva perseguitato l’Algeria e le minacce che aveva ricevuto erano inquietanti. Questa la sua storia in poche parole, che mi aveva raccontato a Piacenza dove ci eravamo incontrati nel 2015 in occasione del Festival “Dal Mississippi al Po” – sotto la direzione di Seba Pezzani – dove sono stata chiamata a condurre una serata dedicata all’Algeria. Mi sono messa in contatto con questo expatrié, dal 1991 residente a Parigi. Persona lieve, delicata nel porsi con una grande dote, l’umiltà, la capacità di vivere la fierezza nomade tutta algerina sul filo delle note. Aveva scelto la musica, il jazz, per la sua battaglia, senza urla.

 

L’INTERVISTA

Perché il jazz, Aziz, che – almeno apparentemente – sembra lontano dal sapore arabo?
«Il jazz nasce nell’Africa subsahariana e ha dentro la sonorità e i ritmi del deserto anche se poi esplode in America, con una declinazione francese molto raffinata. Basti pensare alla storia d’amore di Juliette Gréco e Miles Davis, nata nell’ambiente esistenzialista della compagnia di giro di Jean-Paul Sartre, per capire quanto Parigi rappresentava per il jazz americano che era stato ‘confinato’ a musica ‘nera’. Sono gli anni in cui un colosso del genere viene a Parigi per ossigenarsi. C’è nel jazz la grande raffinatezza che distilla le emozioni e insieme l’estrema libertà dell’improvvisazione oltre alla versatilità dei ritmi nomadi che si prestano a contaminarsi con le diverse culture. È in fondo la mia storia di un’appartenenza multipla».

Questa risposta e il dono di qualche nota, avrei saputo in seguito, che era davvero un grande regalo. Aziz parlava con il contagocce, non per avarizia ma per modestia, con una forte incisività che non aveva bisogno di troppo tempo, senza nessuna voglia di inondare con il proprio ego.

La tua storia e quella del tuo Paese la racconti bene attraverso la narrazione, sul filo delle emozioni, storie che si leggono sulle cronache o si vedono ai tg. Così è ne La stella d’Algeri,premio Flaiano, romanzo in qualche modo d’iniziazione, che racconta una generazione perduta di giovani algerini. Il libro è scritto in uno stile secco, asciutto, che riproduce il linguaggio della strada, con punte di lirismo che ricordano il linguaggio contraddittorio e stridente di Jack Kerouack; splendido l’inizio. La vicenda si ambienta ad Algeri, nei quartieri popolari della Cité de mer et soleil, el-Hamma, Belcourt, Bab el-Oued senza inquadrature oleografiche o caricaturali, ma in prese dirette: sembra di camminarci dentro e dallo sguardo ad altezza d’uomo si indovinano prospettive, volti, profili di palazzi. Al centro l’ambizione di Méziane, nome d’arte Moussa Massy, giovane cantante di musica cabila moderna che sogna un futuro di fama e gloria; ma soprattutto di andarsene dal proprio paese che non ama. Fa parte di quei giovani pronti ad attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, i cosiddetti brûleurs di frontiere. Il giovane Moussa ha una voce bella e coinvolgente e il desiderio di cantare in quella che ritiene la sua lingua, il berbero, un’identità spesso schiacciata in Algeria che pure non è tradizionalmente araba. La vita del protagonista è dura in una famiglia di quattordici persone in tre stanze. Fuori l’islamismo che dilaga e pochi amici fidati che fanno il tifo per lui sono gli unici scampoli di evasione: la generazione ‘zombretto’, alcool puro di bassa qualità e sciroppo di granatina – il melograno è un frutto tipico da quelle parti – che accompagna lo sballo insieme a canne e 6.15, una droga deleteria a basso costo. Siamo nei primi anni Novanta.

Cosa ti ricordi di quel periodo?
«L’islamismo soffocava tutto, anni in cui non si vedevano che “tuniche, barbe, bandierine del Fis”, che tra crisi economica e corruzione hanno avuto la meglio. I ragazzi dei quartieri popolari sono dimenticati e piano piano si dimenticano a loro volta di loro stessi, affogando nell’alcol e nelle droghe, coltivando l’arroganza di una guerra tra poveri e il gusto della prevaricazione».

Dalle tue pagine emerge uno spaccato implacabile di un paese in crisi ma si legge anche la tua crisi e il tuo sogno.
«L’importante è non arrendersi – dice Moussa  – perché … è così che diventi islamista, quando ti stufi. Di sognare, di amare, di vivere. I compagni migliori sono finiti così, a forza di stufarti, non riesci più ad avere prospettive. Eppure Moussa, come tanti giovani algerini, si perde: un permesso che non arriva, la rinuncia, la rabbia che cova ed esplode, condannandolo purtroppo per sempre. Sarà incarcerato per una lite finita male con un islamista, ma in prigione diventerà un estremista. L’epilogo folgorante e purtroppo non assurdo che non sveliamo, lascia una forte amarezza».

La tua storia sembra dire che in certi anni per salvarsi non restava che partire. Hai lasciato l’Algeria: cosa ti resta dentro del tuo Paese?
«Tutto, le mie radici che sono mediterranee prima che algerine. Essere algerini significa essere africani, berberi, romani – Camus diceva che ad Algeri ritrovava nelle foglie d’acanto dei capitelli, la civiltà classica – arabi e francesi ad un tempo».

