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Ali Bécheur: il Mediterraneo come una colonna sonora

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I domani di ieri

Sono partito come un disertore. Ho messo la distanza tra noi, il Mediterraneo, duemila chilometri. Sotto un cielo di Boudin, il Lussemburgo crollava sotto la porpora, risplendeva di tutti i suoi ori lobati, dentellati, le foglie scricchiolavano sotto i passi, i battelli si incrociavano sull’acqua sotto lo sguardo impavido delle statue. Cerco un posto su una panchina pubblica, perché le sedie sono a pagamento e l’addetta all’affitto è vigile in tal senso, sballottando il suo sacchetto che tintinna di monete. La lettera è nella tasca del mio giaccone, sulla busta ho riconosciuto subito la tua scrittura, delicata, elegante, sotto la quale trasparivano gli arabeschi della calligrafia che il tuo calamo traccia sulla louha del kouttab*. Tu non mi hai mai dato la minima soddisfazione, mi scrivevi. Ma tu non hai mai smesso di inviarmi puntualmente il mandato che io toccherò alla posta di via Cuyas. Scendevo un fiume impassibile senza sentirmi guidato dai trasportatori, salvo che mi ero catapultato per riunire un’orda di Pelle Rossa che gridavano di aver perso il loro totem.

*Il riferimento è al leggìo in legno della scuola coranica dove si scrivono le sourah del Corano.


Ali BécheurDa Les lendemains d’hier (Trad. Ilaria Guidantoni)

 

Ilaria Guidantoni, fiorentina, laureata in filosofia teoretica alla Cattolica di Milano, è giornalista e scrittrice. Profonda conoscitrice della cultura del Mediterraneo, ha incontrato lo scrittore tunisino Ali Bécheur, autore con un passato di avvocato e insegnante di diritto, in occasione dell’edizione 2019 di Bookcity Milano, quando ha presentato il suo ultimo romanzo, Les lendemains de hier, pubblicato dalla casa editrice tunisina Elyzad e tradotto in italiano con il titolo I domani di ieri per i tipi di Francesco Brioschi Editore, la traduzione di Giuseppe Giovanni Allegri e la cura di Elisabetta Bertuli. Un corpo a corpo con la Tunisia del padre, che riecheggia spesso nei suoi libri.

L’INTERVISTA

Ali Bécheur
Ali Bécheur (1936), giurista e romanziere

All’apertura delle frontiere dopo il lockdown, ho raggiunto Ali Bécheur a Tunisi e gli ho chiesto di raccontarmi la sua storia.
«Sono nato a Sousse, città costiera, nel 1936 durante il periodo del protettorato francese e in Tunisia ho compiuto i miei studi fino alla maturità, per andare poi a Parigi, dove ho studiato Diritto. Tra l’altro mio padre Omar, di umili origini, ha saputo riscattarsi raggiungendo l’apice della carriera forense, e io l’ho seguìto nel cammino. Rientrato a Tunisi, sono stato assistente alla Facoltà di Legge. Era il periodo di Bourguiba, il primo presidente della Tunisia indipendente, e all’università c’erano molti problemi, con le “visite” frequenti della polizia. In quella situazione non riuscivo a insegnare e ho abbandonato la carriera universitaria. Ma professori lo resta per sempre».

Non ha però abbandonato il diritto.
«No. Ho intrapreso la carriera di avvocato e, fino alla pensione, mi sono dedicato alla professione».

Come è nata la vocazione per la scrittura?
«Difficile da dire. Ho sempre scritto: qual è quell’adolescente che non si è cimentato nel comporre versi per conquistare sa petite amie? Tuttavia, dall’amare la scrittura al diventare scrittore ne corre… Molte cose sono entrate in gioco, è stata una rivoluzione personale. Certamente essere a cavallo tra due culture, separate – per meglio dire, legate – dal Mar Mediterraneo è stata una grande fonte di arricchimento. Confrontandole, si va più a fondo di ciascuna. Più di quanto si potrebbe se ne studiassimo una sola, o semplicemente le studiassimo, senza esserne coinvolti».

