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«Ancora un giorno»: il docufilm su Kapuściński che scrive il destino dell’Angola

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«Mi identifico con viene umiliato e offeso. Io mi ritrovo tra loro»: con questo atteggiamento, fino all’inizio degli anni Ottanta, Ryszard Kapuściński ha documentato per l’agenzia di stampa nazionale polacca rivoluzioni e colpi di Stato che hanno trasformato il mondo: dall’Asia all’Africa, dall’America Latina alla ex Unione sovietica. Il mestiere di corrispondente lo ha portato a Zanzibar durante la rivoluzione del 1964, in Honduras e in Salvador per seguire quella che soprannominò «la guerra del football», in Sud Angola nel 1975 in piena guerra civile. E proprio al racconto dei fatti che iniziano con l’indipendenza dell’Angola dal Portogallo fino all’invasione dell’esercito sudafricano è dedicato il docu-film biografico di Raúl de la Fuente «Ancora un giorno».

Premiato come miglior film d’animazione agli European Film Awards 2018 il film è stato presentato recentemente al Sottodiciotto Film Festival di Torino con la partecipazione, insieme al regista, di Marco Faggioli, direttore esecutivo di Missioni Don Bosco, che dello stesso regista ha prodotto i documentari «Love» sullo sfruttamento della prostituzione in Sierra Leone e «Palabek» sulla vita nel campo rifugiati nel nord dell’Uganda, e di Willy Peyote, che insieme ai Bluebeaters ha scritto il singolo apripista della colonna sonora del film «per dare una voce a chi non ce l’ha», come da migliore delle tradizioni del cantautorato italiano.

La gente se ne va
Prima dal mondo poi dalla memoria ma
Ho questo giorno in più
Guerra o non guerra resto qui.

E così scelse di fare Kapuściński, come ricorda Faggioli: «Mentre tutti i portoghesi lasciavano l’Angola, lui entrò e volle andare a sud per raccontare al mondo quello che stava accadendo. Allora come oggi c’è bisogno di puntare i riflettori sulle guerre dimenticate, quelle che anche in questo periodo di pandemia continuano inascoltate».
Nel 1975 Kapuscinski comprese che c’era una grande storia da raccontare: dopo cinque secoli di dominio, il Portogallo lasciò le sue colonie africane e l’Angola divenne la scacchiera su cui si combatteva la Guerra Fredda con la sanguinosa guerra civile tra il Mpla, sostenuto dalla Russia, e il FNLA e Unita, sostenuti dagli Stati Uniti. Il reporter polacco – “Ricardo” per i colleghi angolani – coprì la resistenza del fronte socialista. Una parola risuona per descrivere quell’esperienza: «confusão», che ha in sé il caos assoluto, l’anarchia, lo smarrimento.
Raúl de la Fuente, insieme a Damian Nenow, riesce a restituirne la radice in un lungometraggio che fonde registri cinematografici differenti: la ricostruzione del resoconto giornalistico attraverso una raffinata animazione, interviste ai protagonisti di quegli anni ancora vivi e immagini di quotidiana attualità in Angola.
Passato e presente si toccano quasi a ribadire il monito di uno dei ritratti più riusciti, quello della coraggiosa combattente Carlota, «Assicurati che non ci dimentichino». Kapuściński fece una promessa a quella donna, «il volto dell’Angola», e si impegnò a mantenerla, anche perché aveva provato sulla sua pelle l’orrore della guerra, da bambino in Polonia: «Per molto tempo ho pensato che il mondo fosse quello. Quando hai vissuto la guerra, non puoi più liberartene. Con la guerra ho iniziato a capire il mondo».

Con il suo lavoro riuscì a narrare e illuminare le periferie del mondo, ricercando la verità per dovere morale e non per sensazionalismo. Il docu-film racconta la dedizione e il coraggio del giornalista che poneva domande scomode e decise di raccontare che l’esercito sudafricano stava entrando in Angola quando il mondo lo negava, ma restituisce il volto più umano del reporter che di fronte al comandante Farrusco non aveva domande pronte e preferì tacere e ascoltare e persino il tormento dell’uomo che scelse di inviare alla sua agenzia il messaggio «I have no more information», venendo meno al suo dovere di cronista e consapevole che il sostegno cubano alla resistenza del Mpla sarebbe stato garanzia di uno scoop, ma a costo della morte di migliaia di persone.
Interpretò il senso più profondo del lavoro giornalistico in prima linea facendo sì che il racconto della Storia non si limitasse alla cronaca oggettiva, dando un volto e un nome ai protagonisti: «Vogliono tutti essere fotografati, per lasciare una traccia, per restare. […] La povertà non ha voce, così ha bisogno che qualcuno parli per lei».

Sulle note di «Un giorno in più», che accompagnano i titoli di coda, Willie Peyote nel ruolo di un Kapuściński che trascende il tempo dà fiato alla sua missione:

È un dovere e un dolore, è un piacere e un onore
Fare da amplificatore alla tua voce
Ora rinchiusa in silenzio feroce
Rimbomba se nessuno racconta
Chi dimentica ha la stessa colpa
Questa vittoria è nostra e la meriti tu
Per cambiare la storia basta un giorno in più

 

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