Albert Camus e il poeta Jean Sénac, sono un esempio illustre di questa identità plurale, dove il senso di lacerazione ha preso il sopravvento come la tentazione di una ricchezza difficile da comprimere. Qual è il tuo sguardo?
«Vivere in epoca coloniale in condizioni sociali misere non poteva che generare questa frattura, sentendosi estranei al milieu francese di una gauche snob al di là delle dichiarazioni e mai del tutto algerini. Sul piano del linguaggio poetico Sénac ha inventato il sole nella scrittura del Mediterraneo là dove Camus ha inserito le brume parigine. Sénac l’ho conosciuto».

In quale occasione lo hai incontrato?
«Vivere in epoca coloniale in condizioni sociali misere non poteva che generare questa frattura, sentendosi estranei al milieu francese di una gauche snob al di là delle dichiarazioni e mai del tutto algerini. Sul piano del linguaggio poetico Sénac ha inventato il sole nella scrittura del Mediterraneo là dove Camus ha inserito le brume parigine. Sénac l’ho conosciuto».

In quale occasione lo hai incontrato?
«Una serata, durante la quale abbiamo assistito alla lettura di poesie di Nadia Guendouz, poetessa algerina, francofona, femminista e comunista. Jean amava come me i poeti in erba».

In quale occasione lo hai incontrato?
«Una serata, durante la quale abbiamo assistito alla lettura di poesie di Nadia Guendouz, poetessa algerina, francofona, femminista e comunista. Jean amava come me i poeti in erba».

Si può dire fosse nata una frequentazione?
«Più che amici io ero un suo ammiratore: mi ha colpito la sua potenza e sensibilità insieme. Mi ha anche corteggiato a dire il vero”, e pronuncia queste parole quasi sussurrandole, con discrezione».

Qual è il messaggio che credi abbia lasciato questo poeta che ha un cammino in qualche modo contrario al tuo?
«Semplicemente quello della libertà e fraternità, incondizionate; con quell’eccesso, quella voglia di superare ogni barriera…quasi ogni limite. Lo stesso rapporto con l’Algeria è per Sénac fusionale, con quell’Algeria amazigh, che Camus amava ma in fondo da francese. Aveva un retroterra non vergine: europeo».

Qual è l’attualità di questi due autori oggi?
«La fraternità senza condizioni, la scelta dell’alterità mentre il senso della morte è inattuale».

La lotta anche estrema che ha condizionato quegli anni, la ribellione dei ragazzi delle nuove generazioni è una strada percorribile per te?
«Dal radicalismo aggressivo ho preso le distanze anche se al di là delle esternazioni e di certi comportamenti, sopravvive il desiderio di inclusività. Resta l’idea di un Mediterraneo di fraternità: l’abbattimento di ogni barriera e limite ma senza essere contro qualcuno. Certamente nel modo non si può che scegliere il dialogo, soprattutto con i tempi che corrono».

La lingua è certamente un’arma, sia in forma di parole sia di note. Qual è la tua scelta con tre lingue a disposizione e un pentagramma, senza considerare che hai una laurea in letteratura inglese?
«La poesia unisce parole e musicalità e la poesia come rivoluzione e gioia espressa da Sénac ma anche da René Char, poeta del quale ho letto tutto – e non a caso i due erano molto legati – è il punto di partenza che credo resti un valore, forse il valore per uno scrittore. Il linguaggio della musica in particolare supera le differenze e la scelta del francese, oggi non più la lingua dei colonizzatori, ma dei democratici e delle femministe, è una scelta politica, oltre ad essere un ponte verso una grande comunità e verso l’Europa che l’arabo preclude. Non solo, quest’ultimo è diventato la lingua dei religiosi. Ecco perché l’Algeria oggi cerca di immunizzarsi dal pericolo di derive radicali con il francese. Le contraddizioni del paese africano affondano nella paura, quella dell’oppressore prima, quella della miseria e della corruzione poi, elementi che fecero largo al Fronte Islamico di Salvezza».

Oggi qual è l’orizzonte al quale deve guardare l’Algeria per uscire dal tunnel, ma potremmo dire anche tutti paesi del mare bianco di mezzo?
«Il Mediterraneo che è apertura e invito al dialogo tra varie lingue. Rinunciando a questo balcone sul mondo, l’Algeria ha fatto una scelta a senso unico nel passato lasciando spazio all’estremismo. Invece la ricchezza del Paese viene dalla stratificazione sull’originario impianto berbero e poi romano. I Romani sono rimasti ben quattro secoli e il radicamento si avverte ancora».

Il tuo dramma teatrale Esperanza (Lampedusa), dal nome della barca diretta a quello che pare l’Eldorado dell’Europapubblicato da Les cygnes e presentato nel 2017 ad Avignone – racconta un Mediterraneo rosso di sangue, ma con un tono lontano dalle cronache. Su cosa si posa il tuo sguardo?
«Ho cercato di far partecipare il lettore alla vita di questa comunità dove prevale, al di là dei momenti di tensione, la solidarietà e la capacità o almeno il tentativo di realizzare una comunità, quella che non è stato possibile creare in patria, anzi nei diversi paesi d’origine dei naviganti. La telecamera non è esterna: è una storia raccontata dalla gente stipata nell’imbarcazione. I passeggeri si esercitano nell’idea platonica della costruzione di una “Repubblica degli harraga”, coloro che bruciano i documenti, che si imbarcano clandestinamente, dove i principali articoli della Costituzione mettono in primo piano il principio della ricchezza delle differenze e della tolleranza, in particolare nell’ammettere tutte le lingue e le religioni».

Al di là della storia c’è un pensiero filosofico che filtra. Qual è la tua idea centrale?
«Il rispetto della diversità al centro. In un barcone in mezzo al mare è più facile far la pace tra ebrei e musulmani. A tavolino i potenti hanno dimostrato di saper fare ben poco».

 

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