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Una Magna Charta per Internet

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Da quando Sir Tim Berners-Lee ha inventato il www, il world wide web, Internet ha cambiato il modo di lavorare, di comunicare e, se vogliamo, anche di “esserci”. Ecco perché la diffusione capillare delle connessioni alla Rete in tutto il mondo rende sempre più cogente l’adozione di un sistema di regole condiviso, che garantisca a tutti gli individui diritti che il web ha contribuito a ridefinire.

rodoSe ne è parlato durante la Biennale della democrazia di Torino, con un intervento ad hoc di Stefano Rodotà, membro della consulta della Camera dei deputati che sta producendo la Magna Charta per Internet, un Bill of Rights (finora condensato in 14 punti) che venga incontro a esigenze di tutela e di protezione. Colloquiando con Juan Carlos de Martin, ordinario al Politecnico di Torino, Rodotà ha sottolineato che «una volta fatta la dichiarazione dei diritti, bisognerà tradurla in leggi, sia ordinarie sia costituzionali, e poi estenderla a livello internazionale. Internet deve rimanere una comunità libera e improntata al rispetto dei diritti umani».

«Abbiamo – aggiunge Rodotà – una occasione rara: grazie a Internet crescono le opportunità e ormai c’è la necessità di avere principi che rispecchino il nucleo originale del web. Che è già in un certo modo regolato, ma bisogna vedere da chi è perché: esistono grandi soggetti privati con i loro interessi e poteri pubblici, più o meno democratici, che hanno già le mani sul web. Ci sono state molte iniziative nazionali, come le esperienze delle Filippine e della Costa Rica, ma ora bisogna far convivere le varie azioni. E la sentenza del 2014 di Google versus Spain (quella che ha sancito il diritto all’oblio) insegna che bisogna arrivare a una sintesi comune ma senza cedere alla tentazione di dire che c’è urgenza di regole, perché è un atteggiamento che può far deragliare. L’importante è mostrare che il processo di avvicinamento tra le varie iniziative è in atto, ma tutti gli attori devono partecipare. Anche se non è detto che tutte le opinioni debbano avere lo stesso peso: proprio il caso di Google versus Spain ha mostrato che la corte europea ha privilegiato l’interesse della persona contro quello del privato».

«L’Europa – ha spiegato il professore – sta lavorando a un regolamento che sia direttamente operativo, sta rivedendo la protezione dei dati personali e offrirà una piattaforma avanzata, anche se gli emendamenti e le pressioni esercitate dagli Stati Uniti cercano di frenare questo cammino. L’unione europea si può riscattare, essendo stata finora una realtà prettamente economicista e, per questo, avendo perso la stima di molti cittadini».

«Come parte della commissione Boldrini sulla Magna Charta, sarei in conflitto a giudicarla. Ma aver prodotto quel documento è oggettivamente positivo e aver deciso di sottoporlo a consultazione (scaduta peraltro il 31 marzo, ndr) è un altro buon segno. A differenza dei testi che riprendono e ripetono diritti dal 1948 in poi, noi abbiamo dato per acquisito quei diritti fondamentali e ritenuto di individuare ciò che Internet ha messo in luce, cioè il problema della protezione dei dati, dell’oblio e così via. Non sono tutti diritti nuovi ma vanno esplicitati; sul diritto d’autore, per esempio, ci siamo fermati perché una decisione non era matura. Bisogna riconoscere e tutelare i beni comuni digitali: in sostanza, la conoscenza in rete. È un bene comune planetario, la conoscenza in rete? Questo è un tema che mette in discussione l’idea del bene comune, che tradizionalmente aveva una sua comunità di riferimento. Oggi, invece, la comunità digitale è fatta da tre miliardi di utenti: come si fa a mantenere lo stesso metro di valutazione? Non è un caso che, anche per il web, stia affiorando una nuova tendenza, quella di individuare delle forme di democrazia rappresentativa».

Come ben sottolineato da De Martin, il prossimo passo sarà quello di tradurre in norme il lavoro della commissione, anche a livello europeo: iniziative frammentarie e contraddittorie nuocerebbero alla libertà del web, oggi più di ieri.

 

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