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Bocciato l’iniquo compenso

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Che il compenso minimo per i giornalisti precari fosse tutt’altro che equo era chiaro fin dai giorni dell’approvazione dell’accordo tra il Governo, l’Inpgi, la Fnsi e la Fieg. Tuttavia, sono stati i giudici e gli atti di due procedimenti giudiziari a stabilirlo, in mancanza di una presa di coscienza dei sindacati e delle istituzioni.

Ai tempi dell’accordo, il presidente dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino aveva illustrato i termini del patto con un esempio grottesco e illuminante: «Prendiamo un collega che, per un quotidiano, scrive 432 articoli in un anno. Cioè più di uno al giorno, festività, estate e tutto quanto compreso. Bene: arriverebbe a guadagnare 6.300 euro. Tolta la ritenuta fiscale (21%), la somma scenderebbe a 4.977. Poi c’è il 10% Inpgi e si arriva a 4.347». Cioè 362 euro al mese per lavorare, sostanzialmente, a tempo pieno.

In mancanza di altro, è dovuta intervenire la magistratura per ribadire che quel compenso è totalmente iniquo: il Consiglio di Stato, infatti, ha appena confermato l’annullamento della delibera contro cui l’Ordine aveva fatto ricorso, già accolto lo scorso anno dal Tar del Lazio. Già in primo grado il tribunale amministrativo aveva rilevato che i parametri del cosiddetto equo compenso, in realtà, non sono proporzionati  «alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, e [sono] del tutto insufficienti a garantire un’esistenza libera e dignitosa al giornalista autonomo».

Contro la sentenza si era appellata la Fieg, la federazione degli editori. Senza successo, però; il Consiglio di Stato, competente per il secondo grado di giudizio, ha ribadito che è illegittimo distinguere tra giornalisti autonomi e parasubordinati e ha aggiunto un altro concetto: un compenso può definirsi equo se è coerente con quello previsto dai contratti collettivi. «Ciò che la normativa in esame intende garantire – si legge in sentenza – è una tendenziale equità retributiva tra chi è dipendente (ed è quindi retribuito sulla base dei criteri stabiliti attraverso la contrattazione collettiva) e chi non lo è, e quindi resta sottoposto alla forza contrattuale dell’editore, aspetto fondamentale che prescinde dall’organizzazione dello svolgimento della prestazione lavorativa. Pertanto, non sembra possibile modificare il dato testuale, che si riferisce indistintamente a tutte le forme di lavoro non subordinato, attraverso il collegamento a qualificazioni e discipline che non riguardano il settore giornalistico».

La norma è ingiusta e va riscritta. Sono state necessarie due sentenze, per stabilire che 20 euro lordi ad articolo non è una paga dignitosa.

[Il testo integrale della sentenza del CS]

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