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Alessio Mamo, la donna col velo e il bambino. Lo scatto premiato al World Press Photo

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Una donna completamente velata e vestita di nero, come le sue compagne, nel campo siriano di Al-Hol tiene in braccio il suo bambino. È questa la foto di Alessio Mamo, che ha vinto il secondo premio singolo di World Press Photo 2020. La donna, russa, è a “The Annex”, la sezione del campo profughi nel nord della Siria dedicata alle “spose dell’Isis” una sorta di prigione a cielo aperto che contiene circa 10.000 donne, su 70.000 persone presenti nell’intero campo. «Marta ed io volevamo fare un lavoro sulla giustizia post Isis, ma siamo arrivati in Siria nel momento degli attacchi turchi e ci siamo occupati di ciò che stava accadendo, anche se di solito non lavoriamo sull’attualità». Così il fotografo Alessio Mamo descrive il reportage fatto per l’Espresso con Marta Bellingreri, di cui fa parte la foto vincitrice del secondo premio, nella categoria General News del World Press Photo 2020.

Mamo collabora regolarmente con The Guardian e L’Espresso. Nel 2008 ha iniziato la sua carriera nel fotogiornalismo, concentrandosi su questioni sociali, politiche ed economiche. Si occupa di temi legati allo spostamento dei rifugiati e alle migrazioni, dalla Sicilia al Medio Oriente. Le sue immagini sono state pubblicate su riviste come TIME, The Guardian, Newsweek, Le Monde, Der Spiegel, Stern, National Geographic, Geo, Polka, Al Jazeera, The New Yorker, Internazionale e L’Espresso. È anche fotografo collaboratore di Medici Senza Frontiere e dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Marta Bellingreri, ricercatrice e giornalista indipendente, è specializzata in politica e culture contemporanee del Medio Oriente e del Nord Africa. Ha vissuto e lavorato in Tunisia, Giordania, Iraq, Siria. Il suo lavoro è apparso in media italiani e internazionali come L’Espresso, Il Venerdì, The Guardian, BBC, Al Jazeera, Stern. Con loro – nell’ambito degli approfondimenti legati alla mostra, visitabile fino al 5 marzo a Torino – dialogano in diretta Facebook Lorenzo Tondo, giornalista e corrispondente del Guardian e Vito Cramarossa di Cime, organizzatore della mostra.

«Quando siamo arrivati al campo di Al-Hol la nostra sicurezza non era garantita al 100% e mi sono chiesto come mai noi, tutto sommato, non abbiamo avuto problemi a interagire con le persone che abbiamo fotografato e intervistato. Uno dei motivi sicuramente è dovuto al fatto che Marta parla arabo e ciò serve ad accorciare le distanze tra noi e le persone che incontriamo, oltre al fatto che lavoriamo in modo rispettoso».

«Per prime abbiamo incontrato delle donne tunisine – spiega Marta Bellingreri – questo mi ha facilitato perché conosco bene l’arabo tunisino. Nel campo ho visto la difficoltà di vivere in condizioni così estreme. Molti bambini sono morti per piccole febbri o malnutrizione, nonostante gli appelli per rimpatriare queste donne nei loro paesi di origine. Ho visto la loro difficoltà di vivere portandosi addosso il peso delle scelte sbagliate, di avere seguito un’idea di Islam che le ha ingannate, e come il loro percorso interiore pesi anche sulla loro vita nel campo. Inoltre ci sono ancora molte estremiste, che sono ancora affiliate all’Isis e poi ci sono quelle che hanno ritrattato le loro scelte. Nel solo gennaio 2021 nel campo sono state uccise 20 persone in seguito ai litigi tra chi ha ancora una visione estremista e chi no. L’Isis in Iraq e in Siria ha ancora molte cellule dormienti, si parla di circa 15.000 persone ancora attive in cellule nascoste».

Altre immagini arrivano dalle prigioni dove sono stipati centinaia di miliziani dell’Isis. «Per entrarvi abbiamo dovuto chiedere diversi permessi e spiegare il nostro lavoro – dice ancora Bellingreri – Abbiamo visitato varie sezioni: abbiamo incontrato i feriti, iracheni, kosovari, marocchini, anche un combattente del Bangladesh. La loro situazione è molto critica. Le forze siriane vorrebbero rimpatriare queste persone. I curdi vorrebbero un tribunale internazionale, non solo curdo, per far luce su quanto ancora sta vivendo quella regione».

Mamo era già stato premiato da WPP nel 2008 per la foto che aveva scattato a Manal, una ragazza ricoverata in Giordania, nella clinica di Medici Senza Frontiere, dove aveva dovuto subire molti interventi al viso sfigurato in seguito a un’esplosione a Kirkuk. Secondo Mamo c’è un filo conduttore che accomuna le due immagini – della donna russa in Siria e della ragazza in Giordania, anche se sono fatte in contesti lavorativi diversi: «in Siria si è trattato di uno scatto veloce e non ho cercato creato un vero legame con queste donne. Invece in Giordania il mio lavoro per Medici Senza Frontiere era di ritrarre alcune persone durante la convalescenza, nella vita di tutti giorni. Con Manal, abbiamo creato un legame e siamo ancora in contatto con lei».

