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Vite da freelance: come sopravvivere inventandosi un mestiere

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Sarah Scaparone

Vita da freelance. L’arte di inventarsi sempre qualcosa. In altre parole, l’arte di arrangiarsi. Questo il titolo del dibattito al Festival del giornalismo alimentare di Torino, che ha visto Chiara Cavalleris di Dissapore moderare un dibattito tra Sarah Scaparone de La Stampa e Davide Demichelis, documentarista Rai. I relatori sono accomunati da una caratteristica: essere giornalisti freelance. E i loro problemi sono comuni, pur cambiando il supporto: proporre pezzi, farli approvare e, soprattutto, farseli pagare. Il tutto, mentre il mondo dell’informazione è radicalmente cambiato e la concorrenza di Internet diventa sempre più invadente. Com’è la vita da freelance? Come si mette in pratica l’arte di inventarsi qualcosa?

Sarah Scaparone: «Una vita che si basa sulla quotidianità. Una quotidianità fatta di costante ricerca di notizie, intuizioni, ipotesi di spese, riscossione crediti (che è un lavoro parallelo), ma anche una vita da… “pr” di se stessi. Senza scordare lo stare al tempo con tutto ciò che corre veloce, come il mondo social di cui puoi scegliere se fare o meno parte ma che devi comunque monitorare perché, volente o nolente, le notizie passano anche di lì». 

I posti fissi nelle redazioni si sono prosciugati, le partite Iva sono proliferate, mantenersi facendo informazione è sempre più complicato e i giornali sono in sofferenza decennale: c’è il rischio della scomparsa di questo mestiere? Il giornalista diventerà un utente qualunque della Rete, il suo ruolo verrà sostituito da altre figure? «Non credo – dice Scaparone. Lascerei agli influencer il lavoro degli influencer. Noi cerchiamo di fare bene i giornalisti e di riportare la categoria a una credibilità che negli ultimi anni è stata offuscata dai troppi che hanno la penna facile». Sul ruolo dei giornalisti: «Le “firme”, in un giornale, sono sempre state importanti, ma non credo che potranno superare il valore di una testata. Avranno forse una visibilità maggiore rispetto al passato, ma i giornali continueranno ad avere un ruolo».

«Vedo molte differenze tra l’Italia e l’estero – dice Davide Demichelis, che porta la sua esperienza di documentarista. La Rai compra solo i diritti di messa in onda, non tutto il documentario. La BBC, invece, compra tutto: ma bisogna considerare che sono produzioni molto più costose. A volte, noi italiani cerchiamo di risparmiare e lavoriamo in modo più artigianale. Qualche anno fa avevo girato un documentario sui gatti di Roma, un racconto in cui non si parlava solo di animali, ma anche di storia, visto che molti gatti si trovano in luoghi storici, di persone e società. Ho preparato il pezzo con quattro giorni di girato ed è stato trasmesso dalla Rai in prima serata. È costato circa 1 milione al minuto, quindi 10 milioni per dieci minuti. Ho poi saputo che la BBC aveva realizzato, più o meno nello stesso periodo, un documentario di 20 minuti, sempre sui gatti di Roma. Avevano assoldato una consulente, una biologa e “gattara”: solo il suo lavoro era costato 20 milioni. Avevano impiegato due anni per realizzarlo, in varie tranche. Alla fine, la BBC spese 20 volte il budget che avevo io. Però il loro documentario è stato venduto in tutto il mondo, anche alla stessa Rai. Questo è il genere di mercato con cui bisogna confrontarsi».

Non ci sono, però, solo i competitor più grandi: a volte, il “nemico” arriva dal basso. Ad esempio dagli youtuber, che realizzano video e riprese in modo non professionale ma efficace. «Ci sono lavori di ragazzi che potrebbero prendere il mio posto – commenta Demichelis. I giovani non guardano più la televisione come si faceva un tempo, per loro è solo un monitor come un altro. I contenuti li fruiscono diversamente. Per questo la Rai ha finalmente lanciato un canale come Raiplay, fatto proprio per avvicinare ai suoi programmi i giovani che, altrimenti, non li guarderebbero. La figura del videogiornalista, che si sposta con una piccola telecamera e realizza servizio e immagini, è ormai acquisita: ormai si fa tutto con telefono e portatile. Ho visto cose molto belle, fatte con 5-6 webcam o telefoni che riprendevano contemporaneamente varie angolazioni, campi lunghi e primi piani, poi montati in modo da creare un effetto completo». «Si va sempre più verso l’integrazione dei vari mezzi di comunicazione. Non si può fare altrimenti. Il giornalista che è nato solo scrivendo fa fatica se deve occuparsi anche anche delle foto e dei video. Un ventenne di oggi è in grado di fare cose anche molto belle, il tutto da solo. Attenzione: ciò non vuol dire essere anche fotografo o montatore, non bisogna confondere le figure professionali. Significa però che, se c’è bisogno, si fanno anche foto e riprese. La frontiera si sposta sempre più in là. Possiamo dire che le riprese professionali siano di maggiore qualità? Forse, ma se tanto quel video è destinato a essere visto sullo schermo di un telefonino, allora non si vede nessuna differenza qualitativa». «Il professionista – dice ancora Demichelis – si deve vendere su un progetto articolato, su cose sulle quali un dilettante non può competere. Bisogna fare progetti più complessi, sui quali non ti possono battere».

E ci si può ancora permettere di pensare al giornalismo come a un mestiere? Scaparone: «Certo, ai conti ci pensa tutti i santi giorni. Ma non trovo edificante pensare solo al discorso del guadagno: non è lo stipendio che ci stimola a continuare questo lavoro. Il motore di tutto è la passione, sono gli ideali, gli stimoli, la bellezza del mestiere più bello. Il problema del pagamento, soprattutto per i freelance, è comunque evidente a tutti e, in qualche modo, dovrà essere risolto. Certo è che non devi pensare a quello che avrai accumulato alla fine del mese: perché altrimenti non inizi nemmeno a pensare a come organizzarti la giornata».

 

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