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Albert Camus e il Mediterraneo tra indignazione e giustizia

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Mi rivolto dunque siamo

«Dalle coste dell’Africa, dove sono nato, si vede meglio il volto dell’Europa. E si sa che non è bello».
«Il Mediterraneo ha il suo tragico solare che non è quello delle brume…. In questa infelicità dorata, trova il proprio acme la tragedia».


Albert Camus, da “L’exil d’Hélène” del libro L’été

 

Il mio primo incontro con Albert Camus è stato negli anni del Ginnasio, durante le ore di letteratura francese. Inevitabile la lettura straniante de L’Etranger, del quale si coglie il senso dell’assurdo, dell’essere stranieri a se stessi. Meno, almeno in quegli anni, la componente della rivalità, o forse dell’incomunicabilità tra le due sponde del Mediterraneo: non tanto l’Algeria e la Francia, quanto l’arabo senza nome assassinato e il viaggiatore annoiato. La peste, tornata di grande attualità in questi tempi oscuri, ci rivela un autore della solidarietà che nella coralità della sofferenza trova una risposta, non filosofica, al dolore e all’enigma della vita che per Camus non è però assurdo, è solo incomprensibile e in questo atteggiamento si cela una grande lezione di umiltà. Quindi è venuto l’incontro con il drammaturgo – Camus fu essenzialmente un uomo di teatro, questa la sua grande passione, attore, regista oltre che autore, e il suo sogno sfiorato e perso per un soffio – con un testo possente e graffiante come Caligula, e il delirio del potere. Più avanti ho incontrato di nuovo il Camus filosofo, o forse sarebbe meglio dire maître à penser, nel circolo degli esistenzialisti, nella Parigi un po’ intellettualoide e snob legata a doppio filo a Jean-Paul Sartre e la sua compagna Simone De Beauvoir che ne fagocitarono la fama. Quello con Sartre per altro è stato un rapporto controverso, quello di un borghese, sicuro di sé, di un ateismo impenitente e orgoglioso e di un ragazzo nato dall’altra parte, a Mondovì il 7 novembre del 1913, vicino ad Orano, in Algeria: povero, di famiglia analfabeta, estrazione proletaria, il cui ateismo vive di perplessità sognando “un cristianesimo sbarazzato da Dio”. Il terzo incontro, molti anni dopo, mi è stato fatale. Ad Algeri, nel 2015, ricorreva l’anniversario della sua morte, avvenuta il 4 gennaio del 1960, un incidente stradale: alla guida il suo editore Michel Gallimard che morirà con lui, rientrando da Lourmarin vicino a Vaucluse nel sud della Francia – dove ormai amava passare la maggior parte del tempo – a Parigi. Qualcuno dirà che il veicolo era stato manomesso da agenti sovietici. La rivista letteraria algerina LivrEsQ pubblicò un numero monografico dedicato ad Albert Camus, nel 2015, pied noir in Francia e troppo francese in Algeria, parlando di una serie di personaggi a lui legati. Tra loro ho scoperto Jean Sénac, al quale avrei legato la mia attività di ricerca che mi ha portato, a sua volta, a conoscere un Camus meno noto: quello della prosa poetica, che teme i topi rientrando la sera ad Algeri, incantato dalla sua “luce invincibile”, come ebbe a dire; che tornava a Tipasa, tra le sue rovine, attratto dal deserto e, nello stesso tempo, critico verso la sua polvere. Così ho cominciato un dialogo a tre: con il Pasolini d’Algeria e l’autore de L’Etranger o de La Peste, come viene spesso ricordato. Ne è nata una serie di appuntamenti al Circolo di Lettori di Novara, dal titolo “Camus mediterraneo, malinconico apollineo”.

 

L’INTERVISTA (IMMAGINARIA)

Albert Camus (1913-1960)

Camus, qual è la sua vera patria?

