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Augias e la legione restituita per Regeni: un politico deve conoscere la soglia della dignità

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Corrado Augias riceve la Legione d’Onore nel 2007

«Dove si può situare il limite tra le esigenze della realpolitik e la difesa dei valori universali, compito di ogni statista? Si tratta di una domanda difficile. Ma direi che questo limite è dettato dall’abilità politica di un leader: l’abilità che lo porta a riconoscere la soglia della dignità».
Risponde pacato, Corrado Augias, dalla sua casa di Roma, dopo la tempesta mediatica che lo ha visto protagonista negli ultimi giorni. Il giornalista e scrittore si è in effetti ritrovato al centro di un’accesa polemica, alimentata sia dalla stampa francese sia da quella nazionale, a causa della decisione di restituire la Légion d’Honneur, massima onorificenza francese, in segno di protesta per l’attribuzione al generale al-Sisi della stessa decorazione. «Amo la Francia e questa rinuncia è stata, per me, una decisione amara e dolorosa», spiega.

«La mia famiglia è di origine francese, è giunta in Italia ai tempi di Napoleone. Amo la storia di questo Paese e quell’onore che mi fu concesso è un po’ il simbolo del legame forte che mi unisce alla patria di Voltaire. Ma ho dovuto rinunciarci, e non è stato facile. L’indignazione è stata troppo forte e la coincidenza è stata crudele: nello stesso momento in cui il presidente Emmanuel Macron attribuiva la Légion d’Honneur ad al-Sisi, la Procura della Repubblica di Roma riceveva i documenti che provavano l’orribile calvario vissuto da Giulio Regeni in Egitto».
In Francia, c’è chi giustifica il presidente Macron mettendo in avanti le ragion di Stato, in particolare l’alleanza necessaria con al-Sisi nei confronti delle minacce di Erdogan, considerando il ruolo strategico di quest’ultimo in Libia e la conseguente esigenza di un appoggio solido in quella regione.
«Credo di aver sufficientemente seguito da vicino gli interessi geo-politici di numerosi leader, per non far prova di ingenuità. Mi rendo perfettamente conto che la Francia, esattamente come l’Italia, abbia interessi strategici enormi in quella regione e che sia necessario mantenere ottimi rapporti coi capi di Stato », afferma.

«Ma la Légion d’Honneur non è un simbolo qualsiasi, non è una decorazione che si può concedere così, come una bibita servita ai tavoli per far piacere agli invitati. È necessario far prova di abilità diplomatica per rendere omaggio ai dirigenti senza sporcare l’onore e tradire i propri principi. Le faccio un esempio: nel 2009 ero a Roma, quando avvenne la visita di Mu’ammar Gheddafi. Fu ricevuto in pompa magna al Quirinale, con corredo di banda musicale, soldati in alta uniforme ad aprirgli il passaggio, un ricevimento sontuoso. Non gli fu, tuttavia, attribuita alcuna onorificenza. Non era dunque assolutamente obbligatorio onorare il generale al-Sisi con la Légion d’Honneur, pur in nome dei vasti interessi geo-politici nella regione». 
Augias non è eccessivamente ottimista rispetto alle conseguenze del suo gesto simbolico. «Non potevo restare con le mani in mano, sebbene mi renda conto che questa azione, purtroppo, non condurrà a niente di concreto nell’avanzata dei diritti umani in quel Paese. Non mi aspetto nulla di particolare da questa rinuncia, è una decisione strettamente personale. Dettata da un sentimento che non potevo ignorare».

Forse Corrado Augias sbaglia, quando dice che il suo gesto rimarrà fine a se stesso e che non avrà grosse ripercussioni. L’opinione pubblica ha reagito vivacemente e ha salutato il coraggio e la lezione di dignità impartita dal giornalista. Non solo : finalmente, il caso Regeni – trattato piuttosto superficialmente fino a pochi giorni fa – è stato presentato con più dettagli al pubblico francese, suscitando non poca indignazione.
Si è parlato finalmente di più anche di Patrick Zaky, e dei sessantamila prigionieri d’opinione detenuti in Egitto dal regime di al-Sisi, in luoghi di detenzione sinistri come la famigerata prigione di Tora, al Cairo, che ha visto passare, oltre a Zaky, anche Alaa Abdel Fattah, il blogger icona della primavera araba arrestato più volte per le sue critiche al generale, membri di ONG e numerosi difensori dei diritti umani. Se non fosse per il gesto di Augias, i nomi di Giulio Regeni e Patrick Zaky sarebbero rimasti nel limbo delle informazioni maltrattate e poco approfondite.

L’impressione di un corrispondente straniero è che questi due paesi, pur così vicini, si conoscano ancora poco, siano troppo spesso vittima dei rispettivi cliché – lo si è visto fin troppo bene nel trattamento del caso Charlie Hebdo – e abbiano, alla fine, un atteggiamento pigro riguardo alla prospettiva di approfondire la storia dell’uno e dell’altro. Come succede ai membri di una stessa famiglia, stanchi di frequentarsi e persuasi di conoscersi fin troppo bene.
«Napoleone, esiliato sull’isola di Sant’Elena, dettando le sue memorie si espresse così: “Per l’Italia avrei voluto fare di più”. L’imperatore amava l’Italia, ma non voleva che diventasse una potenza che, un giorno, avrebbe potuto rivelarsi anche una minaccia per la Francia. Aiutò l’Italia, quindi, ma non troppo, per conservare un equilibrio. Si comportò, in fondo, da autentico politico.

I rapporti tra i nostri Paesi sono sempre stati caratterizzati da alti e bassi, da momenti di grande solidarietà e momenti di accanita rivalità. André Malraux diceva che i Francesi sono italiani di cattivo umore: c’è stato da sempre un confronto, un rapporto di amore e odio, di vicinanza e di diffidenza e, in questo contesto, è nato qualche malinteso», continua Augias.
«Personalmente, resto molto affezionato alla Francia. Sebbene, come del resto l’Italia, questo grande paese si sia adattato un po’ troppo presto ai rituali e ai vizi dell’epoca contemporanea. Si ha l’impressione che un aratro sia passato di lì e abbia sconvolto tutto, trasformando la Francia odierna in una sorta di caricatura rispetto a ciò che rappresentava ieri. Continuo tuttavia ad amarla, e sa perché? Per una cosa in particolare: l’eccezionale importanza data al mondo della cultura. Quando sono giunto a Parigi, nel 1985, c’erano cinque librerie nel mio quartiere. Oggi ce ne sono ancora cinque. La cultura mantiene il suo ruolo determinante. I francesi  si battono per i loro valori : purtroppo, non si può dire altrettanto per altri popoli…»
E la Francia del presidente Macron, quali considerazioni nei suoi confronti ? «Sfortunatamente, la forza di Emmanuel Macron durante la sua campagna elettorale si è rivelata essere la sua debolezza quando si è trattato di governare. In campagna elettorale Macron mi piaceva: fossi stato francese, avrei votato per lui. Il suo porsi al di fuori delle dinamiche di partito era interessante, perché significava svicolarsi finalmente dalle ideologie. Il problema è che questa libertà è diventata, ben presto, un tallone d’Achille. Non si può governare senza una politica coerente, senza prese di posizione precise. Se il progetto si fa confuso, i cittadini non ti seguono più».

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