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Anno nero per la libertà di stampa: le conseguenze dell’odio contro i giornalisti

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Christophe Deloire, giornalista e scrittore, segretario generale Rsf dal 2012

Il bilancio annuale di Reporter senza frontiere (Rsf) offre un panorama sconcertante: quest’anno sono stati ammazzati 80 giornalisti nel mondo. Sono 15 in più rispetto al 2017 e, di questi 80, 63 erano giornalisti di mestiere. «L’odio verso i giornalisti proferito e addirittura sostenuto da leader politici, religiosi o uomini d’affari senza scrupoli, ha conseguenze drammatiche. Tutto questo si trasforma in aumento preoccupante delle violazioni»: il segretario generale di Rsf, il noto giornalista francese Christophe Deloire, non fa nomi ma li evoca piuttosto chiaramente.

La politica che fomenta l’odio contro i giornalisti è una parte del problema, ma non tutto. Ci sono i social network, megafono dell’odio e delle campagne di intolleranza. «I social hanno una pesante responsabilità in questo senso: questi sentimenti di odio diffusi legittimano la violenza e indeboliscono, ogni giorno che passa, il giornalismo e, con esso, la democrazia». Il Paese più “nero” è l’Afghanistan, e non è una novità: quest’anno sono stati uccisi 15 giornalisti nei suoi territori. Seguono la Siria (11), il Messico (9), l’India (6) e, a sorpresa, gli Stati Uniti (6 morti, 4 dei quali uccisi dall’uomo che fece irruzione nella redazione di Capital Gazette). 

A parte i morti sul campo, il 2018 porta con sé anche un aumento dei giornalisti detenuti. Rsf afferma che sono 348 (22 in più rispetto allo scorso anno). I cinque Paesi che hanno imprigionato il maggior numero di giornalisti sono l’Iran (cui abbiamo dedicato l’edizione 2018 di Voci Scomode), l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Cina e la Turchia (oggetto del convegno Voci Scomode 2016).

La maggioranza dei giornalisti imprigionati – secondo uno studio di Cpj, il Comitato di protezione dei giornalisti – è in carcere per accuse relative a presunti reati contro l’ordine costituito. Ci sono 28 giornalisti attualmente in galera con l’accusa di aver diffuso notizie false. Di questi, 19 sono egiziani. Nel rapporto di Cpj non sfugge che l’aumento vertiginoso di accuse penali per “fake news” accade nel periodo in cui l’uomo più potente del mondo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha ingaggiato una guerra dichiarata ai giornali che, secondo lui, diffondono notizie mendaci. La Cina è il Paese che detiene il maggior numero di giornalisti: 47. Di questi, risulta che almeno 10 non abbiano ancora ricevuto un atto formale di accusa ma, nelle more del procedimento, restano privati della loro libertà. Il caso più famoso è quello del fotoreporter Lu Guang, un professionista stimato a livello internazionale (tanto da aver vinto premi della World Press Photo Foundation e del National Geographic) il cui interesse principale è volto alla tutela dell’ambiente. Le autorità cinesi hanno comunicato informalmente alla famiglia che Lu Guang è detenuto ma, ufficialmente, si sa solo che è scomparso nel mese di novembre 2018.

In Egitto ci sono almeno 25 giornalisti detenuti. L’amministrazione del presidente al-Sisi spinge da tempo per le carcerazioni e per i maxiprocessi contro i giornalisti. Il caso più eclatante è quello di Mahmoud Abou Zeid, noto come Shawkan (la sua storia sul Cameo del Caffè dei giornalisti), che è detenuto dall’agosto 2013. Dopo essere riuscito a condannarlo per un reato di sangue verosimilmente mai commesso, neanche come concorso morale, la sua sentenza è stata eseguita; scaduti i termini di carcerazione, però, le autorità hanno trovato un appiglio per continuare a detenerlo: i magistrati sono arrivati addirittura a contestargli delle multe mai pagate, relative alle proteste di piazza del 2013 che Shawkan aveva documentato fotograficamente e che gli stanno costando tuttora la libertà.

La censura di Stato inaugurata da Erdogan in Turchia, come già ampiamente documentato in Voci Scomode 2016, è ben lungi dal mitigarsi. Nonostante il presidente turco sia stato tra i primi uomini di Stato a denunciare l’assassinio del giornalista Khashoggi, il suo Paese continua a essere la prigione dei giornalisti. Al momento ci sono circa 70 giornalisti turchi in galera. L’escalation violenta di Erdogan contro la libera informazione ha una data precisa: l’estate del 2016 e il fallito colpo di Stato ai suoi danni. Da allora, ogni scusa è stata buona per mettere il bavaglio a chiunque non cantasse l’inno del presidente. Tutti i giornalisti imprigionati, non a caso, hanno ricevuto la stessa accusa: reati contro l’ordine istituzionale, propaganda antinazionale. 

 

I dati raccolti da Cpj fanno emergere altri aspetti interessanti: per esempio, il 98% dei giornalisti imprigionati è ristretto dal proprio governo; tra i cinque che non sono ospitati nelle patrie galere, figurano un reporter uraino detenuto in Russia e uno russo detenuto in Ucraina. Dei giornalisti attualmente in carcere, 33 (vale a dire il 13% del totale) sono donne. Il 30% dei giornalisti in prigione è freelance. L’argomento più rischioso per un giornalista è la politica, seguita dalle questioni sui diritti umani.

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