C’è stato un momento, un episodio, un fatto che ha acceso la lampadina della scrittura?
«Innanzitutto l’amore per la lettura. Da piccolo avevo una zia che dormiva con me e che, ogni notte, mi leggeva Le mille e una notte. Mi ero appassionato moltissimo: come al cospetto della protagonista, la principessa Shehrazade, aspettavo trepidante la notte successiva per sentire il sèguito del racconto, che non finiva mai. Questo libro, che oggi si legge meno e che è entrato nella nostra cultura da quella persiana – dalla quale il mondo arabo è fortemente influenzato – ha sviluppato in me l’immaginazione. Poi mio padre, quando ero ragazzino, mi regalò una cassa di libri della Collana Bibliothèque verte della casa editrice la Hachette, letture per bambini e adolescenti. Segnatamente libri di avventura che annoveravano, tra gli altri, scrittori come Alexandre Dumas e altri che, oggi, sono un po’ dimenticati. Non avendo fiducia in me, per capire se li leggessi davvero mi chiedeva di fare un riassunto di ognuno. E così sono stato contagiato dal virus della lettura che, una volta che entra in noi, non ci lascia più».

Quando ha deciso di scrivere?
«Quando a Parigi scoprii Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez e il suo realismo magico. Un libro che mi ha stregato. Solo che in Tunisia non era facile farsi pubblicare. C’era solo Cérès, casa editrice con la quale ho pubblicato Jours d’adieu nel 1996 e poi Tunis Blues, uscito con Elyzad nel 2000. Un editore che pubblica libri raffinati, con grande cura grafica, spesso di autori che vivono a cavallo delle due sponde del Mediterraneo. Il titolo originario di quest’ultimo libro sarebbe dovuto essere La quintette (Il quintetto), una sorta di orchestra di cinque personaggi che respirano il fermento di una ribellione che arriverà solo nel 2011 con la rivoluzione. Un passaggio importante, perché solo da quel momento i tunisini sono stati almeno liberi di esprimersi. Anche se la democrazia non è la panacea di tutti i mali».

Lei scrive in francese raccontando soprattutto la Tunisia. Qual è il suo gioco linguistico?
«La mia cultura è essenzialmente francese e sono francofono, anche se parlo l’arabo soprattutto tunisino. Ora scrivo in francese ma l’occhio è tunisino e, dentro di me, c’è la sonorità della lingua araba che è decisamente metaforica. Così, quando ritengo che una parola o un’espressione non siano traducibili in francese o, comunque, che non debbano essere tradotte in un’altra lingua, le lascio così come sono e nel testo le spiego, ne faccio emergere il significato. Evitando il ricorso alle note, che per me sono troppo accademiche. Siamo in un romanzo: come se fossi in un dialogo, talora con un personaggio, talora direttamente con il lettore, lo metto sull’avviso. Ad esempio, in francese esiste l’espressione “mettere il carro davanti ai buoi”, il cui senso è  analogo al modo di dire tunisino “mettere la stuoia davanti alla moschea”. Il tappeto della preghiera non ha senso usarlo prima di entrare nel luogo sacro. Nei miei libri credo che il lettore capisca il senso, al di là delle parole. Credo che un lettore intuisca che anche se scritto in francese, non è di un francese, perché ho adattato il francese al mio sentire».

Qual è un esempio di parola intraducibile?
«Circoncisione, Ţouhr, che in arabo indica la purificazione. E, al femminile, Ţaharah, che indica la castità. Io non racconto nei miei romanzi un atto dogmatico, la circoncisione appunto, ma un vissuto. Che dapprima è sentito come il tradimento, tanto più che avviene da parte dei genitori, quindi il dolore; poi, il senso dell’appartenenza alla comunità».

