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World Press Photo: storie dal mondo in 135 scatti

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La foto di Ronaldo Schemidt_Agence France-Presse è la vincitrice assoluta del WPP 2018

Gridano, piangono, a volte sussurrano. Sono le 135 fotografie vincitrici del World Press Photo 2018, la mostra di fotogiornalismo più importante del mondo in tournée in Italia (a Bari, Palermo e Napoli) e ora a Torino, fino all’11 novembre. «Il Word Press Photo è una finestra sul mondo» spiega Vito Cramarossa, Presidente di Cime – Culture e Identità Mediterranee, l’associazione che ha portato la mostra a Torino. Le immagini vincitrici sono state realizzate da 42 fotografi di 22 Paesi (Australia, Bangladesh, Belgio, Canada, Cina, Colombia, Danimarca, Egitto, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Norvegia, Russia, Serbia, Sud Africa, Spagna, Svezia, Paesi Bassi, Regno Unito, USA e Venezuela).

Ospite d’onore, all’inaugurazione di Torino, Manoocher Deghati, fotoreporter di fama internazionale, già creatore e direttore dell’unità fotografica delle Nazioni Unite e di AINA Photojournalism Institute in Afghanistan, ex-direttore fotografico per Agence France Press (AFP) e Associated Press (AP). Pubblica regolarmente i suoi lavori su National Geographic Magazine e collabora con testate come Time, Life Press, Newsweek, Figaro, Marie-Claire. Nel 1984 ha vinto il 1° premio di World Press Photo nella categoria “News feature”.

«Molte delle foto in mostra le abbiamo già viste pubblicate sui giornali – ci spiega Deghati – ma spesso non le abbiamo guardate bene, persi nella confusione di tutti gli stimoli che ci arrivano ogni giorno. Vederle in mostra, invece, ci permette di fermarci a “digerirle”, di pensare al perché la gente migra nel mondo, alle ragioni, sociali, politiche ed economiche di questi spostamenti».

Ecco allora le foto con cui l’americana Anna Boyiazis ci racconta che le ragazze di Zanzibar non sanno nuotare, a causa delle restrizioni della cultura islamica, ma imparano grazie a un progetto che offre loro l’opportunità di farlo senza trasgredire i precetti religiosi. Mentre l’australiano Adam Ferguson, per il New York Times, ritrae le ragazze rapite dai miliziani di Boko Haran in Nigeria. Costrette a indossare cinture esplosive, con l’ordine di farsi saltare in aria sono invece riuscite a fuggire. Heba Khamis ci mostra lo stiramento del seno delle ragazze in Camerun, una pratica che nella tradizione locale vuole ritardare la maturità e prevenire stupri e avance sessuali. E poi Mosul, la Svezia, gli Stati Uniti, la Cina, la Russia. Il mondo scorre così, scatto dopo scatto, dalle meraviglie della natura – pinguini tra le rocce e stormi di uccelli colorati in volo – ai rifiuti, alle culture e tradizioni lontane, all’agricoltura intensiva, alle guerre, alle migrazioni.

Manoocher Deghati, cosa serve per essere un buon fotoreporter?
«Bisogna essere appassionati, pronti a partire in qualunque momento e circostanza. Bisogna essere pronti a vivere come vive la gente del posto, senza guardarli dall’alto. Bisogna capire la storia locale: prima di partire mi documento, leggo la storia del Paese in cui vado e della sua popolazione. Cerco di capire chi sono, cosa devo provare a raccontare. Cerco di imparare qualche parola della lingua locale, di dire almeno “buongiorno”. Sono tutte cose che ti aprono le porte, che fanno capire alla gente che noi non siamo lì solo per noi stessi, ma per portare la loro voce dall’altra parte del mondo. Se capiscono che non sei lì per invadere le loro vite e solo per tue ragioni personali, allora ti accolgono».

Manoocher Deghati e Vito Cramarossa

Si può raccontare una storia con una sola foto o ne servono molte?
«Dipende. In certi campi, come ad esempio l’attualità e le cronaca sì: basta una foto. Del resto è il caso della foto vincitrice di quest’anno. Altre volte, no: quando lavoro per il National Geographic ne uso anche una trentina, per raccontare una storia».

