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Afghanistan: tornano i talebani e per i giornalisti è già cambiata l’aria

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Foto di Christian Dorn da Pixabay

“Acque inesplorate”: così è stata definita, da un funzionario di Stato americano sul Washington Post, l’attuale situazione in Afghanistan. Forse, per “leggere” le immagini degli elicotteri sui tetti e nelle aree delle sedi diplomatiche di Kabul è importante, oggi, ascoltare le parole dei leader talebani che con arte comunicativa, in questo caso, da “acque calme” mitigano il colpo di mano. Doha è una potenza mediatica straordinaria: li ha istruiti. Trasformati in mediatori, e li conduce per mano alla presa del potere. Il disegno è compiuto nell’area del Golfo e nell’Asia.
“Situazione ribaltata in una manciata di ore, certo che ci saranno vendette, chi ha collaborato con gli americani è traditore, va cacciato, cercato e passato per le armi”: questa l’analisi dritta e reale di Domenico Quirico, inviato de La Stampa. “Non possiamo pensare che il governo talebano vada a stringere la mano a chi per 20 anni lo ha combattuto su per le montagne, con droni e armi di precisione”, continua Quirico. “Siamo davanti a una svolta annunciata, mal gestita, disperata. La loro intelligence è ormai istruita, sono capillari, sono stati per anni anche dell’esercito afghano, sanno tutto, hanno informazioni su tutti giornalisti, attivisti, operatori umanitari.

Tutti bruciano i documenti, ma gli elenchi sono già nei loro file, non sono come 20 anni fa, fanno comunicazione ad altissimi livelli, postano video, sono eleganti e le loro conferenze stampa da Doha parlano chiaro. Ma ciò che c’è oltre, quello che non si vede, lo scopriremo presto nei prossimi mesi o forse prima. “Smettiamo di vivere nella Green Zone delle grandi città e guardiamo in
faccia il pericolo, quello vero”. Secondo il Washington Post un’ondata di omicidi negli ultimi 18 mesi ha preso di mira giornalisti, accademici e sostenitori della pace.
Amed Khan, un filantropo e difensore dei diritti umani di New York che ha lavorato per evacuare gli afgani a rischio, ha affermato che tra i richiedenti SIV ci sarebbero gli attivisti per i diritti delle donne, difensori dei diritti umani, educatori, attori e giornalisti. La lista “cresce di minuto in minuto”.
“Solo TOLO News è rimasta aperta e da un giorno sono tornate le giornaliste”, così descrive la situazione attuale Syed Hasnain, presidente dei Rifugiati Afghani in Italia. “Diverse radio sono state chiuse e anche tre televisioni; le altre, hanno accettato di moderare molto i loro commenti politici sulla situazione attuale al governo, certo è l’unico modo per rimanere aperte e dare un servizio pubblico ormai molto compromesso. I talebani hanno disarmato tutte le security delle redazioni, per prima TOLO News, non bisogna farsi suggestionare dai loro modi al momento gentili, noi sappiamo chi sono, e sappiamo ben poco di ciò che sta accadendo fuori Kabul. Troppe le minacce contro i giornalisti e le esecuzioni, i rapimenti, le intimidazioni. Date aiuto a chi vuole scappare, fatelo senza esitazioni, tantissimi sono in pericolo di vita”.

Il CPJ – Committee to Protect Journalists – è profondamente preoccupato per la sicurezza di centinaia di giornalisti locali e operatori dei media. “L’amministrazione Biden può e deve fare tutto ciò che è in suo potere per proteggere la libertà di stampa e difendere i diritti dei giornalisti, fotografi e operatori dei media afgani”, sostiene Joel Simon. Ben oltre 300 giornalisti stanno tentando di mettersi in salvo; a oggi, l’organizzazione ha registrato e controllato 45 casi ad alta priorità in cui la minaccia dei talebani è chiara e imminente, molte sono giornaliste che hanno firmato reportage sui diritti delle donne, 127 i casi di membri dei media afghani che affrontano rischi significativi, insieme a 119 giornalisti collaboratori di testate statunitensi. Il CPJ ha ricevuto ulteriori 475 richieste di assistenza via e-mail, che sono in fase di revisione e le informazioni sull’identità dei giornalisti sono state messe a disposizione dagli Stati Uniti, alla Comunità Europea e a molti altri governi disponibili a evacuare o accettare giornalisti nei loro paesi.
E c’è chi parte. Chi ha passato una giornata intera davanti all’Ambasciata dell’Afghanistan, quattro colleghi italiani freelance, tra i quali Barbara Schiavulli, direttore di Radio Bullets:”Abbiamo il visto e restiamo in attesa che la situazione dei voli torni normale e poi partiamo, siamo convinti che sia necessario andare a raccontare, vedere, descrivere la situazione, non possiamo tirarci indietro proprio adesso, ci sono molti giornalisti internazionali e noi dobbiamo essere lì”.
Abbiamo raggiunto il segretario generale Raffaele Lo Russo per un commento: “Sono atti di coraggio, doverosi, per seguire storie importanti, non si può tacere anche se le condizioni del paese sono a dir poco disastrose e drammatiche, ma proprio per questo. Il dovere della Farnesina è invece quello di garantire i rimpatri a chi lo chiede anche ai giornalisti che lavorano sul campo in condizioni di difficoltà e scarsa sicurezza”. Le liste di persone da evacuare nel nostro presidio diplomatico all’aeroporto di Kabul sono lunghe, oltre 4.000 nomi: tra questi i nostri connazionali, collaboratori, medici afghani e le loro famiglie, come nel caso dell’Associazione International Help di Torino che ha chiesto i visti umanitari per lo staff della sua Clinica a Kabul.

E gli elenchi si allungano con il passare delle ore anche per i magistrati e i giudici. Sono 250 le giudici donne nel paese e rappresentano 11% della magistratura; tutte sono regolarmente oggetto di intimidazioni e aggressioni, due di loro sono state giustiziate già a gennaio. Quasi tutte vivono e lavorano a Kabul e il timore per la loro vita è alto: Tayeba Parsa è ancora più a rischio in quanto appartiene alla minoranza hazara shiita. Molti dei loro nomi sono nelle liste umanitarie per l’evacuazione.

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