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Affari segreti: quanto incide la legge sul segreto industriale sulla libertà di informazione?

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Le vie dell’inferno possono essere lastricate di buone intenzioni. I francesi amano molto quest’espressione. E in queste settimane la scandiscono spesso, soprattutto dopo che nei social network rimbalza senza sosta il video in cui Manon Aubry, portavoce dell’ Oxfam, ong impegnata nella lotta contro le ineguaglianze, si lancia in un indimenticabile j’accuse contro la Commissione Europea e, in particolare, contro la sua presidentessa Ursula von der Leyen.
Oggetto della diatriba: la lentezza a livello europeo della strategia vaccinale, i calendari non rispettati, l’interesse privato delle grandi case farmaceutiche contro l’interesse generale della cittadinanza provata da un anno di pandemia mondiale.

Manon Aubry si esprime in maniera cristallina sulle contraddizioni in seno all’Europa e gira il coltello nella piaga: le case farmaceutiche stanno imponendo le loro regole, e le istituzioni si fanno complici di questa sorta di monopolio decisionale. Ma veniamo alla nostra antica espressione così cara oltralpe, quella dei sentieri verso l’inferno e delle nobili intenzioni.
A un certo punto, con un gesto teatrale ad hoc, Manon Aubry impugna tre fogli: i soli tre contratti che le case farmaceutiche produttrici di vaccini hanno deciso di rendere pubblici. Se diverse ONG denunciano da tempo l’opacità delle negoziazioni, quei tre fogli dalle innumerevoli righe censurate di nero rendono bene l’idea che certe multinazionali hanno sulla trasparenza. Prezzi, calendario delle consegne, responsabilità civili e penali delle imprese in caso il vaccino si mostrasse inefficiente o presentasse effetti secondari importanti: tutto è oscurato. Segreto d’impresa.
Le società in questione ne hanno perfettamente il diritto. E per questo devono ringraziare proprio il Parlamento Europeo, che con una direttiva sul segreto industriale promossa due anni fa, pur con l’ottima intenzione di proteggere le imprese dal furto di dati e dalla concorrenza sleale, ha indirettamente facilitato l’opacità sulle attività delle imprese e messo così a rischio la libertà di stampa e di informazione.
Su questo dettaglio i giornali italiani si sono rivelati piuttosto disattenti mentre, in Francia, la formulazione da parte del Parlamento della legge sul secret d’affaires come conseguenza della direttiva europea, ha fatto pubblicare una memorabile tribuna su Le Monde e ha attivato una petizione che nel giro di qualche giorno ha raccolto mezzo milione di firme.
Questo succedeva due anni fa.

Reporter del calibro della giornalista d’inchiesta Elise Lucet o di Edouard Perrin – a entrambi si deve una parte delle indagini sui Panama Papers – si interrogavano sui rischi di queste nuove misure proposte dall’Europa sul segreto industriale e sulle conseguenze per la libertà di informazione. Oggi purtroppo, i fatti sembrano confermare esattamente tutti i loro timori.
Con queste misure, inchieste come i Panama Papers, i Paradise Papers, i Luxleaks, o la rivelazione di alcuni scandali sanitari legati ai comportamenti criminosi di certe case farmaceutiche, risultano oggi, se non impossibili da realizzare, estremamente difficili, visti i rischi di procedimenti giudiziari contro i giornalisti e soprattutto contro le loro fonti, spesso ricercatori o dipendenti legati all’azienda in causa.
Prendiamo il caso Mediator che ha scosso la Francia  una decina d’anni fa, rivelato dalla pneumologa Irène Frachon. La dottoressa, in un libro, rivelò che i laboratori farmaceutici Servier commercializzavano questo farmaco contro l’eccesso di colesterolo, pur consci dei terribili, talvolta fatali rischi legati agli effetti collaterali. Il processo, in cui decine di famiglie di vittime hanno presentato prove inconfutabili contro il medicinale, si è concluso l’anno scorso, ma le lentezze burocratiche e amministrative legate alla pandemia hanno fatto sì che le sentenze definitive siano attese per il prossimo mese.
Ma oggi, cosa ne sarebbe della fonte Irene Frachon? Il suo comportamento, le sue rivelazioni, hanno infranto il segreto industriale?

«Nella legge francese approvata nel 2018 esiste un paragrafo dedicato alla libertà dei giornalisti, ma si tratta di definizioni vaghe e insufficienti», denuncia Edouard Perrin durante un’intervista concessa all’emittente Radio France Culture.
In effetti, ogni giornalista lavora con più  fonti e, con le nuove disposizioni europee, sarebbero proprio quest’ultime a essere a rischio di attacchi giudiziari da parte delle imprese.
Nella legge, la definizione di segreto industriale è troppo vaga, e il rischio è che qualunque informazione scomoda per l’impresa possa finire sotto il cappello di tale definizione, beneficiando così di una tutela ingiusta. «Perché gli accordi finanziari tra istituzioni e laboratori, gli accordi che di fatto stanno rallentando le consegne dei vaccini in Europa, devono essere taciuti ai cittadini?» tuona Manon Aubry, invocando che i brevetti degli antidoti anti-covid siano considerati beni di interesse generale e pertanto pubblici, non sottomessi a speculazioni private.
Ma come fare? Come fare perché i segreti d’impresa privata possano essere tutelati senza intaccare l’interesse dei cittadini? Come evitare il rischio di collisione tra gli interessi delle realtà commerciali e industriali che fanno da motore economico a un Paese, e altri interessi democratici altrettanto importanti, come il dovere di impresa di pubblicare i conti, o la possibilità di sapere se un’impresa pratica l’ottimizzazione fiscale nei paradisi esentasse? O ancora, guardando a un ambito che dovrebbe interessarci tutti sempre di più, come tutelare, senza violare il segreto industriale,  il diritto di sapere se un’impresa impiega materiali o pratiche inquinanti e nocive per l’ambiente? E infine, come mantenere il diritto di sapere, in questo anomalo periodo caratterizzato da una pandemia mondiale, periodo in cui gli aiuti pubblici destinati alle imprese private impattate dalla crisi sanitaria si contano in miliardi, che fine fanno questi soldi?

Sarebbe una domanda più che importante visto che, come suggerisce un interessantissimo rapporto stilato dall’Osservatorio francese delle Multinazionali, sono assai numerose le grandi imprese – si parla in Francia di un terzo del CAC 40, le quaranta maggiori società private nazionali – che hanno continuato a versare dividendi decisamente ricchi agli azionari, persino più alti del periodo pre-pandemia, mentre i dipendenti venivano messi in cassa integrazione.
Forse il giornalismo dovrebbe farsi più sentire a livello europeo? Reclamando un’Europa più vicina ai cittadini e meno alle multinazionali e ai loro interessi?

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