Internet e i cellulari hanno moltiplicato infinitamente il numero di immagini, la loro diffusione e condivisione. Come si può fare buon fotogiornalismo con questa concorrenza? E come può un giovane fotografo emergere in questo campo?
«Certamente siamo in un’epoca di rivoluzione che ha effetto sul mestiere. Con i cellulari e le nuove tecnologie le cose sono cambiate e i giovani hanno meno spazio, c’è più competizione. Però, ogni anno, ci sono sempre molti giovani anche tra i vincitori del World Press Photo. Quindi l’importante non è il mezzo, ma chi lo usa. Non è tanto importante se si usa una macchina fotografica tradizionale, una Canon o una Nikon o un cellulare. Quello che conta davvero è la passione del fotografo».

E la passione non manca certo a Ronaldo Schemidt. Sua è la foto vincitrice assoluta: un ragazzo che indossa una maglietta che sta andando a fuoco. L’immagine è stata scattata durante una manifestazione di protesta contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro, a Caracas, nel maggio 2017. La foto ha anche vinto il primo posto nella categoria Spot News, immagini singole.

Come vengono scelte le foto del World Press Photo? Ogni anno, migliaia di fotoreporter delle maggiori testate editoriali internazionali si contendono il titolo nelle diverse categorie del concorso: Contemporary Issues, Environment, General News, Long-Term Projects, Nature, People, Sports, Spot News. La giuria, quest’anno, era composta da Magdalena Herrera, direttrice della fotografia a Geo France, France Thomas Borberg, capo photo-editor di Politiken, Marcelo Brodsky, visual artist, Jérôme Huffer, capo del dipartimento fotografico di Paris Match, Whitney C. Johnson, vice direttrice della fotografia al National Geographic, Bulent Kiliç, responsabile fotografico di AFP in Turchia, Eman Mohammed, fotogiornalista. Hanno esaminato 73.044 fotografie di 4.548 fotografi suddivise in otto categorie.

Foto di Ivor Prickett, per il New York Times. Civili a Mosul in coda per ricevere cibo e acqua.

Sophie Boshouwers è la curatrice della Fondazione World Press Photo di Amsterdam, una delle maggiori organizzazioni indipendenti e no-profit impegnata nella tutela della libertà di informazione, inchiesta ed espressione, e promuove in tutto il mondo il fotogiornalismo di qualità.

Come funziona il lavoro della giuria?

«La selezione è stata difficile – ci racconta. I giudici potevano guardare le foto solo per due secondi ognuna, senza conoscere il nome del fotografo. Poi, nell’ultima fase, il clima si è scaldato, c’è stato molto dibattito. Volevamo dare una rappresentazione il più possibile varia del mondo, presentando vari paesi e realtà».

Ogni didascalia che accompagna la foto contestualizza la storia: quanto è importante farlo?
«Certamente lo è: nel senso che abbiamo fiducia nei fotografi che partecipano al contest, ma facciamo anche un controllo puntuale. Verifichiamo la foto in originale e il contesto, in modo da garantirne la veridicità. Poi è utile, per chi guarda, capire la storia nella quale si colloca la fotografia».

foto di Luca Locatelli, per il National Geographic. In volo sopra le serre olandesi, la zona più avanzata al mondo per quanto riguarda la coltivazione tecnologica.

Molti i fotografi italiani vincitori come Luca Locatelli, autore del reportage Hunger Solution, che ha vinto il secondo premio sezione storie per la categoria Ambiente. Alessandro Lercara, fotografo torinese, primo premio del concorso fotografico Per Amore, promosso nel 2018 da UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati; e il siciliano Alessio Mamo, vincitore WPP 2018 con il suo ritratto di Manal; Fausto Podavini, vincitore con il reportage sulla valle dell’Omo in Etiopia, e Francesco Pistilli, vincitore per aver documentato l’inasprimento della cosiddetta rotta balcanica verso l’Unione europea, bloccando migliaia di rifugiati che tentavano di viaggiare attraverso la Serbia per cercare una nuova vita in Europa.

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