Un altro servizio, realizzato per l’Espresso nel novembre del 2019, descrive il lavoro delle ambulanze impegnate a soccorrere i feriti (e i morti) curdi colpiti dai droni turchi. L’ambulanza faceva la spola dal fronte al posto di soccorso e almeno 5 tra medici e infermieri hanno perso la vita in questi viaggi. «Cosa si prova a trovarsi su queste ambulanze? sicuramente nervosismo – racconta Mamo – Non è il modo di lavorare che mi piace, ma era una situazione limite, in cui fai il tuo lavoro, ma sai che c’è comunque un margine di rischio».

Dopo tanti anni passati sul campo Alessio Mamo e Marta Bellingreri si trovano ad affrontare uno scenario complicato da un nuovo elemento: la pandemia. Come ha cambiato e come cambierà il loro lavoro?

«Sono andata in Siria per la prima volta 15 anni fa – spiega Marta Bellingreri – seguendo un senso di urgenza per quello che stava succedendo. Poi l’abbiamo raccontata tramite le persone andavano via e che arrivavano qui in Italia o in Giordania, come Jamila, l’infermiera dell’ambulanza. Ho sempre raccontato le cose andando nei posti in cui succedevano, ma nell’ultimo anno ciò mi è stato impossibile, soprattutto come freelance. La pandemia ha toccato tutti i paesi, ma per me tornare in Medio Oriente significa tutto: vedere come vivono i bambini la scuola a distanza, quali battute staranno facendo ora i tassisti sull’uso della mascherina e così via. Vorrei di nuovo sentire anche il loro lato ironico, comico, che sanno usare i siriani e gli iracheni anche nella tragedia. Mi piacerebbe ricambiare la solidarietà che ho sentito lo scorso anno nei confronti dell’Italia, quando mi scrivevano tutti i giorni per chiedere notizie della nostra situazione con il Covid».

La mostra

World Press Photo 2020 è visitabile a Torino il mercoledì e giovedì 11-19 e il venerdì 11-20, fino al 5 marzo. È organizzata da CIME, organizzazione pugliese, uno dei maggiori partner europei della Fondazione World Press Photo di Amsterdam, e Fondazione Torino Musei.

Ogni anno migliaia di fotoreporter delle maggiori testate editoriali internazionali come National Geographic, BBC, CNN, Le Monde, El Pais si contendono il titolo nelle 8 diverse categorie del concorso di fotogiornalismo: Contemporary Issues, Environment, General News, Long-TermProjects, Nature, Portraits, Sports, Spot News. La giuria internazionale ha esaminato lo scorso anno i lavori di 4.282 fotografi, provenienti da 125 paesi per un totale di 73.996 immagini. In finale sono arrivati 44 fotografi provenienti da 24 paesi.

La 63esima edizione della mostra presenta 157 immagini realizzate dai finalisti dell’edizione 2020. Tra queste, Straight Voice che si è aggiudicata il premio World Press Photo of the Year 2020, firmata dal giapponese Yasuyoshi Chiba dell’agenzia Agence France-Presse. La fotografia – realizzata a Khartum nel giugno del 2019 da Yasuyoshi Chiba, dopo il colpo di stato militare contro Omar al-Bashir – ritrae un ragazzo, illuminato dalla luce dei telefoni cellulari, che in una manifestazione in Sudan recita una poesia di fronte ad altre persone che lo applaudono.
Gli altri finalisti per la foto dell’anno sono Tomer Kaczor, che ha ritratto una rifugiata armena affetta dalla sindrome da rassegnazione, Mulugeta Ayene, con una foto scattata durante i funerali delle vittime del volo Ethiopian Airlines 302, Farouk Batiche con le proteste antigovernative in Algeria, Ivor Prickett, che ha raccontato la lotta dei curdi in Iraq e Nikita Teryoshin, presente alla più grande conferenza sulla difesa nel Medio Oriente. Il francese Romain Laurendeau ha vinto invece il World Press Photo Story of the Year, la categoria dedicata alla migliore sequenza di immagini di rilevanza giornalistica. Lo scatto premiato – dal titolo Kho, the Genesis of a Revolt – documenta il disagio giovanile in Algeria e la forza ispiratrice delle nuove generazioni nelle proteste del 2019.

La giuria era composta da Lucy Conticello, direttrice fotografica del settimanale M di Le Monde, Sabine Meyer, direttrice fotografica dell’organizzazione National Audubon Society, i fotografi Chris McGrath, Pete Muller, Mariana Bazo e dalla curatrice Tanvi Mishra. A capo della commissione Lekgetho Makola, direttore del Market Photo Workshop di Johannesburg.

Il ritratto di Malal, secondo posto nella categoria “People News” del World Press Photo of the Year 2018
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