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AWJP: storie di donne e di pandemia attraverso l’Africa

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Kenya, Tanzania, Ghana, Nigeria e Uganda, sono cinque i paesi dell’Africa coinvolti (per ora) nell’Africa Women Journalism Project (AWJP), lanciato lo scorso luglio con il sostegno dell’International Center for Journalists (ICFJ) per rafforzare la voce delle giornaliste e fornire loro conoscenze, competenze e supporto necessari per poter seguire e pubblicare le storie meno note, spesso legate a problemi di genere, salute e sviluppo che hanno un impatto sia sulle donne stesse che su gruppi più emarginati. AWJP aiuta anche le giornaliste a sviluppare la loro carriera e ad assumere posizioni di leadership nelle redazioni. Le aiuta a lavorare in modo collaborativo su progetti di giornalismo che possano cambiare la narrativa africana, fornendo contenuti più diversificati e inclusivi.

Catherine Gicheru è la direttrice e fondatrice del progetto. Gicheru ha lavorato nei principali media della regione, è stata la prima redattrice donna al Nation Media Group ed è stata direttrice e fondatrice del quotidiano The Star a Nairobi. Ha anche co-fondato PesaCheck, l’iniziativa di verifica dei fatti che coinvolge 12 paesi dell’Africa orientale. Fa parte dell’Advisory Board del Reuters Institute for the Study of Journalism presso l’Università di Oxford ed ha vinto il premio IWMF Courage in Journalism nel 1992.

Ha costruito reti di giornaliste che sono poi diventate innovatrici nelle loro redazioni, portando nuove tecniche e voci più varie all’interno dei notiziari. Punta a sviluppare una narrazione innovativa, il giornalismo investigativo, il controllo dei fatti e la messa in luce di temi poco sviluppati a livello transnazionale.
«Il lancio di questo progetto in luglio è stato una risposta alla pandemia. Volevamo vedere come il virus aveva influito sull’agenda degli argomenti, in particolare rispetto alle donne – spiega Gicheru – ad esempio abbiamo riscontrato che molte ragazze non andavano più a scuola perché a casa non c’erano più soldi né lavoro, quante ragazze non sono più tornate a scuola perché hanno dovuto cercarsi un lavoro per aiutare in casa?»

Catherine Gicheru

Il progetto ha coinvolto cinque paesi dell’Africa orientale e occidentale sia perché sono tutti accomunati dall’uso della lingua inglese sia perché in paesi dell’Africa dell’est e dell’ovest sono legati da problemi comuni. «Ad esempio – continua Gicheru – nei mercati, che ora sono chiusi per le misure di contenimento della pandemia, lavorano di solito le donne, sono loro a vendere le merci, e quindi ora sono senza lavoro. Ma a loro si collega anche il problema degli agricoltori che non possono vendere i loro prodotti. Questo è un problema comune a tutta l’area ed è rappresentativo di tutto il continente.

Anche il tema delle mutilazioni genitali femminili è comune a tutti i paesi, benché debba essere trattato tenendo conto delle loro differenze. Bisogna capire come coinvolgere la comunità e cambiare la percezione su questo tema. Ad esempio in Kenya ci sono varie organizzazioni che coinvolgono anche gli uomini, molti infatti non vogliono una moglie che non sia “tagliata” e allora bisogna spiegargli che questo è un retaggio culturale, anche gli uomini devono essere parte del dibattito. Dall’altra parta, in Nigeria, ci sono imam che parlano delle mutilazioni genitali femminili, ma bisogna avere ben presente che non è un precetto religioso, non è scritto da nessuna parte nel Corano. Insomma bisogna cambiare mentalità, ma come fare? Certamente serve il dialogo, non basta la legge, non basta dire le mutilazioni sono state messe al bando, da lì in poi servono gli approfondimenti, le storie, il dibattito».

E quindi largo alle storie. Tra quelle trattate finora dall’AWJP c’è ad esempio un’analisi di come la pandemia ha portato a una carenza di rifornimenti di sangue in Uganda e ai conseguenti problemi per pazienti come le donne durante il parto. C’è uno sguardo sull’HIV e all’AIDS nell’era del Covid-19 e come coloro che già convivono con un virus debilitante corrono un rischio maggiore di contrarre l’altro. E c’è un focus sui lavoratori domestici in Ghana e su come soffrono finanziariamente in un momento come questo in cui si punta sul distanziamento sociale per prevenire l’infezione.

«Il procedimento di AWJP è che le giornaliste individuino le storie e noi le finanziamo e le sosteniamo nella ricerca dei dettagli e degli approfondimenti. Si producono due tipi di contenuti: per l’online e per la stampa. Se ci sono dati li utilizziamo altrimenti ci affidiamo a esperti, report accademici ecc. Ora, con le restrizioni anti-covid, è più difficile fare interviste faccia a faccia. Il questi mesi molte giornaliste hanno perso il lavoro, ma molte hanno trovato nuovi spazi per scrivere, come nell’ambito digitale: i podcast, i blog ecc. Hanno perso il lavoro, ma non la voglia di amplificare la loro voce in un altro spazio. In Africa c’è un problema di connessione e di costi della connessione, ma è bello vedere che non si sono rassegnate».

Cosa c’è nel futuro dell’Africa Women Journalism Project? «Se hai a che fare con giornaliste donne si crea una specie di collettivo – spiega ancora Gicheru – non perché si debba parlare sono di maternità e temi del genere, ma perché ti permette di amplificare temi che non vengono trattati o che restano poco visibili. Si parla di narrativa africana, ecco dobbiamo chiederci come la narrativa africana cambi la vita delle donne. Stiamo parlando di metà della popolazione del continente, eppure ci sono ancora poche donne in Parlamento, poche voci. Come si può agire per cambiare la vita del 50% degli africani? Raccontare le storie di donne e replicare un milione di volte nel continente questi racconti può servire a fare la differenza».

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