«Sono cresciuto sul mare e la povertà mi è stata fastosa; poi ho perduto il mare, tutti i lussi mi sono sembrati grigi, la miseria intollerabile” (“Il mare da più vicino”, da Diario di bordo)».

Il mare è stato il suo respiro, minato dalla tubercolosi. Ma la città più vicina al paese natale di Mondovì (Dréan, in Algeria) era Orano. Com’era la brezza del Mediterraneo?

«Ci si aspetta un città aperta sul mare, lavata, rinfrescata dalla brezza serale, ma, fatta eccezione per il quartiere spagnolo, si trova una città che dà le spalle al mare, che si è costruita girando su se stessa, come una chiocciola. Orano è un grande muro circolare e giallo, ricoperta da un cielo duro. All’inizio si erra nel labirinto, si cerca il mare come il filo d’Arianna. Ma si gira in tondo nelle vie bestiali e opprimenti e, alla fine, il Minotauro divora gli abitanti di Orano: la noia. Dopo molto tempo, gli abitanti di Orano non errano più. Hanno accettato di essere mangiati. Non si può sapere cosa sia la pietra senza venire ad Orano. In questa città polverosa tra tutte, il ciottolo è il re. (L’été, edito da Gallimard nel 1959)».

Il liceo, grazie a una borsa di studio e al sostegno dei suoi insegnanti che riuscirono a convincere sua nonna, la generalessa, a farle proseguire gli studi le aprì le porte di Algeri. Che cosa ha rappresentato questa città nella sua vita?

«C’è il mondo popolare della mia infanzia che ripercorro nel mio primo scritto Le quartier pauvre, in particolare via del Lyon a Belcourt, e poi quando ho cominciato a prendere il tramway per andare al liceo ho incontrato un’altra città. ‘E’ la Spagna alla quale questa terra assomiglia di più. Ma la Spagna senza la tradizione non sarebbe che un bel deserto.’ E’ difficile comunicare il richiamo del deserto ché se uno non vi è nato non può capire; io ci sono nato, non ne posso fare a meno. Eppure mi manca l’Europa della storia, anche se l’Algeria è come una bella donna e, come tale, ‘se la si ama la si prende in blocco’».

Forse il rapporto con il filosofo, anche per come è stato letto, non le ha reso giustizia. Cosa ne pensa?

«La critica francese ha ignorato la parte oscura, quel che in me c’è di cieco e di istintivo. Di Sartre ho amato molto La nausea, sulla quale scrissi un articolo sull’Alger republicain con il quale collaboravo: un “Kafka francese”, anche se di quell’autore non ho mai amato quel côté fantastico. Per me, quello che conta è la realtà quotidiana. Non amo neppure esternare le mie considerazioni filosofiche come Jean-Paul: la filosofia è una riflessione interiore, non un capriccio per intellettuali. Fu nel 1951, quando pubblicai L’homme revolté, che ricevetti un articolo velenoso e capii che la rottura era consumata».

Parigi e il mondo esistenzialista, in qualche modo, ha rappresentato il metodo. Anche se qualche malalingua ha parlato della sua morale come della morale della Croce rossa. In questo il Mediterraneo è lontano?

«“Il mio cogito cartesiano – dubito ergo sum – è diventato ‘mi rivolto dunque siamo’, come scrivo nel testo del ’51. Perché il rigore del pensiero dev’essere temperato dal calore umano, e questo me lo ha insegnato il Mediterraneo. La vita non è assurda come gli Esistenzialisti hanno raccontato: è dura, dolorosa, inspiegabile. La misura che ho cercato in quel Mediterraneo orientale, apollineo, greco-orientale, mi ha portato a credere che l’indignazione non debba allontanarsi dalla voglia di giustizia. Perché il Mediterraneo è ombra e sole a un tempo, dove l’ombra è ineliminabile perché altrimenti il sole brucia e consuma. Fin da bambino ho vissuto in mezzo alla violenza, nell’Algeria di allora era all’ordine del giorno. Ma né i carri armati né l’indifferenza sono la risposta. Allo scoppiare della peste, le ragioni personali devono essere sacrificate a quelle sociali. Ecco perché il protagonista del mio romanzo, il Dottor Rieux, mette in salvo la moglie, si sacrifica, si ribella sì, ma per aiutare i più deboli, i malati. D’altronde, l’uomo nuovo può nascere solo dal recupero della memoria senza la sua idealizzazione».

