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Verità e tecnologia: il Far West della rete

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Un incontro di formazione, intitolato “Le regole dell’informazione online” organizzato dall’Odg Piemonte, affronta le relazioni tra giornalismo e tecnologia e il problema della verità con un’analisi di Michele Partipilo, caporedattore della Gazzetta del Mezzogiorno.

Il giornalista è quel signore sconosciuto sulla rete o è il “vero” cronista, si chiede Sergio Ronchetti, dal 2013 presidente del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte, all’incontro sulle regole dell’informazione online. «Oggi la realtà della comunicazione non ha più un inizio e una fine, ma è un flusso; la realtà dei giornali online è un fluire continuo di notizie sotto forma di messaggi in blog, Facebook e così via. La comunicazione è convulsa e caotica, e il giornalista di oggi è in imbarazzo. Si chiede: prendo la foto da Facebook o una certa notizia dal web, ma sarà vera?”
Sono problemi delicati, come la legge sulla privacy o il diritto all’oblio. La deontologia deve aiutare il giornalista a districarsi in queste realtà».

Michele Partipilo (La Gazzetta del Mezzogiorno)
Michele Partipilo (La Gazzetta del Mezzogiorno)

«Tecnologia non solo intesa come internet, ma anche come televisioni – spiega Michele Partipilo, caporedattore centrale della Gazzetta del Mezzogiorno ed esperto in diritto dell’informazione – specie negli anni dell’ingresso sulla scena mediatica delle emittenti private, che ai tempi crearono una vera e propria rivoluzione. Ma ancor più oggi laddove internet è diffusissimo, e tutti, anche a prezzi contenuti, sono in grado di creare un proprio sito è fondamentale avere dei riferimenti per procedere con correttezza».

Senz’altro è difficile gestire questi fenomeni e applicare delle regole: esistono alcuni punti fermi, ma in un panorama in cui la legislazione spesso non è in grado di offrire risposte certe. Si procede quindi, anche dal punto di vista deontologico, ad adattare regole già esistenti alla rete, ma non sempre funziona. «Il primo problema – aggiunge Partipilo – è la verità: normalmente, la violazione della deontologia è una violazione al principio di verità, e in internet non c’è nulla di più difficile da individuare che quest’ultima. Il copia e incolla è la maledizione contemporanea del giornalismo: in pochi secondi si riprendono notizie e ci si appropria di un testo. Questo pone un quesito: quello che ho ripreso è vero? Chi lo garantisce? Vi è molta approssimazione, non si va più a scavare nella notizia sperando di avvicinarsi vicino alla verità. Questo porta a un appiattimento culturale».

Altro nemico è il tempo. «La gestazione di un giornale a stampa, un tempo, era di 12-13 ore, tempi biblici rispetto alla contemporaneità della notizia. Oggi ci sono le dirette, dove ogni possibilità di mediazione del giornalista è esclusa, e la sua funzione principale, ovvero quella di mediare la realtà, viene meno o è molto ridotta. La compressione del tempo è tale che non c’è più possibilità di riflettere sulle notizie e spesso si sbaglia: si forniscono particolari che non andavano forniti, vengono violate norme deontologiche».

Per quanto riguarda le regole che normano i siti, il punto di partenza è la legge sulla stampa n.47 del 1948, scritta dai Costituenti per la stesura dell’articolo 21. Legge ancora in vigore che prevede, fra le altre cose, diversi obblighi, tra cui quello della registrazione di una testata presso il tribunale (con un direttore responsabile, l’obbligo di rettifica e stabilisce le pene per il reato di diffamazione). «Quando nacquero le televisioni – racconta Partipilo – ci si chiese se queste norme fossero applicabili alle nuove tecnologie. Ci dicemmo di no, e si promulgò una legge ad hoc, la legge Mammì. Con internet, oggi, si pone lo stesso problema: si può usare la stessa legge del 1948? Alcuni sono a favore, altri contrari. Con la legge 62/2001 si stabilì che potesse essere definito prodotto editoriale qualsiasi cosa potesse essere editata, e si pensò così di risolvere il problema. In realtà, la differenza si fece con la fruizione o meno di contributi pubblici: detto semplicemente, se apro un sito e voglio usufruire dei contributi pubblici ho il dovere della registrazione, diversamente non ho nessuno di questi obblighi».

«Il panorama di internet è variegato, i siti di informazione sono la maggioranza e ne esistono di registrati e non, entrambi con scelte legittime. Per l’utente, però, vi sono delle differenze; nel caso di diffamazione, per esempio. Su un sito registrato, se l’articolo non è firmato, ci si rivolge al direttore responsabile (come per i giornali a stampa); nel caso di sito non registrato, invece, non vi è la figura del direttore responsabile: con chi prendersela, allora? Il soggetto diffamato o offeso non possiede più un blocco di norme valido per la categoria dei siti: è un Far West. La spada di Damocle è l’azione penale che può oscurare un sito, mentre la norma che tutela la stampa sul dal sequestro è difficilissimo venga applicata; per i siti non registrati l’oscuramento è, invece, solitamente immediato.
Per complicare ulteriormente la questione, va considerato inoltre che molte altre forme di informazione (blog, messaggi, ecc.) sono fuori dalla legge sulla stampa: se in un blog do una notizia falsa o diffamatoria, cosa succede? Non vi è obbligo di registrazione né di direttore responsabile e le leggi sulla stampa non sono applicabili: dunque è un terreno fertile per la concorrenza sleale».

«È insomma un panorama di variegate offerte tecnologiche ma senza uniformità di regole – conclude Partipilo – con tante difficoltà per il giornalista, ma anche per i fruitori delle notizie in rete: come troveranno spazio verità e correttezza?»

Molto sembra dipendere, ci sentiamo di dire, dalla competenza e dalla serietà del giornalista.

 

 

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