Che posto occupa il Mediterraneo suoi libri e come si fa a raccontarlo in francese, al di là degli accorgimenti tecnici?
«Il Mediterraneo è dappertutto: fin dalla mia nascita, in una città di mare; d’altronde, la Tunisia è a tutti gli effetti un Paese mediterraneo, ben prima che essere arabo. C’è sicuramente una continuità con la Sicilia dal modo di vivere, il sentire, i rapporti familiari, le relazioni uomo-donna o la concezione dell’amicizia, perché la mediterraneità è antecedente alla nazionalità».
D’altronde, ne Le Paradis des femmes, il “mare bianco di mezzo”, come lo chiamano gli arabi e dove bianco sta per tranquillo,  è quasi un personaggio. Non è una presenza qualsiasi nella città perché le città sul mare hanno un’aria che sa di sale e, piano piano, questo sentore salmastro “entra” nei cittadini e fa parte di loro».

Qual è la sua visione del Mediterraneo oggi?
«Cosmopolita e critica a un tempo. Credo che il Mediterraneo appartenga a tutti coloro che abitano le sue rive ma, con amarezza, constato che l’Europa si sta costituendo in fortezza, probabilmente per la crisi dei migranti e perché gli europei hanno perso la memoria di esser stati a loro volta emigranti, almeno per quanto riguarda l’Europa mediterranea. La costruzione di mura e muri costituisce un limite per entrambe le rive e per la mancata possibilità di scambio».

In qualità di scrittore lei si sente di denunciare pubblicamente questa posizione?
«Certamente. Ad esempio, nel mio ultimo libro affronto la questione in una pagina e, alla fine, scrivo Je suis migrant: perché lo sono stato, e perché credo che le frontiere vadano riaperte innovando il sistema di accoglienza. Ripopolando anche dei paesi abbandonati, grazie a nuovi cittadini».

Due suoi libri sono stati tradotti in Italia. Che importanza, ha per lei, questo incontro?
«È molto importante, perché significa condividere la mia attività con un nuovo pubblico e perché credo che far circolare idee e vissuti diversi sia importante. Un libro non è come il pane ma ha una sua forza, anche perché non… va a male e, una volta che è tradotto, può essere anche letto dopo molti anni. Tra l’altro la traduzione mi pare buona, sebbene molte espressioni siano state addolcite. Una per tutte: Je m’en fous con “Non importa”, decisamente più sfumata».

I libri di Ali Bécheur sono testimonianze di un sentire mediterraneo con una grande nostalgia della giovinezza che è quella dell’autore; di una generazione, come anche la giovinezza del paese nato all’indipendenza nel 1956. Le Paradis des femmesè un grande canto d’amore, al proprio paese e alla propria città, Tunisi, tra ricordi, nostalgia e anche un filo di ironia. È il racconto dell’iniziazione tipica dell’adolescenza, di quell’espandersi con la voglia di conoscenza e di sperimentazione, di incontro con quel lembo di paradiso tutto femminile e, metaforicamente, è la narrazione e il rimpianto per una città internazionale, aperta e multicolore che non esiste più.
In particolare, lo sguardo è puntato su quell’arteria centrale brulicante di vita, l’Avenue Bourguiba, dove i caffè sono il luogo di ritrovo, di discussione e di scambio. Quella che un tempo si chiamava semplicemente l’Avenue e tutti capivano, e non è un caso che sia stata oggetto di alcuni romanzi come Avenue de France, questo il suo nome sotto i francesi, del romanzo di Colette Fellous, franco-tunisina che vive in Francia. Una via che, simbolicamente, cambia nome come la porta che, al suo termine, conduce alla vecchia medina, che i tunisini chiamano bāb al-bakhri, “porta del mare” e i francesi o francofoni, o i turisti, porte de France.

 
L’immagine di copertina in homepage, di Ilaria Guidantoni, ritrae il porto di Sousse (Susa), popolosa città costiera della Tunisia.
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