Come mi ha raccontato un amico algerino che vive a Parigi, Aziz Chouaki, lei ha portato le brume e le pastoie parigine in Algeria ma non si è mai dimenticato del sole e del cielo del sud.

«Come ho scritto ne L’été, ‘il Mediterraneo ha una sua tragicità che non è quella delle nebbie’. Soprattutto l’estate: l’Algeria è il paese dell’estate, mi prende la voglia di  Tipasa di ‘ritornare sui luoghi della mia giovinezza e voler rivivere a quarant’anni quello che si è amato o di cui si è goduto fortemente a venti. Ma ero avvertito di questa follia… Speravo di ritrovare una libertà che non potevo dimenticare’. Questo luogo pieno di ricordi, divorato dalla luce. Poi, dopo quindici anni, tutto è cambiato. Ma le rovine erano ora circondate da filo spinato e non vi si poteva penetrare che attraverso dei varchi autorizzati… Non potevo, in effetti, risalire il corso del tempo, restituire il viso che avevo amato e che era scomparso in un giorno molto tempo prima».

In ogni caso, come scrive nel Diario di bordo quando racconta il suo viaggio in nave dall’Europa a New York, quest’ultima è soprattutto cielo là dove l’Algeria è soprattutto mare. Nel 1957 ha cominciato a scrivere un romanzo autobiografico, Le premier homme (edito da Catherine Gallimard, la figlia dell’editore sopravvissuta all’incidente per folio, Gallimard, 1994 e tradotto in italiano come Il primo uomo, Collana I grandi tascabili, Milano, Bompiani, 2013), che sarebbe dovuta essere una trilogia, partendo dalla sua infanzia, al cammino iniziatico alla ricerca di un padre di cui non ricorda probabilmente nulla, essendo morto che lei era ancora in fasce e che ci è arrivato incompiuto. Forse ora è più che mai prezioso lo stile da diario per ripercorrere quel mondo che ha fatto di lei quel che è diventato.

Ha qualche rimpianto?

«Nel secondo volume avrei voluto parlare della mia famiglia, del cerchio familiare più ampio, della condizione dell’Algeria più in generale dando voce a chi non l’aveva e invece è rimasta solo la testimonianza di quello che ho vissuto in prima persona».

Anche il sogno di un Mediterraneo di convivenza era diventato pieno di ombre e quel senso greco della bellezza che già i Romani a suo parere avevano dimenticato era più labile, allora al suo pensiero solare si sostituì il pensiero meridiano eppure lei disse alla bella Mi, che le fece visita nella sua solitudine campestre degli ultimi tempi “Amo la vita, amo ridere, amo i piaceri e amo te”.

Le è rimasto un sogno irrealizzato?

«Dirigere un teatro a Parigi. Io sono un uomo di passioni e di teatro, un greco, non tanto un filosofo, un giornalista, uno scrittore o un insegnante come avrebbe voluto la mia famiglia. Ad Algeri avevo creato il “teatro del lavoro” che ha riscosso un grande consenso popolare ma il mio sogno sarebbe stato un teatro a Parigi”».

Peccato, perché alla vigilia di quel tragico incidente, il 3 gennaio 1960, André Malraux, allora ministro della Cultura, gli scrisse per annunciargli l’attribuzione di un teatro nella capitale. Ma questa lettera, Camus, non ha potuto mai leggerla.

 

Nota: le traduzioni sono dell’autrice dell’articolo.

 

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