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Under the wire: L’incredibile storia di Marie Colvin

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L’incredibile storia di Marie Colvin sbarca al cinema

Nel 2012, mentre la città siriana di Homs era sotto assedio, il fotogiornalista Paul Conroy riuscì a fuggire vivo dal conflitto in corso. L’improvvisato media centre era sotto il fuoco incrociato delle forze governative siriane. I suoi colleghi Marie Colvin e Remi Ochlik erano stati appena uccisi. Al momento dell’attacco, erano con loro altri tre giornalisti francesi e spagnoli: Edith Bouvier, William Daniels e Javier Espinosa.

Marie Colvin, inviata del Sunday Times, aveva 56 anni quando è stata uccisa. Ex corrispondente di Foreign Affairs, aveva perso il suo occhio sinistro lavorando da inviato in un’esplosione mentre attraversava il confine tra l’area controllata dai ribelli e la zona governativa in Sri Lanka, nel 2001. Dal 2011, si era occupata diffusamente delle rivolte in Medio Oriente ed era stata tra i primi a intervistare il colonnello Muammar Gheddafi dopo l’inizio del conflitto in Libia insieme ai giornalisti Christiane Amanpour (Abc News) e Jeremy Bowen (Bbc). Un nuovo documentario, Under the Wire, racconta la sua incredibile storia.

«Ho incontrato Marie circa 15 anni fa. Cercavamo entrambi di entrare in Nord Iraq e nel Nord della Siria. Costruii una imbarcazione di fortuna per attraversare il Tigri con pezzi di tubi di camion, legno e corde. Ma sono stato arrestata e, al mio ritorn,o nessuno voleva parlarmi perché credevano che avessi reso vane le loro possibilità di entrare. Quindi Marie mi è venuta vicina e ha detto con tono ironico: “Marinaio, posso offrirti un whisky?” Così è iniziata la nostra amicizia», ha spiegato Paul Conroy in un’intervista alla Bbc. Da allora, Marie e Paul hanno lavorato insieme in Libia per il Sunday Times. Sono diventati una coppia inseparabile.

Eppure il documentario Under the Wire non cerca di mitizzare Marie Colvin, che viene ricordata da colleghi e fotografi che hanno lavorato con lei come una giornalista dal carattere complesso, con cui era difficile lavorare. Il documentario di Chris Martin racconta quello che è successo dopo l’arrivo di Colvin e Conroy a Homs. La città è al centro del film: per mesi, il governo di Bashar al-Assad ha visto Homs come il fulcro delle rivolte e ha cercato di azzerare il dissenso che veniva dalla città con ogni mezzo. Anche solo entrare in città era estremamente complicato. «Rimanemmo una o due settimane a Beirut, solo per cercare contatti. Da lì, abbiamo attraversato le montagne tra il Libano e la Siria dove abbiamo incontrato esponenti dell’Esercito libero siriano (Els). Ci hanno portato attraverso il confine di notte per campi minati, schivando i checkpoint dell’esercito regolare. Poi ci hanno lasciato con un’altra unità di Els», racconta Paul Conroy.

Il viaggiò durò tre giorni. Mentre i bombardamenti erano in corso, i giornalisti dovettero passare attraverso un tunnel: tutti sapevano che i rischi erano altissimi perché, secondo le fonti dei due reporter, il regime di al-Assad sarebbe stato pronto a uccidere qualsiasi operatore dell’informazione.

Il regista riconosce di aver dovuto coprire alcuni “buchi” della storia con video amatoriali. «Abbiamo visionato una quantità straordinaria di materiale video. Da molte riprese non potevamo prendere che pochi secondi, abbiamo usato anche un video tratto da una telefonata Skype di giornalisti basati a Homs mentre erano in corso i bombardamenti. Abbiamo usato solo quattro minuti del materiale girato da Paul», ha spiegato. E così la produzione, per realizzare il documentario, ha deciso di trasferirsi in Marocco per realizzare nuove riprese. Ma i ricordi della coraggiosissima Marie Colvin non finiscono qui. Anche il regista statunitense Matthew Heineman sta lavorando sulla vita di Colvin. Il suo film si intitolerà A Private War e racconterà la stessa storia  con attori noti, come Rosamund Pike e Jamie Dornan.  

 

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