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Web e politica

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Si è concluso sabato 15 dicembre il convegno annuale dell’Associazione italiana di comunicazione politica, che quest’anno era intitolato “Linguaggi pop e decisioni hard. La comunicazione politica in tempi di crisi” e che per la prima volta si è tenuto a Torino. Per l’occasione si sono radunati studiosi da tutta Italia e dall’estero, che hanno dibattuto soprattutto su due campi di ricerca ancora poco esplorati, ovvero Twitter e i partiti nati sul web, come il Movimento 5 Stelle.

Proprio i Grillini hanno stimolato il dibattito più acceso, perché anche se tutti hanno disapprovato l’assenza di trasparenza delle Parlamentarie (che quindi non è stato possibile studiare, al contrario delle Primarie Pd), gli accademici si sono spaccati a metà tra i critici delle reali capacità del M5S e gli “attendisti”, più propensi a chiedere ulteriori approfondimenti nelle ricerche.

Il dibattito è stato introdotto da Ben Scott, Senior Advisor all’Open Technology Institute di Washington DC e già Policy Advisor for innovation presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sotto la Segreteria di Hillary Clinton, che ha osservato come l’uso del web per la democrazia è ancora embrionale: si tratta di uno strumento molto efficace per l’espressione del dissenso – come insegna la Primavera Araba – ma fallisce nel momento delle proposte. Esemplare è il caso del partito dei Pirati, che in Germania, dopo aver conseguito uno straordinario successo alle ultime elezioni, è stato semplicemente ignorato dalle altre realtà politiche perché si è perso nelle proprie divisioni interne, nonostante i numerosi sforzi per impedire un simile disastro – come ad esempio il ricorso ad un nuovissimo software per il dibattito e il voto simultaneo su internet.

A proposito dell’italiano Movimento 5 Stelle, Serena Gennaro e Francesco Marchianò della Sapienza di Roma, hanno svolto una ricerca su di un Meet Up analizzandone il confronto on-line: in un anno tra il 2011 e il 2012 si sono verificati 116 dibattiti, di cui ben 33 sono stati iniziati da due sole persone – e hanno provocato 72 mila visualizzazioni circa, ma solo 3 mila risposte. Inoltre l’argomento di discussione è stato in quasi la metà dei casi lo stesso M5S e nel 49,1% dei 116 dibattiti non è derivata un’attività off-line.

L’uso del web nel Movimento in confronto agli altri partiti è stato il cuore della ricerca di Lorenzo Mosca, dell’Università di Roma Tre, e Cristian Vaccari, dell’Ateneo di Bologna. Mosca ha osservato come – a parte la significativa eccezione di YouTube, in cui i video del M5S risultano visti dieci volte tanto rispetto a quelli degli altri partiti – non si registra la dimestichezza con internet che ci si aspetterebbe dai Grillini, anzi: la piattaforma dei Meet Up e il blog sono due strumenti obsoleti, precedenti al web 2.0 e nel caso dei primi anche molto costosi (Mosca ha calcolato una spesa annuale di uso della piattaforma a livello nazionale superiore a 136 mila euro l’anno).

Di tutt’altro avviso è stata Rossana De Rosa dell’Università di Napoli, che ha spiegato: “L’approccio al M5S è ancora troppo valutativo, cioè partiamo dalla nostra opinione e poi facciamo l’analisi. Non metto in dubbio che, ad esempio, ci sia la censura nel movimento, perché l’ho sperimentato io stessa, quando mi sono iscritta ad un Meet Up per studiarlo e durante un dibattito ho espresso un’opinione contraria rispetto a quella prevalente. Ma è anche vero che, per esempio, Favia e Salsi sono stati cacciati perché hanno rotto il patto sociale, cioè da delegati si sono fatti leader, sono andati in televisione pur non essendo autorizzati e così via. Il M5S è insomma più complesso di quanto emerso fin’ora e bisogna approfondire: ad esempio io studierei i suoi valori e la loro traduzione in pratica”.

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