A viso aperto

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Lo scorso martedì 25 febbraio, al Circolo dei lettori di Torino, è stato presentato il volume Sgretolamento, scritto dall’inviato speciale del Corsera Antonio Ferrari. All’incontro, moderato dal collega del Corriere Francesco Cevasco, erano presenti il sindaco di Torino, Piero FassinoMimmo Càndito, direttore de L’Indice, e il giornalista Giulietto Chiesa.

Antonio FerrariL’incontro si apre con l’affascinante concetto di retroscena: è questo l’elemento che lega 27 storie, 27 interviste ai grandi della terra nel periodo degli anni ’80. Gli ospiti sono tutti, ognuno a proprio modo, degli esperti in retroscena, cosa che un buon giornalista deve essere. Giulietto Chiesa, esperto nello smascherare complotti; Mimmo Candito, che ha calcato i territori più difficili della politica internazionale; Antonio Ferrari, per anni inviato speciale del Corriere della Sera e autore del libro presentato, Sgretolamento, edito da Jaca Book.

“Sono complottista – esordisce Chiesa con la sua carica di entusiasmo – ero corrispondente da Mosca, che era come vivere in un gigantesco complotto. Sono convinto che il giornalista che non fa un po’ di complottismo, non sia un gran giornalista. Accontentarsi della versione dei potenti non è mai saggio”. Chiesa cita Gramsci, sulla figura del corrispondente, ovvero il giornalista che esce da un Paese per vivere in un altro: “La prima cosa che deve fare il giornalista all’estero è di non raccontare il Paese che vede usando come metro di misura il Paese da cui proviene”. La domanda giusta per iniziare, prosegue Chiesa, è: cosa era, questo  Paese, cinque o dieci anni fa? Come conoscere la sua storia, la sua evoluzione?

Ancora più complessa, rispetto a quella del corrispondente, è la figura dell’inviato: Il primo abita in un posto, mentre il secondo ci va magari in guerra, in una situazione non stabile, non normale. Tanti inviati partono senza sapere né la lingua né la storia, senza sapere nulla… Ma così non raccontano i fatti, solo le loro emozioni rispetto ai fatti”.
Mimmo Candito riprende questo discorso e conferma le parole di Chiesa: i giornalisti devono essere complottisti, sottolinea, ma non quando i complotti li fanno loro stessi e a  servizio di qualcuno, come ad esempio un Renato Farina; devono essere invece degli investigatori, e rispettare la realtà. Interessante il concetto di “pulviscolo”: è una sorta di cortina fumosa che spesso rende difficile una visione chiara degli eventi: il compito del giornalista è proprio quello di fare chiarezza. “C’è uno spazio per il giornalista dnel fare investigazione e nel denunciare il pulviscolo che riscontra. Tra la probabilità e la realtà esiste uno spazio din cui il giornalista si può muovere per cercare di individuare ciò che è vero”. L’esempio sintomatico è quello della Siria, “dove 43 sono i giornalisti sequestrati, partiti nonostante fosse una situazione pericolosa: 16 occidentali, gli altri musulmani. 181 giornalisti  sono morti in tre anni di combattimenti, tutti erano lì per dimostrare che fra ciò che si afferma e la realtà c’è uno spazio”. Altro problema: la velocizzazione della comunicazione. E qui Candito cita Sergio Romano: l’inviato speciale è il clerico vagante dei nostri tempi, che approfondisce con l’investigazione. “Oggi questo è sempre più difficile, la velocizzazione non consente sempre la verità, c’è la verosimiglianza, ma è qualcosa di diverso. Nella velocizzazione non è possibile l’approfondimento, ma questo sembra non interessare più: né al direttore né al lettore. Si vuole una verità subito e la responsabilità è di tutti”.

Antonio Ferrari, dal 1973 al Corriere della Sera, è editorialista e inviato speciale. “Un’intervista – afferma- può essere la radice quadrata della verità, oppure un’inutile e vanitosa esibizione”. “Ho sempre amato le interviste – prosegue nel suo libro – perché ho sempre desiderato incontrare gli altri. Per questo motivo non sopporto gli svelti contatti telefonici con il personaggio o il potente di turno, che servono soltanto all’intervistato. Gli consentono di nascondere il volto, l’ambiguità dello sguardo, la freddezza o la dolcezza di un sorriso, la stilla di sudore, il tic nervoso, la gestualità, o la mancanza di gestualità, la timidezza, la sicumera.” Nel suo libro, che contiene “retroscena segreti e piccanti, quasi sempre inediti, una serie di interviste e di incontri con alcuni dei protagonisti della politica internazionale durante i decisivi anni ’80” emerge l’approccio dell’autore al suo lavoro: “L’intervistato – rivela Ferrari – deve starti sempre di fronte. Lo devi poter studiare, sondare, pesare, intuire, prevedere. Lo devi smentire, magari con la domanda che non è conseguente alla risposta precedente, ma è figlia illegittima di un gesto scomposto, di un attimo di smarrimento, di un improvviso tremore, di uno sguardo sfuggente”. È così che ci arrivano le voci senza filtro di quegli anni che accompagnarono lo sgretolamento del Muro di Berlino e il dissolversi dei rapporti di forza che avevano connotato gli equilibri spesso cinici della storia precedente e così bugie, omissioni e rivelazioni si intrecciano sui temi caldi di un recente passato, come la strage di Sabra e Chatila, il comunismo feroce di Nicolae Ceausescu, o le personalità complesse di Yasser Arafat e di re Hussein

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